8 mars 2026

LA FOGNA (il trucco più sporco è che ci fanno credere di essere dalla parte dei buoni. Intanto Bibi & Dodo si credono inviati da Dio. Fermarsi significherebbe guardare in faccia la realtà: che siamo noi i terroristi. Che siamo noi a violentare e uccidere i bambini)

Se guardi la televisione sembra tutto normale. Vediamo i bambini morti e cambiamo canale. Vediamo le bombe e pensiamo: "Uffa, che noia, un'altra guerra".

Come se la guerra e la morte fosse una pratica burocratica.

Chi ci ha insegnato a guardare il mondo con questi occhi? Chi ci ha convinto che è normale che 165 bambine iraniane finiscano sotto il cemento armato di una scuola e noi parliamo di spread e aumenti di benzina? Chi ci ha detto che va bene così?

Ci sono bambini morti dall'altra parte del mare e noi ci preoccupiamo se la procedura d'infrazione ci farà saltare i condoni.

È come se avessimo un interruttore nella testa: on/off.

Non siamo più sconvolti dalla tragedia della vita e i potenti hanno scoperto che possono uccidere e farla franca. Loro hanno i media, hanno gli intellettuali, hanno gli opinionisti che spiegano perché quei 165 corpi di bambine sono in realtà "danni collaterali".

Hanno inventato un linguaggio per trasformare il sangue in inchiostro, le ossa in statistiche, il dolore in "effetti indesiderati". Hanno trasformato l'omicidio di massa in un problema di comunicazione.

Il trucco più sporco è che ci fanno credere di essere dalla parte dei buoni. Sempre. Dall'invasione dell'Iraq ai bombardamenti sulla Siria, dalle bombe su Gaza a quelle su Minab: noi siamo i buoni. Noi portiamo la democrazia. Noi portiamo la libertà. Noi portiamo le portaerei. E se muoiono dei bambini, beh, è perché gli altri sono cattivi e li usano come scudi umani. Tu uccidi i bambini e la colpa è di chi li ha fatti nascere nel posto sbagliato.

Qual è la differenza tra una dittatura e una democrazia occidentale? Nella dittatura ti dicono chiaramente: "Tu non conti niente, stai zitto e obbedisci". In democrazia ti dicono: "Tu sei importante, il tuo voto conta, sei tu il sovrano".

E intanto, quelli che detengono il 99% della ricchezza, decidono tutto. I media ti spiegano cosa devi pensare. E tu, sovrano, ti siedi sul divano, accendi la TV e sei felice perché hai scelto. Hai scelto tra due o tre candidati finanziati tutti dagli stessi banchieri. Grande democrazia.

Siamo qui a chiederci se Meloni starà con Trump o con gli italiani, come se fosse una domanda sensata. Come se Trump e gli italiani fossero due entità sullo stesso piano. Trump rappresenta un impero che ha basi militari in mezzo mondo, che ha rovesciato decine di governi, che ha ucciso milioni di persone.

Gli italiani rappresentano, cosa? La voglia di non perdere i condoni? La paura che ci aumentino le tasse se non stiamo bravi? Siamo davvero questo?

Esperti americani hanno sconsigliato l'attacco all'Iran. Poi gli americani hanno attaccato. Perché? Perché in America il principio di contraddizione non è un difetto, è un metodo di governo. Si dice una cosa, si fa l'opposto, e se qualcuno se ne accorge si cambia discorso.

Bibi & Dodo si credono inviati da Dio. Credono di dover accelerare la fine del mondo perché così arriva il Regno dei Cieli. È come se il mio vicino di casa desse fuoco al palazzo perché tanto dopo c'è il paradiso.

E noi stiamo lì a chiederci: ma il governo italiano come si posiziona? Ma ci mancherebbe altro che si posiziona: sta dalla parte di chi brucia il palazzo, perché tanto la scala antincendio ce l'hanno solo loro.

Del resto, se uccidi 165 bambine in una scuola, la notizia dura due giorni, poi arriva un'altra strage e si cambia argomento.

Se invece muore un soldato americano, è tragedia nazionale per settimane. Se muore un giornalista occidentale, si ferma il mondo.

Ma 165 bambine iraniane? Beh, sono iraniane. E poi sono bambine, quindi non contano nemmeno come soldati (del resto, anche ai festini di Dodo le bambine non contavano assai!).

Sono solo numeri. È come quel famoso principio per cui in guerra tutti i morti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

La classe dirigente italiana ha un problema: deve decidere se stare con Trump o con gli italiani. Domanda mal posta. Trump è concreto, ha le portaerei, ha i soldi, ha i media. Gli italiani hanno i problemi, le tasse, le bollette, la paura. Ma hanno anche il voto. Quindi il calcolo è semplice: quanto possiamo ignorare gli italiani prima che ci tolgano il voto? Quanto possiamo essere fedeli a Trump senza che gli italiani si incazzino? È un problema di ingegneria elettorale, non di coscienza. La coscienza non c'entra. Non è mai entrata in questi ragionamenti.

Se riconoscessimo che quelle 165 bambine sono esattamente come le nostre figlie, le nostre nipoti, le bambine che incrociamo per strada, dovremmo scendere in piazza, dovremmo urlare, dovremmo fermare tutto. E questo è scomodo. Quindi meglio non vedere. Meglio cambiare canale.

Giorgia Meloni evita il Parlamento, parla solo in interviste radiofoniche dove può controllare le domande. Perché in Parlamento qualcuno potrebbe chiederle: "Presidente, quelle 165 bambine, le abbiamo uccise noi?" E lei dovrebbe rispondere. E la risposta sarebbe complicata. Perché se dice "sì, le abbiamo uccise noi", è un problema. Se dice "no, le hanno uccise gli iraniani per incolpare noi", è un problema ancora più grosso perché significa che siamo così cinici da pensare che un regime possa massacrare le sue bambine per fare propaganda. Quindi meglio non rispondere. Meglio rimandare. Meglio aspettare che la gente si distragga.

C'è una frase che circola in questi giorni: "Se sono stati gli americani, la giustificazione dei 'danni collaterali' lascia inalterata l'origine di tanto orrore: l'attacco brutale deciso dai due soci Bibi & Dodo". È una frase onesta. Perché non importa chi ha sganciato quella bomba. Importa chi ha deciso la guerra. Importa chi ha scelto di bombardare un paese mentre era in corso un negoziato. Importa chi considera 165 bambine un prezzo accettabile per i propri interessi geopolitici. Questo è il punto: non l'errore, non l'incidente, non la tragedia. La decisione. La scelta consapevole che in guerra i bambini muoiono e va bene così.

Intanto gli Stati Uniti stanno per schierare una terza portaerei in Medio Oriente. Tre portaerei, tre città galleggianti piene di aerei, missili, soldati, pronte a uccidere.

E noi chiamiamo questo "dissuasione". Chiamiamo questa "politica estera". Chiamiamo questo "difesa della democrazia". Tre portaerei per difendere la democrazia. In un paese, l'Iran, dove la democrazia non c'è mai stata. Quindi cosa stiamo difendendo? Il petrolio? Le rotte commerciali? Il fatto che noi possiamo comprare la benzina a un prezzo accettabile? Sì, probabilmente sì. 165 bambine per la benzina a un prezzo accettabile. È questo il calcolo. Nessuno lo dice, ma è questo.

I media italiani parlano del referendum, della manovra economica, della procedura d'infrazione.  I media italiani sono posseduti da gente che ha interessi in questa guerra. Da gente che non vuole che ci si fermi troppo su quei corpi di bimbe. Da gente che preferisce che parliamo di altro. E funziona. Perché la gente è stanca, è confusa, è spaventata. E quando sei stanco, confuso e spaventato, accetti la versione semplice: loro sono cattivi, noi siamo buoni, andiamo avanti.

Ho una proposta per il governo italiano: istituiamo il Ministero per la Gestione dell'Indignazione Selettiva. Sarà un ministero che deciderà per quali morti possiamo indignarci e per quali no. Per gli italiani all'estero: indignazione massima, tre giorni di lutto nazionale. Per i bambini di Gaza: indignazione bassa, un trafiletto. Per le bambine iraniane: nessuna indignazione, erano dall'altra parte. Il ministero fornirà anche istruzioni su come usare le parole giuste: non "bambini uccisi", ma "danni collaterali in un'operazione di pace". Non "massacro", ma "incidente nel contesto di una complessa situazione geopolitica".

Noi italiani ci crediamo brava gente. Ci crediamo diversi. Ci crediamo migliori. Siamo il paese della Costituzione più bella del mondo, del "ripudia la guerra", dell'accoglienza, della solidarietà. Poi diamo le nostre basi, i nostri aerei, i nostri soldati a partecipare a guerre altrui. Poi votiamo governi che si allineano agli imperialisti. Poi non diciamo niente quando 165 bambine vengono sepolte vive. E la domenica andiamo in chiesa e ci sentiamo a posto con la coscienza.

C'è il mercato della morte. I morti sono merce, i numeri sono prezzi, le tragedie sono occasioni di business.

L'Iran ha risorse, ha petrolio, ha posizioni strategiche. Gli Stati Uniti vogliono quelle risorse. Israele vuole quella posizione strategica. I bambini morti sono solo un costo accessorio, come l'inquinamento in una fabbrica. Li calcolano, li mettono in bilancio, li considerano inevitabili. E quando il costo diventa troppo alto, magari si fermano. Magari no. Magari continuano finché non hanno preso tutto.

E noi stiamo lì a guardare la TV, a preoccuparci della manovra economica, a chiederci se Meloni starà con Trump o con gli italiani!

Ma Trump è il nemico! Trump è il distruttore! Trump è quello che bombarda le scuole! E noi stiamo a chiederci se la nostra premier gli darà retta!

Svegliamoci! Siamo dall'altra parte! Siamo quelli che subiscono le conseguenze di queste guerre! Siamo quelli che pagano le tasse per comprare le bombe! Siamo quelli che poi accolgono i profughi che scappano da quelle bombe! Siamo gli idioti utili di questo sistema!

Il meccanismo è sempre lo stesso: si costruisce il nemico, si prepara l'opinione pubblica, si bombarda, si contano i morti, si cambia discorso. L'importante è non fermarsi mai. L'importante è che la macchina continui a girare. Perché fermarsi significherebbe guardare in faccia la realtà: che siamo noi i terroristi. Che siamo noi a violentare e uccidere i bambini. Che siamo noi a distruggere le scuole. Che siamo noi a creare i profughi. È più facile continuare. È più facile inventarsi un altro nemico. È più facile cambiare canale.

Un dittatore pazzo decide di bombardare un paese perché Dio glielo ha ordinato. Un altro dittatore pazzo decide di bombardare lo stesso paese perché anche a lui Dio ha detto la stessa cosa. Insieme, uccidono migliaia di persone. Poi si guardano e dicono: "Missione compiuta, Dio è con noi". Fine. Sarebbe una commedia grottesca, no? Invece è la realtà. E noi la guardiamo in TV, tra una pubblicità di detersivi e l'altra.

L'impero americano sta morendo. Lo sanno tutti, tranne gli americani. E quando un impero muore, diventa pericoloso. Diventa irrazionale. Diventa capace di qualsiasi cosa pur di sopravvivere un altro giorno. L'attacco all'Iran è il rantolo di un impero in agonia. Il fatto che l'Italia lo segua è la prova che siamo ancora una colonia, mentalmente e politicamente. Non abbiamo mai smesso di esserlo. Abbiamo solo cambiato padrone.

L’Italia in questa guerra non c'entra niente. Non ha interessi in Iran, non ha capacità di influenzare gli eventi, non ha nulla da guadagnare. Eppure è lì, con la sua fedeltà atlantica, con i suoi obblighi NATO, con la sua paura di dispiacere agli americani.

È come quel tipo che a una festa sta sempre vicino al più fico, sperando che un po' di popolarità gli coli addosso. Peccato che il tipo popolare sia un pazzo con una bomba in mano.

Penso a quelle bambine. A tutte quelle bambine. A quelle sotto il cemento armato di Minab, a quelle sotto le macerie di Gaza, a quelle che scappano e affogano nel Mediterraneo, a quelle che restano e vengono violentate dai compagni di merende Epstein. Penso ai loro nomi che non sapremo mai, ai loro sogni che non si realizzeranno, ai loro corpi che non diventeranno donne. E mi chiedo: chi deciderà per loro? Chi parlerà per loro? Chi le piangerà, se non le loro madri?

Noi, forse, le ricorderemo ancora per qualche giorno. Poi la vita continua. La vita continua sempre. Anche quando 165 bambine sono morte. Anche quando 20.000 bambini sono morti. La vita continua. Ma non dovrebbe. Non dovrebbe essere così normale.

La vita è precaria. Tutte le vite sono precarie. Ma alcune vite sono più precarie di altre, perché qualcuno ha deciso che possono essere sacrificate, vilipese, calpestate.

Questa è la violenza del potere: decidere quali vite meritano lutto e quali no.

Le 165 bambine di Minab non meritano lutto, secondo i media occidentali, perché sono iraniane. Perché sono nate nel paese sbagliato. Perché la loro morte non serve alla narrazione.

Ma il lutto non è un privilegio, è un diritto. Ogni morte merita lutto. Ogni vita merita di essere pianta. Se non piangiamo quelle bambine, è perché abbiamo accettato la logica del potere: ci sono vite che contano e vite che non contano. E questa è la vera violenza.

Da secoli le donne pagano il prezzo delle guerre degli uomini. Da secoli i loro corpi sono il campo di battaglia, la loro riproduzione è la posta in gioco, i loro figli sono i danni collaterali.

E da secoli ci dicono che è inevitabile, che è così che funziona il mondo, che dobbiamo accettare. 

Non è inevitabile. È una scelta. È la scelta di un sistema che considera la vita delle donne e dei bambini meno importante del profitto, del potere, del petrolio.

È la scelta del capitalismo, del patriarcato, dell'imperialismo.

Non c'è liberazione senza giustizia. Non c'è pace senza verità. 

Non possiamo lottare per i diritti civili in Italia e ignorare i diritti negati in Palestina. La lotta è una sola. Il nemico è uno solo: il sistema che decide chi è umano e chi no, chi merita di vivere e chi può morire. E quel sistema si chiama imperialismo, si chiama colonialismo, si chiama suprematismo bianco.

Siamo qui, 8 marzo 2026, a celebrare la Festa della Donna mentre 165 bambine iraniane giacciono sotto il cemento armato. Siamo qui a parlare di quote rosa, di pari opportunità, di emancipazione, mentre i nostri governanti mandano le nostre basi, i nostri aerei, le nostre armi a uccidere altre donne, altre bambine, altre madri.

Siamo qui, con il nostro "benessere" costruito sulle spalle di miliardi di sfruttamenti, di risorse rubate, di esseri umani ridotti in schiavitù. Con la nostra coscienza pulita perché ci hanno convinto di essere un modello da seguire ed esportare.

Siamo un modello insostenibile, eticamente osceno, privo di moralità.

Non siamo i buoni. Non lo siamo mai stati.

Proprio come gli indiani dei film di John Wayne non erano i cattivi. Erano solo dall'altra parte. Erano solo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come quelle 165 bambine.

Prima o poi il conto da colonialisti egemoni lo pagheremo. Fosse solo per una questione di karma.

Ma probabilmente non sarà il karma. Saranno i popoli che abbiamo oppresso, le risorse che abbiamo rubato, i bambini che abbiamo ucciso. Un giorno si alzeranno e chiederanno indietro tutto. E noi non avremo niente da dire. Perché avremo speso tutto in armi, in guerre, in portaerei.

Ma va bene. Torniamo pure a pensare di essere migliori e più illuminati. Torniamo a guardare la TV.

Torniamo a preoccuparci della manovra economica, della procedura d'infrazione. Tanto quelle 165 bambine sono già dimenticate. Tra una settimana saremo già passati ad altro.

Solo una cosa. La prossima volta che vediamo in TV un bambino morto, in un paese lontano, con un nome impronunciabile, fermiamoci un attimo. Pensiamo che quel bambino è esattamente come i nostri figli, i vostri nipoti, i bambini che incrociamo per strada.

Quel bambino è esattamente come i nostri figli, i nostri nipoti, i bambini che incrociamo per strada.

Quel bambino aveva un nome, una famiglia, dei sogni. Quel bambino è stato ucciso da qualcuno che probabilmente consideriamo nostro alleato.

E poi chiediamoci: da che parte sto? Da che parte voglio stare?

Perché la storia ci giudicherà. E non sarà clemente.

Buona Festa della Donna. 165 volte buona Festa della Donna.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26. Art by Stephen Stadif)

#italiennéandertalien
#MIPLab
#stephenstadif


 

7 mars 2026

LIBERE BOMBE IN LIBERO MERCATO (il conto lo paghiamo noi!)

La Russia fornisce intelligence all’Iran per colpire le forze USA.

È il libero mercato, la globalizzazione applicata alla guerra. 

Intanto, 50 jet israeliani hanno sganciato 100 bombe sul bunker sotterraneo di Khamenei. 


È il marketing della distruzione. "Gli israeliani hanno lo sconto famiglia: 100 bombe al prezzo di 50, se portate il jet da combattimento usato in permuta". È il grande bazar della morte.


Si gioca a fare i punteggi: “Noi abbiamo sganciato 100 bombe!” “Ah sì? Noi abbiamo un missile con una testata da due tonnellate!” “E noi abbiamo ucciso il vostro leader!” “E noi abbiamo le spie russe e ottanta milioni di persone: che fate, le ammazzate tutte?” 

Un magnate emiratino, Khalaf Habtoor, che un tempo stringeva la mano a Trump, ora si lamenta: “Ci avete trascinato in una guerra che non abbiamo scelto”. 

“Non abbiamo scelto”. Come un passeggero su un aereo in picchiata che scopre che il pilota e il copilota si stanno sfidando a chi sfiora per primo la cima del grattacielo. E lui lì, in classe business, con lo champagne in mano, che dice: “Ehi, io avevo pagato per un volo tranquillo!”. 

Questo è il capitalismo. Si investe miliardi nel Board of Peace, nella ricostruzione di Gaza, e poi quei miliardi si trasformano in bombe. È una forma di reincarnazione del denaro: da simbolo di pace (fasulla!) a strumento di morte (reale!). E a quel punto, chi ha messo i soldi può solo chiedere: “Scusate, ma i miei dividendi, dove sono?”. Ben svegliato, signor Habtoor. Sono nelle macerie. Sono nei mille morti in Iran. Ecco i suoi dividendi.
 
In mezzo a tutto questo, c’è l’ONU. L’Oms conta i morti, quasi mille, e gli sfollati, centomila da Teheran. L’Unhcr conta gli altri. 

"Le conseguenze umanitarie sono sempre più gravi", dice l'ONU. "Un milione di persone potrebbe finire in strada". 

Mentre leggiamo, c'è una famiglia a Teheran consapevole che il boato udito non sarà l'ultimo. C'è un bambino in Libano che cerca sua madre tra le macerie. È normale che 'sti quattro deficienti giochino a Risiko con le nostre vite?

Viviamo una guerra che rende alcune vite "vivibili" e altre no. La vita del magnate emiratino, che può twittare la sua indignazione, è una vita che merita di essere ascoltata, protetta. La vita del bambino iraniano sotto le bombe, o della famiglia libanese in fuga, è una vita sacrificabile sull'altare della "sicurezza nazionale" o della "lotta al terrorismo". 

È un esercizio di potere che decide chi può piangere i propri morti e chi no. Il dolore di Teheran è un numero, una statistica dell’OMS. Il dolore di Israele o degli USA è una tragedia, un titolo in prima pagina.


Non dimentichiamo che dietro a tutto questo c'è il capitale. C'è chi specula sulle armi, chi lucra sulla ricostruzione, chi si arricchisce con il petrolio di chi viene bombardato. La guerra non è un incidente di percorso, è la prosecuzione degli affari con altri mezzi. È il modo che il capitalismo ha trovato per riprodursi, per distruggere le comunità, per appropriarsi delle risorse, per rendere i corpi meri strumenti di una macchina da guerra che non controllano. 

L'iniziativa di pace (fasulla!) di Trump a gennaio era l'ennesima operazione immobiliare su Gaza, e ora che l'inchiostro è "asciutto", si torna alla liquidità: quella del sangue.

Non possiamo più permetterci di guardare. La guerra è la sconfitta definitiva della ragione, della cura, della relazione. È l'apoteosi di quei valori violenti che ci hanno portato fin qui. 

La risposta è organizzarsi, è creare reti di solidarietà che attraversino i confini, è rifiutarsi di essere divisi e divise. 

I leader giocano alla guerra, noi dobbiamo costruire pace, dal basso, con la tenacia di chi sa che un altro mondo è possibile, e che questo mondo non si costruisce con le bombe, ma con il dialogo, con l'ascolto, con il coraggio di dire "no" a chi vuole trasformare la nostra terra e le nostre vite in un campo di battaglia.

Cari signori della guerra, buon divertimento con la vostra partita. Spero che vi siate divertiti a contare i vostri missili e i vostri bunker. 

Mentre voi festeggiate le vostre "vittorie tattiche", noi raccoglieremo i pezzi. 

I pezzi delle nostre case, delle nostre famiglie, della nostra umanità. E quando avrete finito, quando l'ultimo jet sarà tornato alla base, ricordatevi che il conto lo passeremo a voi. 

Il conto di mille morti, di un milione di profughi, di un'intera regione a pezzi. 

E non accetteremo assegni. Pagherete con la vostra credibilità, con la vostra storia, con la faccia. Perché la guerra, alla fine, è solo la sconfitta di chi non sa più parlare. E voi, oggi, avete perso malissimo.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)


#italiennéandertalien 
#frammentiperlapocalisse 
#MIPLab 

5 mars 2026

È UFFICIALE: L'IRAN HA ATTACCATO GLI USA ED ISRAELE (ecco le prove!)

Il professor Canfora ha detto una cosa chiara. Semplice, quasi ovvia.

America e Israele hanno attaccato l'Iran. Una vera aggressione. Di solito, per queste cose, servono spiegazioni.

I nostri giornali, quasi tutti, usano altre parole. Parlano di "operazione geopolitica a sorpresa". Come fosse una festa. Una torta in faccia. Ma la torta sono bombe. E gli invitati sono i civili.

Sentite questa. Arriva la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La intervistano al Tg5. Per lei, ora, l'aggredito diventa l'aggressore. Dice che la crisi del diritto internazionale nasce con la guerra in Ucraina.

Come se prima del 2022 il mondo fosse un raduno di boy-scout.

Dimentica il '99, i bombardamenti sulla Serbia.
Dimentica l'Afghanistan.
Dimentica l'Iraq, con quelle armi che non c'erano.
Dimentica la Libia.

Poi dice: la crisi non deve dilagare. Ma dipende dall'Iran: "Se l'Iran non ferma i suoi attacchi contro i paesi del Golfo, che sono totalmente ingiustificati".

Avete capito bene.
Ingiustificati non sono gli attacchi a uno Stato sovrano. Ingiustificata è la risposta di chi si difende.

Secondo la presidente, l'Iran deve stare fermo. Offrire l'altra guancia, mentre le bombe gli cadono in testa. Non importa chi ha iniziato.

Poi c'è l'ex ambasciatrice Zappia. Dice che l'Iran è uno stato terrorista. Quindi, colpirlo va bene.

Facciamo un elenco.
Apriamo un capitolo per chi butta giù gli ospedali.
Per chi affama la gente a Gaza.
Lo sta facendo Israele, con l'aiuto dell'America.
Settantacinquemila persone muoiono di fame.
Se non è terrorismo questo, cos'è?
Una dieta? Con le bombe nel menu?

Poi ci stupiamo se la guerra si allarga.
La verità è un'altra.
Questa bravata dei nostri alleati-padroni ha i suoi vantaggi.
Distrae dallo scandalo Epstein Files.
Allunga la vita politica a Netanyahu, che ha un mandato di cattura internazionale.

E l'Italia? Silenzio. Anzi, non proprio. Il ministro Crosetto era a Dubai quando sono iniziati i bombardamenti. È rimasto bloccato. Poi è rientrato, con quattro versioni diverse sul perché era lì. Una figuraccia mondiale.a presidente non ha commentato.

Certi politici credono che il diritto internazionale valga fino a un certo punto. Finché non dà fastidio agli amici.

Alla Meloni, all'Italia, arriverà il conto. Come sempre (Bollette, carburanti sempre più cari). In questo paese solo la corsa al riarmo non conosce crisi.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)

#italiennéandertalien
#MIPLab

3 mars 2026

EPIC FURY (Non sapevano leggere i segni e avevano perso il consenso. Il mondo intorno a loro non ci credeva più e la gente passava oltre, senza alzare lo sguardo)

All’inizio, bisogna dirlo, c’era una certa eleganza nel cataclisma. I monitor, sparsi come edicole votive per ogni angolo della metropoli, nelle stazioni della metropolitana che sembravano gli ipogei di una religione dimenticata, sui fianchi dei grattacieli che graffiavano un cielo sempre più color piombo, trasmettevano il Sogno. 

Un sogno di potenza splendente, di ordine geometrico, di un impero che aveva sconfitto il tempo e lo spazio. 

La Voce, che poi era un coro di voci sintetiche modulate sull’idea di una pace armata, raccontava di esportazione della democrazia, di operazioni chirurgiche, di fulminee liberazioni, di riserve energetiche messe in sicurezza per il bene dell’umanità tutta. 

La Epic Fury, così chiamavano la potenza, era il Leviatano che teneva a bada il caos. E per lungo tempo, il caos parve una fiaba lontana, un rumore di fondo oltre i confini del mondo conosciuto.

Ma il tempo, si sa, è un gran divoratore di imperi, e i segni della decomposizione cominciarono a mostrarsi come macchie di umidità sugli affreschi troppo celebrati. 

La prima avvisaglia fu un’ombra di disincanto negli occhi di chi guardava i monitor. Un tempo li fissavano con la devota attenzione riservata agli oracoli. 

Poi, lo sguardo divenne distratto, come ci si sofferma su una vetrina di cui si conoscono a memoria tutti gli oggetti che non si desiderava più acquistare. 

La propaganda, un tempo architettura granitica, cominciò a mostrare le crepe. 

Le "operazioni chirurgiche" duravano mesi, poi anni. Le "liberazioni" portavano profughi e macerie. Le "riserve energetiche" sembravano il pretesto di un gigante che, nella sua stiva ormai vuota, doveva trovare a tutti i costi nuovo carburante per non arrestare i propri ingranaggi.

Stazionava il barbone Loris sulla riva del fiume, un tempo via consolare, ora cloaca massima della città. Era una figura quasi archeologica, il suo volto, solcato da rughe come mappe di territori inesplorati, era rivolto verso l’acqua melmosa, ma i suoi occhi sembravano guardare oltre, forse verso i sobborghi orientali della metropoli, dove le notizie parlavano di una guerra, l'ennesima.

Una guerra che gli oracoli sui monitor chiamavano con nomi sempre nuovi: "Scudo nel deserto", "Alba di libertà", "Sentinella dello Stretto". Nomi che cambiavano, ma la sostanza era sempre la stessa: fumo, fuoco e morte.

Loris aveva cominciato a parlare. E il suo parlare era un evento, perché rompeva il silenzio di tomba che la città si era cucita addosso. Riuniva intorno a sé altri reietti, altri compagni di sventura, seduti su blocchi di marmo che un tempo erano stati il basamento di una statua del Fondatore. E lì, in quel simposio di diseredati, fioriva una sapienza amara.

Anche Loris lo sapeva ormai, aveva una sua prospettiva ed era pronto a condividere i suoi pensieri con gli altri suoi compagni di sventura. 

"Vedete, noi siamo qui, in riva al nostro Tevere, a guardare un impero che si crede eterno. Laggiù, in riva a un altro fiume, il Tigri o l'Eufrate, guardano le loro case bruciare. Noi e loro, legati dallo stesso filo. Il filo della potenza che non sa più cosa sia la potenza. I nostri padroni credono di controllare il mondo con le loro armi e la furia che chiamano epica. Ma la loro furia è l'epica di un gladiatore che combatte nell'arena mentre l'Impero fuori crolla. È la fine di Roma, amici miei. La stessa fine."

E qualcuno chiedeva: "Ma come, Loris? Non abbiamo noi le legioni, le flotte, le armi che fulminano a distanza?".

E Loris rispondeva: "Certo, come le avevano i Romani nel IV secolo. Avevano ancora le legioni, le flotte, le armi. Ma avevano perso il consenso. Il mondo intorno a loro non ci credeva più. I popoli non volevano più essere romani. Erano diventati invisibili ai loro stessi occhi. Noi ora siamo invisibili. Loro, laggiù, sono diventati i nuovi barbari, portatori di un'altra verità: si può vivere anche senza il permesso della Epic Fury. Il mondo sta cambiando, e loro vedono solo lo specchio di una presunta grandezza. Non sanno leggere i segni. Non capiscono che la guerra per l'energia è la guerra di un corpo che si sta dissanguando e cerca disperatamente di trasfondere sangue nuovo, ma le vene sono rotte."

Il suo discorso era un labirinto, ma in quel labirinto si trovava il centro. Sembra a tutti gli effetti di essere entrati nell’era che ha vissuto Roma nel quarto secolo e che ha causato la sua disfatta. L'impero, al culmine della sua forza, era più impotente del barbone sul fiume. Perché il barbone sapeva di essere niente, e questa consapevolezza era la sua unica, inattaccabile fortezza. L'impero, invece, credeva di essere tutto, e questa illusione era la sua crepa, per la quale si sarebbe infranto.

"La cosa più buffa," proseguiva Loris, e la sua risata era un suono secco, "è che sembra proprio che non si voglia imparare ognuno dalle esperienze degli altri, pensiamo, ogni volta, che questa volta andrà diversamente." 

Il teschio che il barbone teneva sulle ginocchia -simbolo di ogni potenza passata- sembrava annuire.

"Per me il problema è nel sistema di governo", concluse Ken, uno dei compagni, riecheggiando un pensiero che ormai fluttuava nell'aria come l'odore del fiume. "Non è l'uomo, è la forma che gli diamo. È la gabbia che costruiamo e in cui ci chiudiamo, convinti che sia il mondo."

Erano gli scampoli, anni, decenni, quella Furia Epica si avviava inesorabilmente al suo sgretolamento, come l'impero romano.
La stessa parabola: ascesa, potenza, orgoglio, e poi lentezza, immobilismo, e infine il crollo. 

Pensavano di essere immuni. Credevano di poter fare un percorso diverso, sempre a inseguire la stessa chimera di un sistema perfetto, sempre a sbattere contro lo stesso muro.

I monitor, nel frattempo, continuavano a trasmettere le gesta della Epic Fury. Mostravano immagini di droni che sorvolavano deserti, di esplosioni misurate, di bandiere piantate su macerie. Ma la gente passava oltre, senza più alzare lo sguardo. I bambini giocavano a rincorrersi sotto gli schermi, i cani vi si accostavano indifferenti, qualcuno alzava la zampa per pisciare sulla colonna marmorea dell'aquila imperiale. 

L'incantesimo era rotto. La parola del barbone, sussurrata sulle rive del fiume, era diventata il nuovo vangelo. Un vangelo di disincanto, ma anche di una pace profonda, quella che viene dalla fine delle illusioni.

Mentre l'impero si accaniva in un'ultima, furiosa stretta per afferrare l'energia che gli sfuggiva, la città si spense in un silenzio pregno di attesa. 

Era il silenzio della consapevolezza. Le persone erano ancora attive, ma la loro attività non era più rivolta al culto del Leviatano. Era un'attività sotterranea, molecolare, che tesseva una nuova trama. 

E in quel silenzio, risalì nei i secoli una specie di poesia. Veniva da altre epoche, altri popoli che avevano conosciuto la follia della potenza. Parlava di pace. Loris la mormorò, i suoi compagni la raccolsero, e la città, pietra dopo pietra, parve ascoltare:

“È assassinio. Non c'è vittoria, è caduta. Non c'è pace, è il silenzio. Dopo l'ultimo grido.”

E la Epic Fury, nel suo delirio di onnipotenza, continuò a combattere, a uccidere, a cadere, senza accorgersi che il mondo, ormai, l'aveva già lasciata indietro, in riva a un altro fiume, a contemplare la sua stessa, inevitabile fine.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Frammenti per l'Apocalisse, Mip Lab, 3/26. Art by by Stephen Stadif)

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2 mars 2026

LA FINE DELL'IMPERO (E DEI SUOI SATELLITI)

Che sta succedendo in Asia occidentale? I tg e le prime pagine dei quotidiani di regime liquidano il tutto in 30 secondi e con trafiletti, magari tra un servizio sportivo e uno sulle gesta mirabolanti del nostro Presidente del Consiglio in carica.

Eppure, in queste poche ore che hanno sconvolto il Golfo, abbiamo assistito al canto del cigno di quello che Pepe Escobar, chiama "l'Impero del Caos, del Saccheggio e degli Attacchi Permanenti".

L’Iran, dopo anni di sanzioni brutali, di embargo, di minacce quotidiane, in dieci ore fa quello che nessun esercito europeo, con i suoi generali gonfiati di aneddoti e medaglie, potrebbe fare in dieci anni.

27 basi militari statunitensi bombardate senza sosta. Lo Stretto di Hormuz, il rubinetto del petrolio mondiale, chiuso e poi riaperto con una clausola esilarante: libero passaggio solo per navi russe e cinesi. Una specie di "Voi no, grazie".

E non è finita. Ai naviganti americani arriva un messaggio cristallino: "Le vostre navi da guerra? Se non levate le tende, le trasformiamo in barriere coralline artificiali".

Ora, cari telespettatori di Mentana e Porro, fermiamoci un attimo. Chi è l’aggressore? Chi è il terrorista? Chi è lo "stato canaglia"? 

Secondo la vulgata imperiale, sempre loro, i cattivi di turno. Ma proviamo a rovesciare il cannocchiale.

La scintilla di questo putiferio è un atto talmente vigliacco che persino i peggiori falchi del Pentagono, a bassa voce, ne riconoscono la follia. Il solito "capo di una setta della morte" (quella che, guarda caso, gode di diritto di veto all'ONU) decide di giocare la carta dell'assassinio mirato.

Obiettivo: la Guida Suprema iraniana, Ayatollah Khamenei. Scenario: una scuola elementare nel sud dell'Iran. Bersaglio collaterale: oltre cento bambine.

Un atto di puro terrorismo di Stato. Un crimine contro l'umanità.

Cosa ci si aspetterebbe? Il crollo, il caos, la resa incondizionata. Così funzionano le democrazie occidentali: tagli la testa, il corpo muore. In Iraq è successo, in Libia è successo, in Afghanistan (alla fine) è successo.

In Iran, no.
Meno di mezz'ora dopo il massacro, Teheran non piange: reagisce. 

Con una controffensiva che lascia di stucco i generali americani, abituati a vincere facile contro popoli inermi. 

L'Iran aveva un piano. Quattro strati di successione. Una struttura di comando talmente solida che nemmeno la decapitazione la scalfisce.

E qui arriva la parte più interessante, quella che dovrebbe far riflettere i nostri governanti, sempre pronti a compiere la colletta per comprare l'ennesimo cacciabombardiere inutile.

L’America spara. Spara missili intercettori che costano 15 milioni di dollari l’uno. I suoi sistemi THAAD sono il top della tecnologia, roba da fare invidia a Guerre Stellari.

E l'Iran cosa fa? Lancia una pioggia di missili balistici, più vecchi ma efficaci, per far esaurire le scorte degli intercettori americani. 

E quando i super-missili a stelle e strisce sono a secco, come topi d'acqua, mandano i loro droni Shahed-136.
Droni che costano quanto un'utilitaria usata. Droni che fanno un macello. 

È la vendetta di Davide contro Golia (ops!). È la prova provata che la potenza industriale e militare, senza un'idea e senza il sostegno dei popoli, è solo un gigante dai piedi d'argilla.

E Dubai brucia: fine della pacchia (scappa Corsetto, scappa!). 

Fa davvero male all'Impero l'Iran che colpisce Dubai. E non colpisce basi militari, no. Colpisce i templi dell'opulenza: il Burj Khalifa, il Burj Al Arab, Palm Jumeirah. 

Quei mostri di merda, cemento e vetro che simboleggiano il capitalismo parassita, il riciclaggio di denaro sporco, l'economia dei servizi senza industria, senza produzione, senza dignità. 

Quella Dubai costruita da schiavi moderni per far divertire gli sceicchi e gli speculatori occidentali.

Ecco, ora quei grattacieli sono in fiamme. L'aeroporto internazionale, hub fondamentale per i voli globali, è al buio. Il 27% del PIL di Dubai vola letteralmente in fumo.

E mentre Mohammed bin Zayed implora al telefono un cessate il fuoco, scopriamo che il leader americano di turno (anche gli altri erano bastardi!), con la sua corte di yes-men e i suoi affari loschi negli Emirati già il primo giorno chiedeva la pace.

Tramite canali diplomatici italiani. Sempre presenti, noi italiani, nelle guerre degli altri. Sempre pronti a portare le valigie, a fare da telefonisti, a raccogliere le briciole.

Per 47 anni l'Iran è stato messo all'indice. Sanzioni su sanzioni. Isolamento. Minacce. Eppure, in dieci ore, ha mostrato al mondo intero che resistere è possibile. 

Che un popolo che crede in qualcosa, che ha una strategia e una dignità, può mettere in crisi anche l'esercito più potente della storia.

Russia e Cina, nell'ombra, garantiscono che le difese iraniane tengano. Ma è la resistenza popolare, la resistenza di una nazione, a fare la differenza.

Tutto il cosiddetto "Sud Globale" sta guardando l'Impero che arretra, che trema, che chiede la pace dopo un giorno di guerra. 

Sta guardando l'Iran che, dal martirio di un leader e di cento bambine, trova la forza per una vendetta che è anche la costruzione di un nuovo ordine.

Quello che si apre davanti a noi potrebbe essere lo scenario di un'Asia occidentale finalmente libera dall'impronta militare americana. Un'ipotesi che solo fino a ieri sembrava fantapolitica, e che oggi, dopo queste dieci ore, è all'ordine del giorno.

L'Impero del Caos ha scatenato l'ennesima guerra. Ma questa volta, forse, ha trovato chi gli risponde per le rime. 
E noi, da questo angolo sperduto d'Europa, non possiamo che guardare e imparare. E sperare che un giorno, anche da noi, qualcuno impari a resistere con la stessa dignità.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 3/26)

#italiennéandertalien 


1 mars 2026

LA FAVOLETTA DELLA PACE: COME ABBIAMO SCOPERTO CHE LA LIBERTÀ SI OTTIENE CON LE BOMBE INTELLIGENTI (3 criminali, 2 sono ancora vivi)

Ti svegli la mattina e scopri che qualcuno ha deciso che "pace nel mondo" significa radere al suolo il quartiere di qualcun altro, ammazzando decine e decine di bambine a scuola.

Ho sognato un mondo senza i due criminali Usa e Iesraeliano. È morta una delle tre persone più malvagie del mondo, ma le altre  due sono ancora vive.

Che bello sarebbe un mondo senza quei due. Quelli con la faccia da primo della classe che picchiano i compagni nell'intervallo. Mi sono svegliato ed ero felice.

Ho acceso -inavvertitamente- la TV e ho visto che il vecchio non c'era più, ma gli altri due erano lì, a spiegare che ci stanno salvando.

Così fan tutti (tranne noi). Macerie fumanti.  I soliti noti, con i loro cappellini da "costruttori di pace",  mitragliatrici e martelli pneumatici in mano. Hanno appena inaugurato una nuova, brillante strategia diplomatica: "L'operazione di pace profilattica".

Funziona così: se un Paese non ti sta simpatico, o ha della roba che a te serve, o semplicemente ti guarda storto, lo bombardi "preventivamente". Lo chiami "Operazione Furiosa Epica" , perché i nomi fantasiosi fanno vendere missili.

Il comunicato stampa parla sempre di "minacce imminenti" e "valori occidentali".

Ora, seguiamo la logica: se io ho paura che il mio vicino mi tiri un pomodoro, ho il diritto di entrare a casa sua con un bulldozer, ammazzargli il nonno e dire che l'ho fatto per difendermi e per portare la "pace" nel quartiere? A quanto pare sì, se il mio vicino si chiama Iran e io mi chiamo Stati Uniti d'America, con il mio compagnuccio serial killer che mi passa gli attrezzi.

È la sindrome dell'uomo con il martello per cui tutto il mondo diventa un chiodo. Solo che qui il martello è un F-35, e il chiodo è una scuola di bambine, dove sono morte 160 persone . Ma quella non è una scuola, è un "obiettivo militare camuffato da luogo di istruzione".

E subito parte la reazione a catena dell'ipocrisia. I capi del "mondo libero" si riuniscono. I democratici alzano un dito, non per pregare, ma per fare una mozione: "Ehi, ma il Congresso non lo ha autorizzato! Ci sono serie preoccupazioni costituzionali!".

Perfetto. Quindi il problema non è che abbiamo ammazzato 200 persone, il problema è la firma sbagliata sul modulo. Se il modulo fosse stato timbrato, allora sì, sarebbe stata una guerra perfettamente democratica.

E mentre le televisioni titolano "Successo dell'attacco", come se fosse un goal in zona Cesarini, io mi chiedo: ma il "successo" per un politico occidentale è sempre il numero di morti dall'altra parte?

Mark Twain una volta scrisse che "la religione è stata creata per dare pace all'uomo. E la guerra per dare pace ai cristiani". Se fosse qui oggi, Twain aggiornerebbe: "La democrazia è stata creata per dare potere al popolo. E le bombe intelligenti per dare democrazia ai cadaveri".

Uccidere è l'unica cosa che sanno fare veramente bene. Trump annuncia che l'obiettivo è la "PACE IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE E, ANZI, NEL MONDO!" .

La Pace con la P maiuscola, quella che si ottiene con le bombe a grappolo. È una pace che non lascia scampo. È una pace che se sei un sopravvissuto sotto le macerie, ti senti veramente in colpa per non essere abbastanza pacifico da startene zitto e morire.

E Netanyahu, il fedele scudiero (ma forse, è il dominus che tiene per le palle, le famose palle di Epstein), che dice che colpiranno "migliaia di obiettivi nei prossimi giorni" .

Si fa così, sai, quando l'economia va male e i processi per corruzione incombono: una bella guerretta ridà smalto all'immagine. È la politica estera intesa come terapia d'urto per i sondaggi.

Una forma di intrattenimento superiore per le masse occidentali: mentre guardi le immagini delle "operazioni di polizia internazionale" in TV, non pensi a quanto paghi il pane.

L'imperialismo non è mai morto. Ha solo cambiato vestito. Si è fatto un lifting. Una volta arrivavi con la nave e piantavi la bandiera. Ora arrivi con la portaerei.
Si chiama "esportazione della democrazia", ma suona come "ci serve il vostro petrolio e le vostre rotte marittime".

L'Europa "esprime preoccupazione" e chiede moderazione. La Francia, la Germania e la Gran Bretagna precisano: "Noi non abbiamo partecipato". Bravi. Non avete partecipato all'omicidio, ma continuate a fornire l'arma.

O meglio, continuate a comprare il petrolio da chi lo estrae grazie a questi omicidi. Siamo servi. Servetti contenti. Siamo in mano a dei guerrafondai delinquenti che si credono i padroni del mondo perché nessuno fa nulla.

Noi, invece di fare qualcosa, facciamo i titoli di giornale. Titoli bellissimi: "Israele e USA colpiscono il cuore dell'Iran". Il "cuore". Che linguaggio romantico per descrivere un omicidio mirato.

La guerra è la massima espressione della cultura di potere e di sopraffazione. È il fallimento del linguaggio, la vittoria del testosterone armato.  Pagano sempre i corpi. Quelli delle donne, dei bambini, degli anziani.  I corpi che non hanno voce nei consigli di guerra, ma che diventano numeri nei bollettini di morte. Colpire una scuola  non è un errore, è la logica conseguenza di un sistema che considera la vita umana un danno collaterale.

Certe vite sono considerate "degne di lutto" e altre no. La vita di una bambina a Teheran è "degna" come quella di una bambina a Tel Aviv?
Evidentemente no, se la prima può essere sacrificata per la "pace nel mondo" e la seconda è protetta da un sistema di difesa a strati.

È la gerarchia del pianto. È il pianto permesso solo a chi sta dalla parte giusta della storia. Quella scritta dai vincitori.

Questa non è una guerra tra civiltà, ma tra classi. Tra chi possiede le armi e chi possiede solo la propria sopravvivenza. È una guerra contro i poveri del mondo, ovunque essi siano.

Non c'è etnia, non c'è Dio. C'è il capitale che decide che certi territori devono essere "aperti agli affari", anche a costo di spianarli con le bombe.
Dove andranno a scuola le bambine adesso? La loro colpa era solo quella di esistere, di imparare, in un paese che ha un leader sgradito all'Occidente. E per questo, la loro scuola è diventata un cratere.

Il potere non si concede, si prende. Ma qui il potere non lo prendono i popoli, lo prendono i pazzi con il dito sul grilletto. E la vera rivoluzione, quella pacifista, sembra sempre più un'utopia da sognatori.

Eppure, sognare è l'unico atto di ribellione che ci resta. Sognare un mondo senza quei due criminali. E lottare perché quel sogno, un giorno, diventi realtà. Perché la pace non è l'assenza di conflitto, ma la presenza di giustizia. E oggi, di giustizia, non c'è nemmeno l'ombra.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)

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28 févr. 2026

PREHENSIO PER CULUM: IL LATINORUM ALLA LEGGE ELETTORALE DEL MUSSOLINUM

Hanno preso la nostra voglia di contare qualcosa, di mettere una croce su un nome e sentire che quel nome ci rappresenta, e l’hanno infilata in un tritacarne. Lo "Stabilicum".

Che nome elegante, sembra un farmaco per la prostata. Lo prendi e non hai più lo stimolo. E infatti: lo stimolo a votare, a sperare, te lo toglie.

Ti dicono: "Tu, elettore, non conti niente, ma proprio niente!".

Hanno messo un po' di premio di maggioranza, ma non esageriamo, eh. Solo il 17 per cento dei seggi in regalo. Un'inezia.

Tanto l'elettore è distratto, pensa al carrello della spesa. E poi le liste bloccate, lunghe come l'elenco dei politici indagati.

Così, quando apri la scheda, ti trovi davanti una sfilza di nomi che non conosci, scelti da loro, nelle segrete stanze. E tu devi fidarti. Devi abbassare la testa e dire grazie.

Questa storia non è solo triste, è una presa per il culo colossale, e dobbiamo chiamarla col suo nome.

Nel Grande Fratello Italiano, versione politica, la concorrente, Giorgia Meloni, ha appena vinto la prova del "Premio di Maggioranza". Ha raccolto il 40% dei like, e per questo si porta a casa il 57% del potere.

È come se andassi al ristorante, ordinassi una pizza margherita, e il cameriere ti portasse anche la cena di tutto il tavolo accanto, dicendo: "Tanto lei ha ordinato per primo, si goda il surplus."  Gli altri possono guardare, annusare, e magari ringraziare che esistiamo.

Ecco, questa è la destra conservatrice al potere: un ristorante dove chi ha più fame (di potere) mangia anche la porzione degli altri, e gli avanzi li chiama "governabilità".

Ma la genialata, il capolavoro di cinismo, è il nome: "Stabilicum". Sembra il titolo di un trattato di Cicerone, invece è il nome della chiave che hanno infilato…nella serratura della nostra Costituzione per bloccarla per sempre.

E quando si fa notare che forse, regalare un sesto del Parlamento a chi prende il 40% è un tantino sproporzionato, loro ti guardano con sufficienza: "Ma no, è per la stabilità! Così non cambia mai niente, così possiamo governare per sempre, indisturbati!"

E a questo punto, il professor Ainis fischietta un vecchio adagio: se la stabilità è la virtù suprema, allora Mussolini era un sant'uomo. Trent'anni di treni in orario, di piazze piene, di consenso unanime. Una stabilità granitica, da manuale.

Quindi, ben pensato, professor Ainis. Perché non lo chiamiamo "Mussolinum"? Almeno è onesto. Almeno non si nasconde dietro l'ipocrisia di una parola finta.

Perché questa legge è esattamente questo: il "Mussolinum". Un premio per il più forte, un ceppo sulle ruote del cambiamento, una sedia elettrica per la democrazia.

E attenzione, perché l'umorismo nero di questa storia è che lo fanno in nome del popolo. "Lo vogliono gli italiani!", gridano.

Ma quali italiani? Quelli che non vanno più a votare perché sanno che tanto la loro scheda finirà nel calderone delle liste bloccate? Quelli a cui hanno spiegato per anni che la politica è una cosa sporca, e ora si ritrovano con le prove del DNA su ogni articolo di questa legge?

Da una parte, loro, con i loro calcoli e i loro latinorum, che cucinano un piatto di merda chiamandolo "Stabilicum". Dall'altra, un paese che si barcamena tra l'indignazione e l'apatia, ormai rassegnato all'idea che la politica sia una cosa da guardare in tv, come una serie trash di cui ormai sai già la fine. È un documentario esplosivo sulla fine della rappresentanza, girato con la telecamera a infrarossi per vedere bene le facce di chi ci sta fottendo.

Lo fanno sembrare complicato. Parlano di soglie, di ballottaggi nazionali, di creature ibride tra proporzionale e maggioritario.

Ma non è complicato, è semplice: ci stanno togliendo il voto. Ce lo stanno sequestrando. Hanno preso la cosa più sacra in una democrazia, quella per cui la gente è morta, e l'hanno trasformata in un'azione di disturbo, in un optional, in un fastidio da gestire.

In Italia, l'unica cosa stabile è il potere di chi ce l'ha, e l'unica cosa certa è che il nostro voto, ancora una volta, non conta niente.

Il "Mussolinum", non è solo un trucchetto da quattro soldi per aggiustare i conti in Parlamento. È un atto di violenza strutturale. È il manifesto politico di chi vuole un paese monolitico, senza crepe, senza voci dissonanti. È la materializzazione del pensiero unico.

Una legge che ti dà il 17% dei seggi in premio è una legge che dice: "Voi, con le vostre istanze, con le vostre lotte, con le vostre esistenze che non rientrano nei nostri canoni, non sarete rappresentati. Non avrete voce. Perché il potere è nostro e ce lo teniamo stretto, in una bolla sempre più piccola, sempre più uguale a se stessa".

È l’apoteosi della politica che decide chi conta e chi no, nulla di nuovo ma allo scoperto più eclatante: i padroni del vapore, i signori delle preferenze, gli amministratori del consenso. A noi, agli altri, alle altre, a chi chiede giustizia sociale, a chi lotta per i diritti civili, a chi non si riconosce in questo teatrino, a noi viene detto: "Silenzio, tanto non contate un niente!".

Hanno reso il nostro voto un optional, una comparsa. Hanno svuotato la democrazia del suo significato più profondo: la possibilità di essere tanti, diversi, complicati, e di trovare un equilibrio in quella complessità. Vogliono un paese dritto, rigido, fascista.

Di fronte a questo monumento all'ipocrisia, al cinismo, chiamato "Stabilicum", la risposta non può essere solo la rabbia. Deve essere la determinazione a non farsi mettere a tacere. A continuare a parlare, a scrivere, a denunciare, a vivere le nostre vite piene e complesse come un atto di resistenza. A ricordare, ogni giorno, che la politica non è un gioco di società per pochi eletti, ma è la cosa più seria e più bella che abbiamo per decidere come stare al mondo insieme.
E che nessun latinorum, nessuna legge truffa, nessun "Mussolinum" potrà mai spegnere la nostra voglia di contarci, eccome se contiamo. Contiamo tutte e tutti, un niente per volta, fino a far esplodere il questo loro sporco e pericoloso gioco.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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26 févr. 2026

BUONGIORNO FEMMINISMO (Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Ecco, signora senatrice, lei sta legiferando di merda, e noi gliela restituiamo concimata!)

Milano. Un gruppo di ragazze, ‘Non una di meno’, si presenta davanti all’ufficio della senatrice Giulia Bongiorno e, con un gesto antico quanto la civiltà contadina, scarica un po' di letame. Un gesto semplice, diretto, quasi poetico nella sua schiettezza: “Ecco, signora senatrice, lei sta legiferando di merda, e noi gliela restituiamo concimata”. 

Ma al di là della scenetta, che pure ha il suo perché, c'è il nocciolo. Il disegno di legge Bongiorno. La senatrice decide che il concetto di "consenso" è troppo complicato. Troppo entusiasta. 

Allora lo toglie, e lo sostituisce con il "dissenso". La "volontà contraria". Non si parte più dalla domanda: "C'era un sì?", ma dalla domanda: "Il no è stato abbastanza chiaro?". 

È come se, per entrare in un negozio, non si chiedesse più se siete i benvenuti, ma quanto forte avete dovuto urlare quando vi hanno chiuso la porta in faccia.

Questa è la destra, amici miei. Quella che, dopo aver passato anni a dirci che il politically correct ci avrebbe rovinato, passa il tempo a correggere le parole per far sembrare le cose un po' meno brutte. 

Chiamiamolo "dissenso", così sembra più soft. 

Chiamiamolo "decreto sicurezza", così sembra che ci vogliano bene. 

Poi però, quando le donne scendono in piazza e lasciano un messaggio inequivocabile davanti ai tuoi uffici, la risposta non si fa attendere. 

Il nuovo decreto sicurezza, naturalmente, arriverà con diecimila euro per le contestatrici. Multa salata, così imparano a concimare i marciapiedi della politica.

È una lezione di vita all'italiana: se non ti piace la legge che ti toglie il diritto di dire di sì, ti multiamo per contestazione. È una specie di "avviso ai naviganti": il mare è in tempesta, ma la colpa è vostra se non avete imparato a nuotare nella merda.

Il punto è che questa gente vive in una bolla. Più si avvicinano idealmente a certi metodi del secolo scorso, a certi ordini, a certi "io decido, tu esegui", e più si allontanano dalla realtà della gente comune che vuole solo vivere la propria vita. 

Con questa destra sembra di vivere in una continua involuzione del genere umano. Come se qualcuno avesse premuto il tasto "rewind" sui diritti e stesse tornando indietro a velocità doppia. 

È un'epoca buia? No, è peggio: è un'epoca grigia, noiosa, fatta di cavilli e multe. Non ti ammazzano sul rogo, ti seppelliscono sotto le pratiche burocratiche.

Perché poi, guardiamo al di là della legge. In tutto questo teatrino della "volontà contraria", dove finisce la persona? 

Dove finisce la donna che quella sera, in quella stanza, ha avuto paura, è rimasta immobile, non ha detto no perché aveva un coltello (simbolico o reale) puntato alla gola? 

Per la legge Bongiorno, quella donna non ha espresso un "dissenso" abbastanza chiaro. Quindi, forse, non è successo niente. 

È la perfezione giuridica: la violenza non esiste se non è urlata. Lo stupro è legale finché non lo gridi. Una specie di gioco dell'oca in cui se non atterri sulla casella giusta, torni all'inizio e perdi tutto.

E allora, mentre i giuristi di destra giocano a rimpiattino con le parole, c'è chi chiede l'educazione sessuale nelle scuole. Imparare a comunicare, a riconoscere il desiderio, a capire che un sì è un sì e un no è un no. Insegnare il "consenso entusiasta". Figuriamoci. In un paese dove si discute ancora se l'educazione sessuale sia una roba da pervertiti, loro vengono a spiegarti che per dire sì, in fondo, basta non dire no abbastanza forte.

Ma forse il problema è che la libertà, quella vera, quella di essere ciò che si è, di amare chi si vuole, di decidere del proprio corpo, è una cosa che spaventa. Perché è difficile da gestire. 

Mentre il "dissenso" no, è una variabile controllabile. Se la legge parla di dissenso, allora lo Stato può giudicare se il tuo no era un no vero o un no finto. 

Può dire se quella sera tu eri "volontariamente contraria" abbastanza. È il trionfo del paternalismo, della patria, del pater familias che decide lui cosa è bene per te.

Ecco perché, alla fine, quel letame davanti all'ufficio della senatrice è il gesto più onesto che potessero fare. Perché quando chi governa produce leggi di merda, l'unica risposta civile, l'unica risposta politica, l'unica risposta umana, è prendere quella merda e rimettergliela sotto il naso. 

Non per insultare, ma per dire: "Guardate, questo è quello che state facendo. Questa è la puzza che emanano le vostre idee. 

Ora, per favore, pulite. E se per questo ci becchiamo la multa da diecimila euro, amen. Almeno l'avremo spesa per concimare un principio: la libertà non è un optional, e il corpo è nostro, e lo decidiamo noi, con un sì chiaro, libero, e dannatamente consapevole.


(A. Battantier, Memorie di un amore, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2026)


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IL REFERENDUM DEL 22 E 23 MARZO (Si cambia la Costituzione per togliere potere ai magistrati e darlo alla politica)

C’è una scena, l’altra sera, in televisione, che è meglio di una fiction. Il professor Grosso e Bocchino parlavano di contropoteri, di CSM, di procedimenti disciplinari.

Da una parte il professor Grosso, costituzionalista, uno che la Costituzione la insegna e probabilmente la sogna la notte. Dall’altra Italo Bocchino, con in mano una calcolatrice immaginaria, che schiaccia tasti e tira fuori numeri a effetto: “1582 procedimenti disciplinari! Il 96,5% archiviato! Solo il 3,5% di sanzioni! Ecco, vedete? I magistrati si autoassolvono, sono una casta di mafiosi!”.

Il professor Grosso prova pazientemente a spiegare:
“Ma guardi che quelli non sono procedimenti, sono esposti. È come se lei dicesse che tutti i processi penali finiscono in assoluzione perché conta anche le querele che la gente ritira”.

Bocchino non sente, non vuole sentire. La sua calcolatrice è più forte della realtà. E il bello è che il presidente del CSM, che non è esattamente un sovversivo (è un avvocato di area Lega, quindi se fosse una squadra di calcio giocherebbe in casa con la politica), prova a dire la verità: i procedimenti disciplinari veri funzionano, il 40% finisce con condanne. Ma questo non fa notizia. Fa notizia solo che i magistrati sono corrotti. Fa audience solo lo slogan.

Il 22 e 23 marzo si vota il referendum sulla giustizia. Si vota Sì o No alla separazione delle carriere. Ma attenzione: non è mica solo quella. La riforma che ci propinano, quella voluta dal governo, prevede tre cose fondamentali.

Primo: giudici da una parte e pubblici ministeri dall’altra, due carriere separate e incomunicabili.

Secondo: due Consigli superiori della magistratura invece di uno. Perché se un organo non funziona, si sa, la soluzione è raddoppiarlo.

Terzo: i membri del CSM non più eletti dai magistrati, ma sorteggiati. Come alla tombola. Hanno deciso che per evitare le correnti, i giudici nei Consigli si scelgono a caso. Peschi un numero ed esce il laico, peschi un altro ed esce il togato.

Stanno trasformando la giustizia in una partita a tombola con in palio la libertà dei cittadini. E la domanda è una sola: a chi diamo il potere togliendolo ai magistrati? Ma alla politica, naturalmente. Quella che gode di una fiducia altissima. Quella dei partiti limpidi, trasparenti, che non rubano, non si mettono d’accordo, non fanno leggi per salvarsi la pelle. Affidiamo alla politica il controllo dei magistrati. Cosa potrebbe mai andare storto?

Il professor Grosso prova a spiegare l’ovvio: che il magistrato non è l’idraulico. Bella frase, quella, piace a tutti:

“Se il magistrato sbaglia, deve pagare come l’idraulico”. La mettono sui social, la scrivono sui cartelli. “Giustizia per Tizio che ha passato due anni in carcere ingiustamente”. Capisco la rabbia. Se mio figlio finisse dentro per un errore, io vorrei bruciare il tribunale. Ma riflettiamo un attimo.

L’idraulico viene a casa tua, ti dice che il problema è il rubinetto, lo aggiusta, e il giorno dopo ti allaga il bagno. Ha sbagliato lui. Paga. Il magistrato riceve le carte dalla polizia giudiziaria, legge le testimonianze, vede i rapporti dei periti. I periti dicono che le impronte sono sue. La polizia dice che aveva un movente. Tre testimoni giurano di averlo visto. Lui emette un’ordinanza di custodia cautelare. Dopo due anni, si scopre che i periti hanno sbagliato, i testimoni hanno mentito, la polizia ha fatto un pasticcio. Il giudice viene assolto in sede disciplinare perché ha applicato la legge sulla base di quello che sapeva. Chi ha sbagliato? Ma questo è troppo complicato. Molto più facile dire: “Paghi, mafioso!”.

Il professor Grosso lo spiega: se il magistrato sa che per ogni assoluzione dovrà pagare di tasca sua, non arresta più nessuno. Preferisce lasciare libero un colpevole piuttosto che rischiare di rovinarsi per un innocente. E questo vi sembra giusto?

E intanto nessuno parla dei tempi dei processi, le carceri che scoppiano, la mancanza di personale, gli uffici giudiziari dove i computer hanno Windows 95. Di questo non si parla. Perché questo è noioso. Questo è complicato. Meglio parlare di “potere dei magistrati”, di “suprematismo giudiziario”, di “ideologia woke nelle sentenze”. Ma quale ideologia, scusate? Un giudice che applica una legge che il Parlamento ha fatto, applica la legge. E se la legge è sbagliata, non è colpa sua.

Il punto è che questa riforma non risolve niente. Non accorcia i processi. Non assume cancellieri. Non compra computer. Non ristruttura le carceri. Non dà soldi alla giustizia. Cosa fa? Cambia la Costituzione per togliere potere ai magistrati e darlo alla politica. E siccome la politica, in Italia, è quella che ha inventato “Forum”, il “processo del lunedì” e le leggi ad personam, possiamo star tranquilli che ne farà buon uso.

La propaganda del Sì è semplice: “I giudici non pagano mai, sono una casta, votate Sì e li mettete in riga”. La propaganda del No è complicata: “Bisogna mantenere l’equilibrio dei poteri, la separazione delle carriere non accorcia i processi, il sorteggio è incostituzionale”. Una è come una pubblicità della Coca Cola: “Bevi e sei felice”. L’altra è come una lezione di diritto costituzionale. Indovinate un po’ quale funziona di più.

Io non ce l’ho con Bocchino, poveretto. Lui fa il suo mestiere. Prende i numeri, li mette in fila, e dice: “Guardate, è uno scandalo”. Poi arriva il professore e gli spiega che quei numeri non vogliono dire quello che lui pensa.

E lui: “Ah, ma allora quanti sono i procedimenti veri? Fateceli vedere”. Ma non capisce che non è questione di numeri. È questione di capire come funziona. È come se io dicessi: “In Italia ci sono 60 milioni di persone. Di queste, 30 milioni sono uomini e 30 milioni donne. Quindi la metà degli italiani ha la barba”. Capite che non funziona? Perché tra le donne qualcuna avrà la barba, e tra gli uomini qualcuno no, e poi ci sono i bambini, e poi...ma non importa.

Questa è la politica oggi. E intanto il professor Grosso spiegava che l’errore del giudice non è come l’errore del medico. Il medico sbaglia, muore un paziente. Tragedia individuale. Il giudice sbaglia, magari sulla base di errori altrui, e una persona sta in carcere due anni. Tragedia individuale anche quella, certo. Ma se il giudice avesse paura di sbagliare, non arresterebbe nessuno. E allora quanti morti farebbe la mafia intanto che aspetta il processo?

Questo è il punto che nessuno vuole vedere. La paura del giudice è la fine della giustizia. La fine della lotta alla mafia. La fine di tutto. Perché se passa il Sì, tra dieci anni ci ritroveremo con la magistratura in ginocchio, con i pubblici ministeri che hanno paura di indagare, con i giudici che prima di emettere una sentenza si chiedono “quanto mi costerà”.

E poi, quando la mafia comanderà indisturbata e i politici ruberanno a mani basse, qualcuno dirà: “Ma come abbiamo fatto a ridurci così?”.

E la risposta sarà: “Abbiamo votato con la pancia, non con la testa. Abbiamo creduto a quelli che dicevano ‘pagano come l’idraulico’. Abbiamo dimenticato che la Costituzione l’hanno scritta persone che la guerra l’avevano vista, e sapevano cosa vuol dire non avere giustizia”.

Io non so voi, ma io il 22 marzo vado a votare. E voto No. Non perché mi piacciono i magistrati. Non perché difendo le toghe rosse. Ma perché in questa riforma ci vedo la stessa faccia di sempre: quella di chi promette soluzioni facili a problemi difficili.

Quella di chi, per non dare soldi alla giustizia, preferisce cambiare la Costituzione. La Costituzione, quella che abbiamo giurato di rispettare, quella che i nostri nonni hanno scritto col sangue e con la speranza. Quella che in settant’anni ci ha tenuti insieme, nonostante tutto.

Forse è questo che non perdonano alla Costituzione: che funziona ancora. Oggi è il tempo di quelli che controllano e ti puniscono, oggi è il tempo del potere che si applaude da solo. Prendono un biglietto, pescano i giudici come dal sacco della tombola, e chi viene fuori non ha mai sbagliato niente. La legge sarà prona ad accontentare quelli che vogliono vendetta subito, senza processo.

Ma la vendetta non è giustizia. E la giustizia, senza giudici indipendenti, non è altro che il nome elegante che diamo alla paura.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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23 févr. 2026

SANTANCHÈ: COME CONGELARE UN PROCESSO E CHIAMARLO DEMOCRAZIA

Sapete qual è il problema di questo Paese? Che qui non muoiono le idee sbagliate, non muoiono i privilegi, non muore la voglia di fottere il prossimo.

E i processi stanno come i gatti sulle pietre calde al sole: aspettano. Si prendono una prescrizione, una improcedibilità, un conflitto di attribuzione, un rinvio tecnico e aspettano.

Spiegavo la Santanchè ad un'amico tedesco, convinto che lei fosse una specie di femminista (non so dove l'avesse letto!).

È una -per capirci- che di Silvio Berlusconi ha detto tutto e il contrario di tutto: che era un maschilista da combattere, che era il padre di tutti noi, che le donne gliele offrivano su un vassoio, che lui doveva farsi una ragione dei suoi problemi con le donne.

Alla fine è finita in un governo che dice di voler fare le riforme, di voler sveltire la giustizia. E la giustizia, intanto, per lei, è diventata un meraviglioso fermo immagine. Un'udienza rinviata di otto mesi. Poi un'altra. Poi la Consulta, i conflitti di attribuzione, il Senato che fa da scudo.

È come quando giochi a nascondino con un bambino piccolo e lui si mette le mani davanti agli occhi pensando di essere invisibile. Noi siamo quel bambino. E la giustizia è quella che ci vede benissimo, ma fa finta di niente per non farci piangere.

Centoventiseimila euro. È il costo di una presunta truffa all'INPS, soldi pubblici, la cassa integrazione per i dipendenti durante il Covid.

Gente che doveva stare a casa e forse, secondo l'accusa, lavorava in nero per la Visibilia della ministra.

Ora, io non so voi, ma quando penso alla cassa integrazione nel 2020, penso ai miei amici, ai parenti, a gente in ansia con la busta arancione, a chi aveva paura di non arrivare a fine mese.

E scopro che qualcuno, al governo, quel congegno pensato per non far sprofondare il Paese, forse l'ha usato come un bancomat personale.

E non solo: ha anche il tempo e i mezzi per impedire alla giustizia di fare il suo corso. Perché quello che vediamo qui non è un processo, è una dimostrazione pratica di come funziona il potere in Italia. Un manuale di sopravvivenza per la classe dirigente.

Se tu politico commetti un presunto reato e vieni scoperto, i tuoi avvocati trovano un cavillo procedurale (delle intercettazioni, delle mail, "non avevano chiesto il permesso al Senato!").
Il Senato, dove siedi tu, si erge a difesa della tua "prerogativa" e fa muro contro i giudici. Si trascina tutto in Corte Costituzionale. Nel frattempo passa un anno, due, tre. Il processo si congela. E quando si scongela, magari è prescritto, o è cambiato il governo, o ci siamo scordati tutti.

I pm che dicono: "I dipendenti in cassa integrazione lavoravano". E le difese: "No, sono solo documenti, non valgono". È una farsa. È come se uno ti rubasse il portafogli, la telecamera lo riprendesse, e il suo avvocato dicesse: "Sì, ma la telecamera non era autorizzata dal condominio, quindi i soldi sono del mio cliente".

In questo Paese, funziona così. Lo chiamano garantismo, quando sei tu al potere. Quando è l'opposizione, è ostruzionismo.

Lo chiamano difesa della libertà, quando sei tu l'imputato. Quando è un immigrato qualsiasi, è burocrazia.

Santanchè è un monumento all'opportunismo, una specie di eroina nazionale dell'ipocrisia. Ha dato lezioni di femminismo, salvo poi diventare la paladina del partito che considera il femminismo una roba da radical chic.

Ha detto che il tempo delle Minetti era finito, e poi ha governato con chi quelle serate le organizzava. Ha detto che le donne si offrivano a Berlusconi, e poi ha giurato fedeltà al suo ricordo.

Ha detto "non ho mai detto una parola contro di lui", e noi abbiamo le prove che sì, le aveva dette, eccome. Ma va bene così. In Italia, la memoria è un optional, specialmente se hai una poltrona da difendere.

Mentre la sua udienza slitta, mentre il meccanismo si inceppa apposta, mentre i tempi si allungano sempre più, lei sta lì, al Ministero, a fare la ministra.

A tagliare nastri, a dire "ce la faremo", a dispensare ricette per il rilancio del turismo, mentre il suo stesso rilancio personale poggia su fondamenta di carta velina e cavilli legali.

È la sintesi del nostro ceto politico: imprendibile, scivoloso, sempre in bilico ma mai in caduta. Perché in Italia, cadere è per i poveracci. Per i ricchi e i potenti ci sono sempre delle reti: il partito, gli amici, il Senato, la Consulta, il tempo che lavora per loro.

La richiesta di processo è del maggio 2024. Siamo a febbraio 2026. Non si è ancora concluso niente. Ogni tot mesi: "Il ricorso del Senato", "Il conflitto di attribuzione", "L'udienza congelata".

Il sistema Italia è una macchina perfetta per non punire mai i suoi figli migliori. È una monarchia assoluta, ma senza il re, con mille principi e principesse che si spartiscono la torta e si proteggono a vicenda.

Non so come andrà a finire per la Santanchè ma so già come andrà a finire per noi: saremo un po' più stanchi, un po' più rassegnati, un po' più convinti che tanto, è inutile quando vedi una ministra che se ne frega dei processi, che li usa come un gioco dell'oca per tornare alla casella di partenza.


(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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22 févr. 2026

LA CATTEDRA DEL PROFESSOR DI MAIO

Guardi un politico e pensi: questo è come una di quelle palle rigettate dal mare. Non muore, non affonda, torna sempre a galla per farti inciampare mentre passeggi sul bagnasciuga.
Noi italiani siamo nati in una terra dove l’opportunismo è più elastico della mozzarella filata, e dove la faccia tosta è una risorsa nazionale, come il sole e la disoccupazione.

Si dice che dopo la morte non ci sia nulla, ma io credo che per i nostri politici sia vero il contrario: dopo la morte politica, arriva la resurrezione, e spesso la ricompensa è una poltrona in qualche posto dove nessuno controlla cosa fanno.

È una storia antica, tristezza e rabbia che ti sale guardando come ci si arrangia sempre, come si cambia casacca, come si tradiscono gli elettori e poi si viene premiati.

Un sistema che premia i trasformisti. Oggi, la palletta rigettata dal mare ha un nome e un cognome: Luigi Di Maio.

E non è tornata a galla a Mergellina ma sulle rive del Tamigi. Dallo stadio San Paolo al King’s College. Da lì dove si urlava "uno vale uno" al Dipartimento di Studi sulla Difesa.

Di Maio, dopo essere stato ministro del Lavoro, ministro degli Esteri, capo politico del Movimento 5 Stelle, fondatore di un partito chiamato "Impegno Civico" che è durato meno di un ghiacciolo ad agosto, dopo aver fatto il bagnino con Conte e l’ombrelliere con Draghi, ora è diventato "Honorary Professor".

Ora, se leggi "Honorary Professor" pensi a uno che ha scritto libri, che ha scoperto la cura per una malattia, che ha vinto il Nobel. Se sei Luigi Di Maio, "Honorary Professor" significa: "Abbiamo visto il tuo curriculum e abbiamo pensato che fosse così tragicomico da doverlo studiare. Quindi, invece di prenderti in giro, ti prendiamo in cattedra.”

Si occuperà di sicurezza internazionale, di relazioni Europa-Golfo. Ma fammi capire. Sicurezza? La sicurezza di non farsi sgamare mentre cambi idea? La sicurezza di non perdere mai il posto? Lui, che quando c’era da dire "Russi, vi voglio bene" la diceva. E quando c’era da dire "Ucraina, vi voglio bene" la diceva.

Ha fatto più curve lui di un gran premio di Formula 1. Se la sicurezza internazionale si basasse sulla capacità di capire da che parte tira il vento prima di tutti gli altri, allora Di Maio sarebbe il segretario generale dell’ONU, o della NATO. Tempo al tempo, ci arriverà.

Io me lo vedo lì, in toga, a parlare ai giovani studenti di King's College: "Vedete, ragazzi, la geopolitica è come il calcio. A volte giochi nel Napoli, a volte giochi nella Juve. L'importante è stare in campo. E se la squadra va in serie B, tui torni in A con un'altra maglia. L'importante è non ritrovarsi mai senza squadra. E soprattutto, non fate mai come quelli che si intestardiscono su una maglia sola: quelli finiscono in curva, non in tribuna d'onore.
Io, ad esempio, ero il capitano del movimento 'Solo una maglia'. Poi ho capito che il bello del calcio è fare la collezione. Così ora ho una maglia Ue, una del King's, una dell'Ambiente. E nessuno si ricorda più chi ho tifato domenica scorsa."

Utopie: Per essere un professore onorario, dovresti avere onore. Ma se hai onore, probabilmente non sei un politico italiano che ha cambiato tre partiti in quattro anni e ha ottenuto un incarico europeo dopo essere stato cacciato via dai suoi stessi elettori. Quindi, per essere diventato professore, Di Maio ha dovuto dimostrare di non meritarselo, perché se lo meritasse, non sarebbe così abile a giocare al massacro con la propria coscienza.

E pensare che una volta erano i professori a finire in politica. Ora sono i politici falliti a finire professori. È l’università come anticamera del parcheggio dorato.

Oramai i pagliacci non stanno più nel circo ma insegnano all'università e decidono le sorti dei popoli. E noi siamo lì a pagare il biglietto, ogni volta, con le tasse, con il voto tradito, con la dignità.

La ciliegina sulla torta? La collaborazione è "a titolo gratuito". Gratuito come l’aria che tira. Di Maio insegna gratis! Ma certo! Perché se paghi uno così, poi quello si sente in dovere di lavorare. Invece così è perfetto. Lui ci va per il prestigio, per la foto, per dire "Io, al King's".

Loro lo prendono per avere un testimonial vivente di come funziona il capitalismo della coscienza: se hai la faccia come il culo, puoi vendere qualsiasi cosa. Anche la tua totale mancanza di spina dorsale.

Mentre l'Europa gli affida il dialogo con il Golfo (immaginate i sauditi che lo guardano e pensano "Questo è uno dei nostri: vende qualsiasi cosa per una poltrona, capirà subito il business del petrolio"), lui si prepara alla nuova vita.

Luigi Di Maio. L'uomo che ha reso il trasformismo un'arte performativa. L'uomo che ha trasformato la faccia di bronzo in un metallo nobile. Il professore che insegnerà ai giovani come si fa a vincere sempre, senza mai vincere veramente, ma senza mai perdere del tutto.


(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)


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