Noi diamo le basi, diamo le navi, diamo i soldi, diamo tutto. E poi diciamo: "Noi in guerra non ci siamo". Se diamo le armi, ci siamo. Se diamo le basi, ci siamo. Se diamo i soldi, ci siamo eccome.
Le bambine sono morte. Crosetto e gang le chiamano "ragazze". Ma quale ragazze? Erano bambine. Ma forse se diciamo bambine poi ci sentiamo in colpa, poi dobbiamo fare qualcosa. Invece se diciamo ragazze, sembra quasi che fosse destino, che la vita è dura per tutti. Come si fa a chiamare ragazza una bambina morta? È come chiamare "passeggero" uno che è caduto dal decimo piano. È una parola che non dice niente, che non fa male, che non fa vedere niente. E invece bisogna vedere. Bisogna vedere le bambine. Perché se non vedi, non senti niente. E se non senti niente, allora va tutto bene. E invece non va bene niente.
Il ministro della Difesa italiano vola a Dubai mentre le bambine iraniane vengono bombardate con armi americane, israeliane, e con basi italiane. Lui dice che non sapeva. Non sapeva cosa? Che le bombe uccidono? Forse pensava che le bombe fossero caramelle, che cadessero dal cielo e le bambine le acchiappassero al volo ridendo.
La violenza non è mai solo fisica. La violenza è anche simbolica, è anche linguistica. Chiamare "ragazze" le bambine è un atto di violenza. È un modo per negare la loro specificità, per negare la loro innocenza, per negare la loro umanità. È un modo per renderle più facilmente ammazzabili. Perché quando qualcuno è "solo una ragazza", la sua morte pesa meno. Quando qualcuna è "solo una bambina", invece, pesa. Allora le togliamo l'innocenza dell’infanzia. E poi le uccidiamo. E poi diciamo che è stato un incidente.
La chiamano "guerra umanitaria". Come se la guerra potesse essere umanitaria. È come dire "stupro affettuoso" o "rapina solidale". La guerra è già di per sé una cosa disumana, ma loro ci mettono l'aggettivo per farci sentire meglio.
La parola "ragazze" invece di "bambine" è come quando negli Epstein files dicono "underaged girls". Underaged. Sembra quasi che fossero troppo giovani per bere, non troppo giovani per essere violentate.
È la stessa cosa: cambi la parola e cambi la realtà. Se autorizzi le basi, non sei in guerra. Se mandi le navi, non sei in guerra. Se fornisci le armi, non sei in guerra. Sei semplicemente un amico che aiuta un amico a fare una cosa.
Il ministro Crosetto è sicurissimo di non essere in guerra. Mentre le bambine iraniane, quelle che lui chiama ragazze, sono sicurissime di essere morte. È possibile che nessuno dica niente? È possibile che si chiami ragazza una bambina morta? È possibile che si chiami pace questa guerra?
"Ragazze". Una parola svuotata, che non pesa, non graffia. "Bambine" pesa, ti costringe a vedere. Ti costringe a pensare a loro, a come giocavano, a come ridevano, a come avevano paura.
Il governo italiano è complice. Perché la complicità non è solo quando spari, è anche quando dai le armi a chi spara. È anche quando autorizzi le basi a chi bombarda. È anche quando taci, quando giri la testa, quando voli a Dubai. La complicità è tutto questo.
"Ragazze", "danni collaterali", "operazione militare", e alla fine dici "pace". È un lavaggio del cervello collettivo. E funziona, perché siamo stanchi, perché la vita è già abbastanza difficile senza doversi indignare per ogni cosa.
Siamo in guerra e non lo sappiamo! O forse lo sappiamo e facciamo finta di niente? Le basi sono nostre, le navi sono nostre, i soldati sono nostri, le armi sono nostre. E voi dite che non siamo in guerra?
Siamo in guerra contro le bambine iraniane, contro le bambine palestinesi, contro tutti quelli che stanno dall'altra parte. E la parte cattiva, guarda caso, è sempre quella degli altri. Noi siamo sempre i buoni. Noi siamo sempre quelli della pace.
L'America è l'unico paese nella storia che è passato dalla barbarie alla decadenza senza passare per la civiltà. E noi italiani subiamo l'America, Israele, chiunque abbia più armi e potere di noi.
Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell'oppressore. Se autorizzi le basi, hai scelto la parte dell'oppressore. Se mandi le navi, hai scelto la parte dell'oppressore. Se taci, hai scelto la parte dell'oppressore.
La guerra è il luogo dove tutte le oppressioni, le violenze si incontrano, si moltiplicano, si legittimano. E quando dite che non siete in guerra, mentre autorizzate le basi, mentre mandate le navi, state mentendo. State mentendo a voi stessi, state mentendo al mondo. Siete in guerra eccome. E in questa guerra, le prime a morire sono sempre le persone più deboli, le più indifese, le più innocenti. Le bambine.
Sono morte sotto le bombe. E mentre loro morivano, qualcuno, lontano, autorizzava quelle bombe. Qualcuno, lontano, diceva che non era in guerra. Qualcuno, lontano, chiamava "ragazze" le bambine morte.
La guerra è dominio, sopraffazione, violenza. Sono la stessa idea che qualcuno ha il diritto di decidere chi vive e chi muore.
Guerra, complicità, ipocrisia. È il problema di donne e uomini che tacciono mentre altri uccidono. È il problema di chi guarda dall'altra parte mentre le bambine muoiono. È il problema di chi non si ribella, di chi non urla, di chi non scende in piazza. Il silenzio è complicità. E la complicità è colpa. Bisogna dire no alle bombe che cadono, ai bambini che muoiono, alle parole che mentono.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
#italiennéandertalien
#MIPLab


Aucun commentaire:
Enregistrer un commentaire
Remarque : Seul un membre de ce blog est autorisé à enregistrer un commentaire.