4 févr. 2026

FRANCESCA ALBANESE: IL RESOCONTO DELL’APOCALISSE A MONTECITORIO (il capitalismo del disastro applicato alla pulizia etnica. Per questo è la "strega". Non perché dica falsità, ma perché dice verità talmente esplosive da far tremare le fondamenta dell'ordine ipocrita su cui poggiamo. E il governo Meloni, in linea con le circensi acrobazie retoriche, non l'ha nemmeno ricevuta. Unico paese “civile” a farlo)

Pare che la sala Montecitorio fosse piena. L'ho saputo dalla mia cara amica Doriana Goracci. Piena di persone che stanno a sentire qualcosa di terribile. E la cosa più amara è che in quella sala, per ascoltare che da qualche parte il mondo sta cadendo a pezzi, non c'era più un posto vuoto.

Non per la partita, non per il concerto, ma per sentire la lista dei morti. Questo è il punto in cui siamo arrivati: dobbiamo prenotare il posto per l'orrore.

E poi finisce la conferenza, si spegne la luce, e tutti fuori, nel traffico, come se l'orrore fosse rimasto lì, sulla sedia, e ti porti via un pezzo di quell'orrore addosso, e ti senti più vecchio, più stanco. Senza sapere bene il perché.

Signore e signori, c’è chi ha il coraggio di scoperchiare il più grande spettacolo ipocrita del mondo occidentale!

Stasera, sul palco principale: il genocidio in diretta streaming!

Presentato da Israele, sponsorizzato da USA e Germania (con il 99% degli armamenti forniti, applausi!), e con la gentile collaborazione tecnica di Italia & Co..

L'Italia, un partner così premuroso che, mentre bloccava timidamente nuove esportazioni di armi, ha quintuplicato le sue importazioni di armi israeliane.

Da cliente a fornitore? No, più intelligente: da complice minore a cliente fedele del macellaio! Un genio della realpolitik!.

Non è "complicità". Chiamatelo col suo nome dolce: "business as usual". L'F-35 che vola su Gaza ha pezzi made in Italy.

Il proiettile che uccide una famiglia a Gaza, il porto italiano che fa transito per la logistica, l'esercitazione militare congiunta in Grecia; sono tutti "pezzetti" di un puzzle chiamato crimine collettivo.

Ma attenzione! Il governo italiano si difende:

"Noi rispettiamo la Legge 185 del 1990, che vieta di vendere armi a chi viola i diritti umani!".

È come un pirata che brandisce il codice della strada.

E mentre lo dice, sta pure cercando di modificare quella legge per togliere la trasparenza, per non far sapere a noi, pecorelle, attraverso quali banche fluiscono i soldi del sangue.

Prima ti rendono complice, poi ti rendono ignaro.

Gli stati più potenti della Terra hanno guardato il bagno di sangue a Gaza -64.605 morti, 163.319 feriti, un "cimitero" secondo l'ONU- e hanno detto:

"Interessante".

Hanno visto la Corte Internazionale di Giustizia parlare di "rischio di genocidio" e hanno detto:

"Prendiamo nota".

Hanno letto il rapporto della loro stessa relatrice ONU, Francesca Albanese, che parla di 63 stati complici, e l'hanno sanzionata, insultata, chiamata "strega", denunciata in tribunale dalla lobby pro-Israele.

La macchina non solo uccide, ma cerca di mettere a tacere chi indica il killer.

E l'Italia? Il governo Meloni non l'ha nemmeno ricevuta. Unico paese “civile” a farlo. Che orgoglio.

In compenso nel Parlamento italiano c'è stata una vivace discussione.

Da una parte, una sparuta minoranza che ha portato la Albanese a dire:

"La Palestina continua a essere distrutta e l'Italia è complice".

Dall'altra, la maggioranza che ha gridato allo scandalo:

"Doppia morale! Oltraggio!".

Questi stessi politici, pochi giorni prima, si erano indignati perché l'opposizione aveva occupato la sala per bloccare la presentazione di una proposta di legge sulla "Remigrazione" di gruppi neofascisti. Capite l'umorismo? Bloccare i neofascisti è oltraggioso. Ascoltare un rapporto ONU su un possibile genocidio è oltraggioso. L'unica cosa non oltraggiosa, a quanto pare, è continuare a rifornire di armi e soldi il governo che quel genocidio lo sta compiendo. La logica è una danza macabra.

Per fermare le forniture di armi a Israele, servirebbe l'azione dei tre principali fornitori: USA, Germania e Italia. Ma questi non agiranno finché non agiranno. Nel frattempo, l'Italia può dire: "Noi abbiamo sospeso le nuove licenze!" (mentre le vecchie valgono milioni e le importazioni esplodono). La Germania può dire: "Siamo i garanti di Israele!" (fornendo il 33% delle sue armi, soprattutto navi che bloccano Gaza). E gli USA possono respingere al Senato qualsiasi mozione per bloccare gli aiuti miliardari.

Il sistema è perfetto: tutti sono colpevoli, ma nessuno è responsabile. E se qualcuno, come la Albanese, grida che il re è nudo, lo si accusa di antisemitismo.

Un trucco così vecchio che ha la barba bianca. Usare la memoria della Shoah per coprire un massacro. È come usare un estintore per alimentare un incendio.

Analizziamo il flusso di capitale. Il rapporto parla di un sistema economico del genocidio. Non solo armi. Commercio (474 miliardi di dollari di scambi con Israele tra 2022-2024), investimenti, collaborazioni tecnologiche "dual-use". L'Occidente, e parte del "Global Majority", profitta della distruzione.

Si condanna a parole e si firmano contratti. È il capitalismo del disastro applicato alla pulizia etnica.

E i media? In Italia si discute se la RAI sia "Tele Meloni" o meno, mentre i talk show si trasformano in arene dove la conduttrice di turno può sfogare "livore" contro il governo, ma raramente si approfondisce il flusso delle armi o il significato giuridico di "complicità". Si preferisce alimentare lo scontro politico allo scandalo morale. Il genocidio è uno sfondo, un tema di discussione, non un'emergenza che ferma il mondo.

Ricapitoliamo. Abbiamo le prove. Abbiamo le leggi internazionali che urlano "FERMATELI!". E cosa fa la comunità degli stati? “Acrobazie retoriche”, come sottolinea la Albanese.

Eccoli all’opera i funamboli del cinismo.

"Siamo preoccupati..." (intanto la bomba viene caricata). "Chiediamo moderazione..." (intanto si rinnova il contratto per gli F-35). "Bisogna rispettare il diritto internazionale..." (intanto si boicotta chi lo applica).

Il potere non è corrotto, è corruzione istituzionalizzata.

L'Italia è il terzo fornitore?
È politica estera.
Si modificano le leggi per oscurare i flussi finanziari delle armi? È sicurezza nazionale.
Si insulta una relatrice ONU?
È patriottismo.

Si chiama Impero. E l'Impero parla la lingua della legge quando serve, e la calpesta quando serve. L'unico crimine vero, agli occhi del potere, è rompere il silenzio della complicità.

È quello che ha fatto Francesca Albanese. Per questo è la "strega". Non perché dica falsità, ma perché dice verità talmente esplosive da far tremare le fondamenta dell'ordine ipocrita su cui poggiamo.

Si tenta in ogni modo di annichilire chi la pensa diversamente. Siamo avviliti. Nauseati. Ci aggrappiamo a gesti simbolici: firmare petizioni, discuterne al bar, condividere post.

Forse, come la cantante Levante, rifiutarsi di andare all'Eurovision se vi partecipa Israele.
Forse, come alcuni portuali di Marsiglia, rifiutarsi di caricare munizioni.

Piccoli atti di diserzione in un sistema che ha fatto della complicità un obbligo. È la ribellione della coscienza contro la passività organizzata. È tutto ciò che ci resta mentre i nostri governi, nella loro saggezza cinica, scelgono di essere architetti attivi dell'orrore, non semplici spettatori.

Gaza è un cimitero. Quasi. Fino a quando l'ultimo palestinese non avrà recitato la sua parte: quella della vittima silenziosa, sotto le bombe firmate anche da noi.

Questo non è un report. È un atto di accusa. Contro i governi. Contro i media compiacenti. Contro l'opinione pubblica narcotizzata.

E, soprattutto, contro quella cospirazione della realpolitik, che scambia vite umane per interessi strategici.

La Albanese l'ha detto chiaro: il diritto internazionale non è un'opzione, è un obbligo. Chi lo viola è complice. Punto.

Siamo tutti chiamati a scegliere da che parte stare: con gli esecutori e i loro complici, o con le vittime e coloro che, come Nelson Mandela ci ha insegnato, sanno che "la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi".

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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2 févr. 2026

LA SANITÀ PUBBLICA È IL MIGLIOR INVESTIMENTO PER LA SANITÀ PRIVATA

Per non farti sentire mai solo, ti assegnano un amico invisibile che si chiama Lista d’Attesa. Ci fai amicizia, ci prendi confidenza. “Ci vediamo tra un anno, per la risonanza”, e tu già ti prepari, metti da parte i soldi per la cena dopo la visita. Che forse non ci sarà mai, perché schiatti prima. 

È un rapporto duraturo, di quelli che ti segnano. Una promessa d’amore pubblica. Che forse si consumerà in privato. Pagando. Ma è pur sempre amore.

Funziona così. Il medico del pubblico ti dice “Aspetta”, e poi ti passa il bigliettino col numero del suo studio privato.
È legale! Tu stai male, lui sta facendo soldi, e lo Stato fa finta di non vedere. 

La legge dice una cosa e ne fa un’altra. Il decreto 229 del ’99 sta in una stanza dei documenti segreti: 

“L’attività libera professionale non può superare quella istituzionale”. 

Che bella frase. È come dire “la cocaina non dovrebbe ucciderti”. Intanto, guarda i dati: 98%, 90%, 85% attività privata. Sono percentuali da orgasmo, per un capitalista. La Legge è la miglior copertura per un crimine che va in onda in prima serata, tutti i giorni, negli ospedali.

Hanno trovato il Santo Graal. Hanno inventato il problema perpetuo che alimenta la soluzione a pagamento! È come vendere sia l’antidoto che il veleno, ma essere anche il dottore che ti fa l’iniezione. 

Le liste lunghe non sono un errore, sono una caratteristica del sistema! 

“Guarda che bello, la lista è lunga solo un anno! Quest’anno abbiamo un ottimo raccolto di liste!”. 

E il cittadino paga. Due volte. Con le tasse per il sistema che non funziona, e con i contanti per il medico che il sistema lo bypassa. È la truffa perfetta. 

La povera Giuliana, con la sua gamba che le faceva male, aspettava, aspettava. Sulla sua ricetta c’era scritto “Programmata”, traducibile “Forse un giorno, forse mai”. 

I dottori, bravi scienziati tutti, hanno scoperto che il tempo può essere piegato: un giorno in lista d’attesa pubblico può essere convertito in un’ora nello studio privato, con un semplice trasferimento di denaro. 

Il Rizzoli è l’undicesimo al mondo per ortopedia, e il primo al mondo per creare code interregionali. La sanità pubblica è il miglior investimento per la sanità privata. 

Del resto, per ridurre le liste d’attesa, la legge dice ai medici pubblici di non fare troppa attività privata. Ma più le liste sono lunghe, più l’attività privata è redditizia. 

Quindi, per essere un bravo medico che segue la legge (e riduce le liste), dovresti rinunciare a soldi facili. 

Ma, alla fiera dell'est, se rinunci a soldi facili, come fai a pagare le tasse che finanziano l’ospedale pubblico che non riesce a ridurre le liste? 

L’unico modo per rispettare la legge è infrangerla. Chi è pazzo, qui? Io, che aspetto, o loro, che hanno scritto il sistema?

È una squallida, lucidissima simbiosi. Una frode di Stato aerosolizzata, inalata ogni giorno da milioni di persone che chiamano il CUP. 

L’odore di clinica privata e di disinfettante scaduto del pubblico si mischiano in un unico fetore: il profumo del denaro. Humanitas, con il suo +15,5 milioni nella parte privata, è il ritratto dell’avidità contemporanea: elegante, pulita, impeccabile nei bilanci, e moralmente putrefatta. 

Usano i medici pubblici come apostoli per predicare il Vangelo dei Pagamento Diretto. La "commistione" di cui parlano non è un errore: è l’intero, lurido progetto.

In Italia l’individuo è solo, il suo corpo è una macchina che si rompe. Lo Stato è una macchina più grande, che si è rotta prima della sua. 

L’unica relazione autentica che gli rimane è quella economica: trasferisci denaro, ricevi una visita. 

Le liste d’attesa infinite sono il modo più onesto che il sistema ha trovato per dirti che non sei nessuno. 

Se vuoi essere qualcuno, devi pagare. È il mercato che estende la sua logica all’interno del corpo stesso. La depressione non è più una malattia, è una condizione pre-operatoria.

È un racket legalizzato. Hanno preso il patto sociale -io pago le tasse, tu mi curi- e ci si sono puliti il culo. 

E il paziente è il pollo da spennare. Che sia un anziano con l’anca o una donna con un nodulo, non importa. L’importante è che il flusso di denaro non si fermi mai. 

L’ipocrisia di questo sistema è surreale. Si compiacciono da soli, tra bilanci e decreti, mentre fuori la gente sceglie tra la rata del mutuo e l’ecografia (il problema è che molti preferiscono l'iPhone ultimo modello. Ma questo è un altro discorso)

Mentre leggiamo queste cifre -10 miliardi, 98%, 46%- la televisione di Stato e i suoi talk show parlano del delitto di Garlasco, del Ponte sullo Stretto e degli “incidenti” di piazza.

Sono i depistaggi narrativi perfetti per non farci mai, mai guardare il buco nero in sala operatoria: la sanità pubblica dissanguata per nutrire quella privata. 

Parlano di Niscemi solo quando esplode, del lavoro quando scioperano, delle pensioni quando è troppo tardi. 

Perché il problema vero, quello strutturale, il “circoletto vizioso” dei soldi, quello è noioso, è complicato, fa cambiare canale. 

E invece è lì il trucco di magia: mentre guardate il piccione morto sulla piazza, vi hanno svuotato le tasche e la barella.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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#MIPLab

CRIMINALIZZA I PACIFICI. SEMINA IL TERRORE, LA VIOLENZA DI STATO COME SERVIZIO PUBBLICO (i media, bravi ed obbedienti, fanno il resto: spostano il dibattito sul "chi sono" i violenti fantasmi stranieri invece che sul "chi li lascia fare")

Il copione, come sempre, era già scritto. La macchina del finto caos, oliata e pronta. Arrivano "fantasmi" e mettono a ferro e fuoco Torino. Chiamiamoli per quello che sono: agenti del caos con stipendio fisso e benefit. Ma non ditelo in TV, che sono parole forti. In TV ti dicono che vengono "dall'estero". Sono sempre i figli del Conte Dracula arrivati dalla Transilvania per rompere le vetrine. Funziona. La gente ci crede.

E la polizia dov’era? A farsi le unghie? Conoscono il percorso, hanno le telecamere, i droni, la merda tecnologica che ci vendono per sicurezza. Ma questi "fantasmi" armati fino ai denti no, quelli no, quelli li vedi solo quando è troppo tardi. È illusionismo di stato! Un gioco di prestigio dove spariscono i diritti e compare la repressione.

Anche mia madre ha commentato il tg 3: “Ma come mai questi scalmanati vengono tutti dall’estero e non li acciuffano mai!?” Forse sono alieni? Forse gli alieni vengono a protestare a Torino (Prima preferivano Genova).

Per fermare i violenti, devi avere la volontà politica. Ma la volontà politica c'è solo dopo che i violenti hanno fatto il loro lavoro, per giustificare le nuove leggi che servivano a fermarli prima. Se li avessi fermati prima, non avresti la scusa per le leggi. Ti inchiodano alla tua stessa logica.
Prima il trauma: la violenza, la paura, le fiamme in TV a ripetizione. Poi la "cura": il pacchetto sicurezza, lo stato di polizia, la sospensione del garantismo per chiunque osi dissentire. Creano il mostro, poi si offrono come unici cacciatori in grado di abbatterlo. È un racket. Il più grande racket di protezione che esista.

Francesco Cossiga, citato come un oracolo osceno, è il sommo sacerdote occulto di questo rito, anni fa, aveva già dettato il verbo: “Lasciarli fare...picchiarli”. È il manuale. Spaccali, criminalizza i pacifici, semina il terrore. E poi fai suonare le sirene delle ambulanze come una sinfonia per il pubblico rassicurato. La violenza di stato come servizio pubblico.

La manipolazione è così sfacciata che ormai è un arte concettuale. I media, bravi ed obbedienti, fanno il resto: spostano il dibattito sul "chi sono" i violenti fantasmi stranieri invece che sul "chi li lascia fare". E il pubblico è troppo impegnato a odiare lo il cattivo di turno per vedere il burattinaio. È un paese di sonnambuli che applaude i propri carcerieri.

La dissidenza va annichilita, la piazza messa in ginocchio, l'intellettuale ridotto a terrorista. Una voluttà burocratica. Poi torni a casa, accendi il tg, e ti senti protetto. Ti hanno fatto il lavaggio del cervello e ti hanno messo anche il balsamo.

Ricapitoliamo: violenti misteriosi appaiono dal nulla in città blindate. La polizia, misteriosamente, è in letargo. Scoppia il casino. I media gridano al terrore di piazza. Il governo propone leggi che aspettava solo il pretesto per far passare.

E noi siamo qui a chiederci: "Ma è così difficile scoprirlo preventivamente?".

Il più delle volte, quando un governo grida "al lupo!" è perché hanno loro stessi pagato il lupo per farsi vedere. E quando finalmente gli sparano, incassano la ricompensa e si fanno eleggere eroi.

L'unica cosa più imbarazzante della strategia del potere è la nostra capacità di fingere stupore ogni volta che la mette in atto.

Quand’ero ragazzo vidi un pomeriggio d’estate un vecchio filmetto noir, non ricordo il titolo. Ma noi siamo come la ragazza che, dopo la decima volta che cercano d’ammazzarla, continua a chiedersi "Diamine…ma chi mai potrebbe volermi morta?".

Torino, Genova, è sempre lo stesso copione. Un sistema che ha bisogno del nemico, e se non c'è, lo crea. Lo incuba, lo nutre, lo infiltra nella folla. Poi lo scatena. E quando la paura ha raggiunto il picco, si presenta come l'unica soluzione. Con le leggi speciali. Con le manganellate. Con le sirene delle ambulanze che coprono gli urli. Funziona sempre.

***
"Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale." (Francesco Cossiga)

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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31 janv. 2026

EH NO! NO, NO, NO!!!

È triste vedere una macchina che funziona, certo, un po' vecchiotta ma che va, e decidere di smontarla pezzo per pezzo. Non perché sia rotta, ma perché forse, a qualcuno, dà fastidio il rumore del motore. Il rumore della giustizia che prova a lavorare. E tu guardi i pezzi sul sparpagliati allo (s)fascio e pensi:

"Adesso come la rimontiamo?".
E la risposta è che, a chi sta smontando, non interessa rimontarla. Interessa che non si muova più.

"Separare le carriere". Sembra una cosa da grandi maghi: "Magia magia…Separazione!".

In realtà è come dire a due gemelli che devono custodire la stessa casa: "Da oggi, tu controlli solo le finestre, tu solo la porta". E poi chi mette la serratura alla porta? Il governo di turno. E chi decide se tenere le finestre aperte per l'aria buona o chiuse per paura? Sempre loro. E noi fuori, a bussare.

Ti promettono più giustizia, ma intanto moltiplicano i posti a sedere. I consiglieri da 33 diventano 78. Sai quanti soldi sono? E chi paga? Noi, mentre loro si siedono su tre poltrone diverse invece che su una. Hanno inventato il "tris di poltrone". E la chiamano riforma. Io la chiamerei "grande abbuffata sulla nostra pelle".

Non vi fate ingannare dalle parole complicate. "Alta Corte", "sorteggio", "3/5"... È fumo. La sostanza è una sola: togliere potere a chi indaga sui potenti e darlo a... indovina un po'? Ai potenti! È un vecchio trucco del mondo. Metti il poliziotto nello stipendio del ladro e vedi che succede: smette di arrestare il ladro.

Vogliono prendere un sistema, non perfetto ma che almeno ha l'idea folle che un pubblico ministero sia libero come un giudice, e spezzarlo in due. Per mettere il PM sotto controllo. Per dirgli: "Quello sì, indagalo. Succederà questo se diremo Sì.

Dicono che sia necessario. Una necessità improvvisa, come quella di un uomo annegato che ha bisogno di una secchiata d'acqua in testa.

Ma i numeri dicono che i passaggi da giudice a PM sono una goccia: lo 0,48%. Per fermare quella goccia, stanno per buttare a mare l'intera nave della Costituzione. Quando un uomo ti dice che deve dare fuoco alla casa per uccidere un ragno, diffida. E vota No.

È come se i cani da guardia del gregge (i magistrati) improvvisamente venissero divisi in due squadre: una che può abbaiare solo di giorno e l'altra solo di notte. I lupi, nel frattempo, si siedono e scelgono il personale per entrambe le squadre. E ordinano le uniformi. A me sembra una pessima idea per le pecore. Abbastanza da dire un sonoro, chiarissimo No. (Oddio, il massimo per i pecore sarebbe non avere a che fare con i pastori, che sono il potere).

È la trappola perfetta. Ti accusano? Se sei ricco, paghi un avvocato che trovi le prove per scagionarti. Se sei povero, aspetti. Aspetti di trovare un giudice imparziale. Aspetta, aspetta. Se i PM non sono più liberi, chi ti accusa potrebbe essere solo il braccio armato di qualcuno che ti vuole fuori dai piedi. Allora aspetterai per anni. In un labirinto dove l'unica via d'uscita è il portafogli. Non ci vuole un genio. Basta un No.

È la volgarità del potere, nuda e cruda. Una bramosia di controllo così totale da non vergognarsi nemmeno più di mostrarsi. Spendere 150 milioni di euro per creare due comitati invece di uno, per moltiplicare burocrazia e clientele, mentre le scuole crollano. È il trionfo del cinismo. Un'operazione di chirurgia plastica costituzionale per dare al governo il telecomando della giustizia. Disgustoso. No.

In una società già così stanca e disillusa, offrono solo un ulteriore grado di separazione. Separare i magistrati l'uno dall'altro, isolarli, renderli più deboli e controllabili.

È il sogno di ogni potere: frammentare per dominare. L'uomo comune non ci guadagnerà nulla. Perderà un barlume di garanzia. Scivolerà un po' più in basso nella rassegnazione. Perché accettarlo? No.

Ti parlano di efficienza, di modernità. In scena, attori serissimi discutono di articoli e percentuali. Ma nella platea, lo spettatore intelligente vede la vera pièce: la commedia della conquista. Vogliono il palcoscenico tutto per sé, senza fastidiosi controllori di retroscena. Il finale è scontato, se non alziamo la mano per dire: No.

L'ossessione (globale, non solo italica) per il controllo, la paura della verità libera. Trent'anni di un certo umorismo politico con il pagliaccio B hanno provato a convincerti che chi amministra la giustizia è il tuo nemico.

Ora il colpo di grazia: imbrigliarlo definitivamente. È la storia di un paese che, invece di curare la febbre, decide di rompere il termometro. Con un referendum. Un'automutilazione. No.

Sentite fischiare l'asteroide? Ha la forma di un'urna. Si avvicina il giorno del voto. Ci inonderanno di storie sugli errori dei magistrati, per farci dimenticare il vero architetto di questo pasticcio, Licio Gelli, e il suo sogno di una giustizia "amica".

Useranno sondaggi falsi per dirci che è inutile votare. Ma un bel NO, secco come uno schiaffo, può ancora abbattersi sulle loro teste da dinosauri. Non si estingueranno, purtroppo, ma almeno gli faremo male. Quindi: andate a votare NO.

In un laboratorio con adolescenti abbiamo cercato di studiare, di capire. Vogliono cambiare la Costituzione per dividere i magistrati (giudici e PM) in due gruppi separati, con due capi diversi. In pratica, il governo vuole mettere il guinzaglio a chi fa le indagini, per decidere chi colpire e chi no. Inoltre, spenderanno un sacco di soldi nostri per creare un sacco di nuovi posti ben pagati per i loro amici. È una mossa di potere, non serve a migliorare la giustizia per la gente comune. Anzi, la rende più debole. Per questo dobbiamo dire NO.

(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26, Vitto kii, Terry, Valedac, Jote Meno, AntoVende, Luce, Lucrezia, Marzia F.)

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30 janv. 2026

BANNON E LA DOTTRINA DELLA MASTURBA(NA)ZIONE (Ice: quando il business è congelare il pensiero)

Il signore bianco arrabbiato sul palco! "Fuck you all!" urla, mentre è seduto sulla sua poltrona di pelle. Poi si lamenta che non gli dicono grazie per proteggerci dai mostri che lui stesso ha inventato. Bannon, colui che ha speso più in avvocati che in idee.

Lui parla di "insorti" ma i veri insorti sono quelli che usano la Costituzione come carta igienica e chiamano "patriottismo" l'incarcerare i sindaci. "Arrestiamo i governatori!" Bella roba.

Il trucco è sempre lo stesso: prendi una parola vera -paura, disagio- la fai a pezzi, la servi con un contorno di odio e la chiami verità.

Vi siete mai chiesti perché si chiama "Ice"? Ghiaccio. Freddo, duro, che non si scioglie. Perfetto. Perché il loro business è di congelare il pensiero. Sostituire le sinapsi con slogan.

"Accademia dei Gladiatori". Un gladiatore combatteva per la folla, e alla fine moriva per divertire l'imperatore. Sono precisi, almeno nella metafora. Loro addestrano gladiatori da circo per un impero che non esiste più. E ci fanno pagare salato il biglietto.

Bannon, un uomo salvato dalla cauzione di cinque milioni di dollari -soldi che non erano suoi, ma rubati al Muro che doveva tenere fuori i messicani- spiega all'Italia come dovrebbe comportarsi. E nello stesso respiro annuncia la sua scuola per gladiatori della comunicazione.

Bannon afferma di avere un gran rispetto per Roma antica. Questo non mi sorprende. C'è una certa affinità tra chi progetta scuole per gladiatori e chi, nell'antica Roma, vendeva biglietti falsi per il circo. Entrambi speculano sul desiderio della plebe di vedere sangue e panem.

Bannon sogna paracadutisti che scendono su Minneapolis, per sistemare una discussione tra il sindaco e il governatore. In queste ore è impegnatissimo a dare istruzioni alla 101esima Divisione Aerea.

Bannon in pillole?
Ruba soldi dal Muro.
Il Muro serve a fermare l'invasione.
L'invasione che non è stata fermata dal Muro (perché i soldi sono finiti da lui) diventa la prova che serve più Muro, e più gente come lui a gestirlo.

È la macchina perfetta. Più fallisce, più dimostra di essere necessaria. E chiunque non sia d'accordo può andare a farsi fottere, citazione letterale.

La sua prosa è un fluido tossico, una melma verbale di paranoia distillata. Un intelletto così ossessionato dalla putrefazione della civiltà da esserne diventato il più efficiente propagatore.

Bannon vende fondamentalismo identitario come altri venderebbero dello shampoo. L'Italia, la Francia, l'America, marchi in fallimento che lui pretende di rilanciare.

Il suo "Amore" per Roma è lo stesso di quello del turista per un sito in rovina: si può scattare una foto suggestiva, poi abbandonarlo alla spazzatura e ai piccioni. L' "Accademia dei Gladiatori" è lo stadio ultimo della società dello spettacolo: allenarsi a morire per i like.

Il dramma è nella ripetizione. "Fuck you. Fantastica. Globalista. Insorti. Fuck you." È un copione povero. Una litania. Lui recita la parte dell'uomo che dice le cose che nessuno ha il coraggio di dire, ma le dice da anni, sempre le stesse, su ogni palco che lo paga. E il pubblico applaude, non alla verità, ma alla riconoscibilità del ritornello.

Bannon ha trovato la sua causa: la masturbazione della nazione.
Come? Attraverso un complesso di persecuzione, rabbia impotente e verbosa, scaricare su un "loro" oscuro (i globalisti, gli antifa, i messicani, i cattivi italiani) l'incubo della propria inadeguatezza. Solo che adesso ha un microfono, e i soldi rubati al Muro per pagarsi gli avvocati. Il film è lo stesso, il palco è più grande. E le conseguenze non sono più solo sulla moquette del salotto.

Il visionario Bannon, dal ponte di uno yacht cinese, poco prima di essere arrestato per frode, aveva la chiara visione di come salvare l'Occidente: mandando i parà a Minneapolis e aprendo una scuola di politica in un convento. È come se Jack lo Squartatore tenesse un webinar sulla sicurezza delle donne.

La destra globale è una B-movie finanziato con i soldi del Muro mai costruito. E Meloni? Salvini? Forse stanno ancora aspettando che gli autografino il poster.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab,1/26)


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29 janv. 2026

DEL VECCHIO HA PERSOL!

Leonardo Del Vecchio ha Persol un'occasione per essere onesto!
Lui si è fatto sostituire alla guida. Noi sostituiremo i suoi prodotti e servizi con altro.

Siccome più sono ricchi e più sono stronzi, proviamo ad educarli con l'unica cosa che capiscono: i soldi!

Leonardo Del Vecchio, tramite la holding Delfin, ha costruito un impero diversificato oltre il marchio Persol.

Possiede quote di maggioranza di EssilorLuxottica (Ray-Ban, Oakley, Sunglass Hut);

Luxair: Compagnia aerea lussemburghese.

La holding Delfin, che gestisce il patrimonio, aveva un Net Asset Value (NAV) superiore ai 27 miliardi di euro al 2020.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 1/26)

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27 janv. 2026

LA GIORNATA DELLA MEMORIA (deve servire a riconoscere il male oggi, quando si ripresenta, anche sotto altre spoglie)

Oggi è la Giornata della Memoria. Si sente, è nell’aria, alla radio, in TV. E io mi sento così fuori posto.

Perché parlare è come buttare sassi in uno stagno. Li butti, fanno “plop”, si formano dei cerchi e poi tutto torna piatto.

La parola si consuma. Il silenzio, a volte, forse, dice di più. Ma il silenzio oggi è un lusso che non ci possiamo permettere.

Hanna Arendt la chiamava “banalità del male”. Eichmann era un uomo spaventosamente normale, un burocrate, faceva il suo lavoro. Compilava le liste, organizzava i treni, faceva quadrare i numeri. Era solo un ingranaggio che doveva funzionare bene.

Il male che faceva non nasceva da un’anima nera, ma da un’“inabilità a pensare dal punto di vista di qualcun altro”.

È così banale, così ordinario, che diventa invisibile. E il più grande pericolo è proprio questo: quando il male diventa routine, normale amministrazione, ordine del giorno.

Arendt diceva: quella banalità non è finita nel 1945. È qui. Adesso. E fa i conti con i numeri, come faceva Eichmann.

Oggi i numeri hanno un altro nome. Gaza. 70.000 morti. Forse 80.000. E quasi sei su dieci sono bambini, donne, anziani. Persone che difficilmente possono essere chiamate combattenti.

Settantamila. È un numero. Come si fa a pensare a un numero? È astratto. Ma dietro ogni numero c’è un “plop”. Lo stesso suono che fa il mio sasso nello stagno.

Una vita che sparisce, e lascia solo un cerchio che si allarga e poi svanisce. Settantamila “plop”. Uno dopo l’altro. Un rumore che dovrebbe essere assordante, e invece è soffocato dal rumore di fondo del mondo, dalle chiacchiere, dalle giustificazioni.

È facile distruggere l’altro se lo si vede come “non umano”. È quello il primo passo di ogni genocidio.

Questo serve a capire “come è potuto accadere”, ieri come oggi.

Perché quando non vedi l’altro come un essere umano, con le sue paure, i suoi sogni, il suo amore per i figli, quando lo trasformi in un numero, in un problema da risolvere, in una minaccia da eliminare, allora tutto diventa possibile. E giustificabile.

È la stessa logica. La logica del boia che va a lavorare la mattina, fischiettando, dopo aver spento la vita a decine di persone.

Noi occidentali, “civilizzati”, figli di quella storia, dovremmo saperlo. E invece guardiamo, come allora, dall’altra parte. Con il nostro silenzio, con le nostre mezze condanne, con i nostri “sì, ma…”. Amnesty International parla di genocidio.

Parole forti. Ci fanno paura. Preferiamo non sentirle. Perché metterebbero in discussione tutto.

E così, diventiamo complici di quella banalità. La ripetiamo, con le nostre indifferenze, i nostri click su un’altra notizia, il nostro voltare pagina.

Oggi è il giorno della Memoria. Ricordiamo sei milioni di “plop”. Li ricordiamo con dolore, con rispetto. È giusto, è sacrosanto. Ma la memoria non è un museo. Non è un monumento che si visita una volta all’anno. La memoria è una spina nel fianco. Deve servire a riconoscere il male oggi, quando si ripresenta, anche sotto altre spoglie.

Altrimenti è solo un rito vuoto. Un discorso fatto di frasi fatte, come quelli che Eichmann amava tanto.

Ricordare la Shoah e tacere su Gaza!è una scissione dell’anima. È come dire: “Mai più!” ma solo per un certo tipo di vittime. Per altre, si può fare un’eccezione.

L’essere umano, quando perde la capacità di immedesimarsi, quando spegne l’affetto per l’altro da sé, diventa capace di tutto. Diventa un burocrate dell’orrore.

Io non so come si fermi tutto questo. Forse non si ferma. Forse l’uomo è fatto così. Ma non ci posso credere. Non posso. 

Forse si ferma ricominciando a vedere le persone, una per una. Settantamila non è un numero.

È Mohammed che voleva fare il dottore. È Yasmin che amava i fiori di gelsomino. È un vecchio che raccontava storie ai nipoti. È un bambino che non ha fatto neanche in tempo a capire.

Dobbiamo urlare questa verità. Scrive Bertolt Brecht:

“Generale, il tuo carro armato è un veicolo potente. Spazza via foreste e schiaccia cento uomini. Ma ha un difetto:
Ha bisogno di un conducente. Generale, il tuo bombardiere è potente. Vola più rapido della tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: Ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo è molto utile. Sa volare e sa uccidere. Ma ha un difetto: Sa pensare.”

Sa pensare. È lì il nodo. È una condanna e una speranza insieme. Il sistema, la macchina della guerra, ha bisogno di noi. Di conducenti, di meccanici, di burocrati che compilino le liste. Di persone che spengano il pensiero, che non si facciano domande. Che dicano “io facevo solo il mio lavoro”. Ma l’uomo ha questo difetto, dice Brecht: può pensare. Può guardare quella macchina e dire: “No. Io qui non ci sto. Io riconosco l’umano che è in te, e non ti distruggo. Non ti trasformo in un numero. Non divento il boia fischiettante”.

Forse è una speranza troppo fragile. Ma finché qualcuno alzerà la voce, forse i cerchi nello stagno non svaniranno del tutto. Forse qualcuno li vedrà, e si ricorderà. Oggi, e tutti i giorni.

(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 1/26)

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26 janv. 2026

LE BABY GANG E IL FALLIMENTO DELLO STATO SOCIALE

Baby gang, siamo oltre l'emergenza criminale, siamo ad un vero e proprio collasso sociale e morale. Maleducazione, cattiveria intrinseca dei giovani; ma cosa ha prodotto questo esito?

C’è stata una trasformazione del fenomeno delle "baby gang": da espressione di disagio economico localizzato a fenomeno culturale diffuso, trasversale alle classi. 

Il 43% degli adolescenti teme di uscire di casa (indagine “Con i bambini”, Demopolis). Ciò indica una società in cui la paura e l'insicurezza sono diventate l'ambiente naturale per le nuove generazioni. 

Quando lo stato sociale si ritira e le relazioni umane sono mercificate, ciò che resta è un deserto sociale, nel quale l'identità si costruisce non attraverso la partecipazione a progetti comunitari significativi, ma attraverso la performance di potere sui più deboli, amplificata dai social media. 

Il "fascino del potere" di cui si parla non è un tratto psicologico innato, ma una risposta logica a un ambiente che glorifica l'individualismo aggressivo, la competizione spietata e la visibilità a qualsiasi costo (per un corso accelerato sul bullismo basta seguire il modello Trump). I modelli offerti dalla cultura dominante -dal reality show allo youtuber che sfida ogni limite- sono precisamente questi.

La risposta dello Stato è un caso di studio da manuale sulla politica dell'irrazionalità punitiva. Si agisce su sintomi superficiali (il coltello, la multa al genitore) mentre si smantellano sistematicamente le condizioni per qualsiasi soluzione reale. 

Si inaspriscono le pene e si costruiscono nuove carceri minorili (+90% di ingressi), mentre contemporaneamente si tagliano i fondi per l'istruzione, la prevenzione, i servizi sociali e il contrasto alla povertà educativa (il Fondo passa da 100 a 3 milioni).

Questa non è incompetenza. È una scelta politica precisa. Riflette una visione del mondo in cui lo stato non è un'entità che promuove il benessere collettivo, ma un apparato di sicurezza il cui compito è gestire e contenere i danni umani prodotti dal sistema economico neoliberista. 

L'incarcerazione di massa, anche dei minori, diventa il meccanismo di default per gestire il fallimento sociale. 

È più conveniente per le élite al potere criminalizzare la miseria e il disagio che affrontarne le cause sistemiche: la precarizzazione del lavoro, la distruzione della scuola pubblica come ascensore sociale, lo smantellamento dei servizi territoriali, la commercializzazione di ogni aspetto della vita.

La multa ai genitori è la quintessenza di questa ipocrisia. Si colpevolizza l'individuo (la famiglia in difficoltà) per un fallimento che è anche -e soprattutto- collettivo e istituzionale. 

Come nota l'ex giudice Maggia, come può una famiglia in lotta per la sopravvivenza economica competere con l'apparato mediatico-industriale che bombarda i figli di modelli di violenza e consumismo sfrenato? Si punisce chi è già vittima di un sistema, assolvendo le vere responsabilità: quelle della classe dirigente che ha scelto il disinvestimento nel futuro.

L'analisi sull'"esposizione continua a contenuti violenti" e sull'uso problematico dello smartphone coglie un punto cruciale, ma non lo inquadra correttamente. Non si tratta di una semplice "influenza" negativa. 

Le piattaforme sociali sono progettate, per massimizzare il profitto attraverso l'engagement, per sfruttare le vulnerabilità psicologiche, promuovere polarizzazione, rabbia e comportamenti estremi. L'adolescente non è solo "esposto" alla violenza; è immerso in un ecosistema digitale che premia algoritmicamente la trasgressione, lo shock, la prevaricazione.

Il rifiuto di alzare in modo efficace l'età di accesso (con controlli reali e sanzioni devastanti per le piattaforme) non è una svista. 

È la sottomissione del benessere collettivo e dello sviluppo psichico dei minori agli interessi di potentissime corporazioni tecnologiche. Lo Stato, in questa fase storica, è più debole dei poteri privati transnazionali e abdica al suo ruolo di garante del bene comune.

Abbiamo distrutto le famiglie, il lavoro e il futuro. Le famiglie sono state isolate, private di tempo e risorse dal precariato; il lavoro è stato reso insicuro e impoverente; il futuro è stato rubato attraverso il debito, la crisi climatica e la negazione di prospettive.

Ammesso che possa esistere una soluzione, non è tecnica, semmai politica e morale. 

Bisognerebbe rivedere le priorità di bilancio: in aggiunta al finanziamento carcerario serve reindirizzare massicci investimenti verso scuola pubblica di qualità, servizi sociali diffusi, centri di aggregazione, sostegno alla genitorialità.

Inoltre, mi chiedo, quanto è ancora possibile regolare il potere privato? Imporre per legge limiti stringenti alle piattaforme digitali, proteggendo l'infanzia dalla predazione commerciale e algoritmica.

Occorre rigenerare la comunità: ricostruire spazi di socialità nuova, dove i giovani possano trovare riconoscimento, senso di appartenenza e progetti comuni al di fuori della logica del consumo e della performance violenta.

Quanto poi alla sicurezza sociale, serve garantire lavoro dignitoso, reddito e tempo per le famiglie. Senza sicurezza materiale, non può esistere sicurezza emotiva o educativa.

Stiamo assistendo, non solo al fallimento degli adolescenti, ma al fallimento delle istituzioni adulte -politiche, economiche, mediatiche- nel mantenere il patto fondamentale di una società civile: quello di proteggere i propri giovani e di offrire loro un orizzonte di vita degna. 

La risposta punitiva e irrazionale dello Stato è un errore di calcolo ma ancor più la manifestazione di una cultura del potere che ha rinunciato a educare e a includere, e sceglie di controllare e reprimere i danni che essa stessa produce. 

Va messa in discussione questa cultura e le strutture di potere che la sostengono, solo così le "baby gang" saranno un'anomalia, e non il prodotto logico, e tragico, del nostro tempo.


(A. Battantier, Italien Néandertalien, Memorie di un adolescente, 1/26)


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25 janv. 2026

ICE-AGGHIACCIANTE (Dicono poi che mentre ritornava, fosse molto radicale, andava in macchina, guidava e quindi si ammazzava. Si fomenta la banalità del male. Questa è la cinica equazione che ci viene proposta: la colpa è sempre della vittima, il potente ha sempre una giustificazione. Stiamo mettendo in testa ai giovani che siccome io sono il più forte mi prendo tutto ciò che è tuo perché sei più debole)

Penso a come si sia persa la misura delle cose. Il mondo si è fatto gelido, e noi, invece di uscire, ci immergiamo sempre più a fondo, convinti che sia normale.

Qualcuno spara a una madre, in macchina, dopo aver portato il figlio a scuola. E tu come fai a spiegarlo? Come fai a dire a quel bambino: “Vedi, è successo che…”? 

Non ci sono parole. C’è solo questo freddo, questo silenzio che ti entra nelle ossa e non se ne va più. 4 colpi di pistola le hanno sparato! 

Ma come facevano a sapere che era una radicale? Allora si tratta di omicidio premeditato! L’hanno fermata apposta per eliminarla! La narrazione dominante si contorce per giustificare l’ingiustificabile, mentre stiamo mettendo in testa ai giovani che siccome io sono il più forte mi prendo tutto ciò che è tuo perché sei più debole. 

Facciamo finta che sia normale! Facciamo finta che un’agenzia che si chiama ICE, “ghiaccio”, vada in giro a sparare come nei film, ma nei film tu paghi il biglietto e poi esci. Qui no, tu ci vivi dentro e non è detto che esci! Se hai la pelle sbagliata, o un nome o una frase che suona strana, è come se avessi un bersaglio sulla schiena.

E qualcuno dice: “Beh, se non hai fatto nulla…di che hai paura?”. Non ha più senso chinare la testa come fa Giorgia Meloni. Ti sfondano la porta, ti pestano e ti lasciano in mutande sulla neve, e neanche dicono “Oops, scusa, sbagliato”.

L’ipocrisia, sempre lei. Abbiamo costruito un altare all’America, e ci abbiamo messo sopra il cartello: “La più grande democrazia del mondo”. 

E ora che il sacerdote dell’altare, invece dell’incenso usa Twitter per spargere merda, qualcuno esclama: “Oh, che orrore! È psicopatico! Narcisista!”. 

Mentalmente disturbato, con manie di onnipotenza, psicopatico, uno schifosissimo presidente, la storia lo metterà nel suo posto, ma sarà sempre troppo tardi. Ad un certo punto sarà troppo tardi.

E chi l’ha messo lì, scusate? Chi ha votato per il pupazzo con la parrucca d’oro? Non è che il pupazzo si è eletto da solo. Auspico che gli statunitensi lo rovescino, ma ho i miei dubbi perché, ingenui e creduloni come sono, si berranno di tutto. 

Il problema non è il pagliaccio, il problema è il circo che lo assume e il pubblico che ride ai suoi peti (del resto ce n’è un altro, scelto per come sbatteva l’uccello sul pianoforte!). 

E in Italia, c'è chi guarda il circo e dice: “Ma che spettacolo! Portiamolo anche qui!”. La cosa preoccupante è che al governo italiano attuale piace questo modo di governare di Trump, visto che tutto quello che fa per loro è giusto. Se ci fate caso anche il governo Meloni giustifica sempre tutto quello che fanno, quando hanno torto marcio si autoassolvono, anche davanti all'evidenza, e attaccano e infamano gli altri senza alcuna prova certa.

La Gestapo del XXI secolo, forse non si avvicina ancora alla burocrazia tedesca di un tempo, ma sono efficienti, hanno una lista, degli ordini. 

Sono il “far west” che tanti elettori impauriti, hanno sempre sognato. “Volete vivere nel far west?”, si chiede la gente. Ma certo! È scritto nel DNA americano: lo sceriffo, il fuorilegge, la pistola che decide chi ha ragione. Ora lo sceriffo ha un account Instagram, il fuorilegge sei tu se sei nato nel posto sbagliato, e la pistola spara prima ancora che tu apra bocca. 

E il pubblico applaude. Perché è più facile applaudire che pensare. Il pensiero richiede sforzo. L’applauso richiede solo due mani che si sbattono insieme. 

Stiamo assistendo alla più palese dimostrazione che basta avere soldi, per comprarti il destino del mondo, e ridefinire con l'ignoranza i confini della verità, da coloro che si vantano di essere esempio di libertà nel mondo. 

Siamo a un punto di non ritorno. Questo dovrebbe spaventare il popolo. Si fomenta la banalità del male.

Il corso e ricorso della storia. L’umanità è una studentessa particolarmente ottusa che non supera mai l’esame di base. Ripete sempre lo stesso errore: dare il potere a dei pazzi. 

Questi accadimenti quotidiani negli Stati Uniti sono le inequivocabili conferme della deriva autocratica, autoritaria, reazionaria, repressiva, illiberale omofoba, razzista e fascista dell’amministrazione trumpiana. 

E i pazzi, come ben sappiamo, sono molto bravi a convincere gli altri che i veri pazzi sono quelli che non hanno potere. È un sistema collaudato. Funziona così bene che lo riproduciamo in serie. 

E tutti quelli che lo seguono nei suoi ideali, sono spietati come lui. Abbiamo troppa gente insana di mente al potere. Così tanta che potremmo aprire un manicomio di lusso e chiamarlo “Governo Mondiale”. La visita costa un voto. E non c’è cura, al momento. Ancora è all'inizio della sua presidenza, ha troppo tempo per completare il suo tragico e sanguinario progetto.

A scuola ci dicevano che gli USA erano il faro di libertà. Un faro, immaginate, su una collina. Adesso scopro che il faro è gestito da un ubriaco che accende e spegne la luce a casaccio, urlando insulti alle navi che passano, e se una barca di naufraghi si avvicina per chiedere aiuto, lui gli spara dai bastioni. E la gente sulla terraferma lo acclama: “Finalmente uno che dice come stanno le cose! Senza filtri!”. Gli ammiratori del codino biondo che fa impazzire il mondo come fanno a non vedere?

C’era una volta un paese che amava tanto la libertà da metterla in gabbia, amava tanto la legge da farla a pezzi, e amava tanto la democrazia da eleggere un re che odiava la democrazia. 

È la volgarità che trionfa, come estetica di governo. Trump ne è il sommo sacerdote, un alchimista che trasforma l’ignoranza in oro per le masse, la paura in consenso, la crudeltà in politica estera. 

L’Europa, con il suo fiuto per l’odore del potere, gli lecca il culo. È uno spettacolo di così oscena bassezza che quasi si fa fatica a distogliere lo sguardo. Siamo voyeur di uno snuff movie politico, il sangue è la valuta corrente.

Il capitalismo avanzato trova il suo compimento in questa violenza di Stato spettacolarizzata. L’uomo, atomizzato, guarda il video dell’esserucolo dell’ICE che spara. È reale, è crudo. Sostituisce la pornografia. L’immigrato pestato è il corpo oggettivato della nostra indifferenza. La democrazia non è crollata, si è semplicemente estenuata, ha partorito il suo contrario e ora lo allatta con rassegnazione biologica.

Il mondo è diventato un posto da brividi. La fantasia dei film si è arresa per mancanza di immaginazione. Restiamo qui, a guardare il ghiaccio crescere sulle finestre. Ma è così difficile convivere nello stesso pianeta senza creare guerre? La logica del potere risponde di no, anzi, alimenta il conflitto. Dicono che fosse molto radicale, andava in macchina, guidava e quindi si ammazza?

Questa è la cinica equazione che ci viene proposta: la colpa è sempre della vittima, il potente ha sempre una giustificazione.

Una buona parte dell’America si esalta per la sua supposta purezza mentre sguazza nella melma della xenofobia e dell’autoritarismo. 

E il padre di questa follia collettiva è lui, il vecchio libidinoso dalla bocca sfatta, il pupazzo di carne che grida i nostri peggiori istinti. In tanti lo idolatrano per questo. Lo amano perché li fa sentire puliti, nel loro odio. Lo idolatrano giornalisti, politici, intellettuali eletti ormai a comici. 

Ricordo che per Charlie Kirk si era sollevato (giustamente) uno scandalo perché non era stata rispettata la sua libertà di ideologia. Ora è sparito tutto. Tutto passa, tutto viene assorbito, tutto è normale.

Dicono: “In Italia dobbiamo prenderne esempio”. Esempio di cosa? Del genio imprenditoriale di fallire quattro casinò? Dell’arte oratoria di un piccione sotto acido? È come guardare un uomo che caca in una fontana e dire: “Che audacia performativa! Dobbiamo istituzionalizzare la defecazione pubblica!”.

Siamo al capolinea del circo mediatico, dove il clown ha il fucile e il pubblico, invece di scappare, chiede l’autografo sulla pallottola. 

E il governo italiano? Sta lì, col suo strofinaccio pronto. Perché il potere, si sa, ha sempre avuto un fetish per le deiezioni dei tiranni. È l’unica cosa che sa pulire bene.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Frammenti per l’Apocalisse, Mip Lab, 1/26. Art by Stephen Stadif)

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22 janv. 2026

LA MALATTIA DEL POTERE (E DELLA SOPRAFFAZIONE)

La personalità pubblica di Donald Trump presenta un caso di studio paradigmatico del cosiddetto Dark Triad, una sindrome psicologica che unisce narcisismo, machiavellismo e tratti psicopatici in un amalgama particolarmente pericoloso per chi detiene il potere.

L'analisi rivela un narcisismo grandioso che non è mera vanità, ma un meccanismo di difesa contro un nucleo di insicurezza e vuoto interiore. 

Questo si manifesta in un bisogno ossessivo di ammirazione, una visione del mondo divisa tra vincitori (come sé stesso) e perdenti, e una costante esagerazione dei propri successi. 

A ciò si accompagna un marcato machiavellismo: l'individuo mostra una propensione consolidata a manipolare gli altri per il proprio guadagno, considerando le relazioni umane come strumenti e non come fini. 

Infine, si osservano chiari segni di psicopatia sociale, caratterizzata da una marcata mancanza di empatia, impulsività e un disprezzo per le norme sociali e la verità fattuale.

La pericolosità di questa costellazione di tratti risiede nella sua imprevedibilità e nella sua intrinseca minaccia alle istituzioni democratiche. 

Un leader così strutturato non è mosso da ideologie coerenti o dal bene comune, ma dalla necessità patologica di confermare la propria grandiosità e di esercitare dominio. 

La sua lealtà è volatile, il suo rapporto con la realtà è strumentale e plasmato dal proprio interesse immediato, e la sua risposta alle critiche o alle sconfitte è spesso paranoica e vendicativa. 

Questo lo rende un "rischio insider" per lo stesso sistema che dovrebbe servire, poiché le sue azioni sono finalizzate a preservare il potere personale, anche a scapito della stabilità sociale e dei principi democratici.

La patologia del potere, quindi, non è solo un disturbo dell'individuo, ma diventa una patologia della sfera pubblica quando trova consenso. 

Studi empirici mostrano come il suo sostegno sia statisticamente correlato a livelli più alti di tratti malevoli (insensibilità, manipolazione, narcisismo) e a una minore empatia affettiva nel suo elettorato. 

Questo suggerisce un allarmante fenomeno di risonanza psicopatologica, dove un leader con tratti Dark Triad catalizza e legittima gli aspetti più aggressivi e antisociali del corpo politico, minando dalle fondamenta il tessuto di fiducia e reciprocità necessario a una società libera. 

L'imprevedibilità non è casuale, ma sistemica e derivante dalla struttura stessa della sua personalità.

(A. Battantier, Frammenti per l'Apocalisse, Mip Lab, 1/26)

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Make America Gretta Again

Gretta e meschina. E fesso io che ci sono cascato. Come quando ti cade il gelato, la parte con il fior di latte e le stelline, e tu resti lì a guardare la coppetta vuota. Ecco. Più o meno così mi sento. Lei aveva qualche anno più di me, mi sembrava così mondana, così sicura. Diceva che io ero speciale, “maturo per la mia età”, un “partner naturale”. Io, ingenuo, credevo fossero complimenti. In realtà voleva dire: sei prevedibile, disponibile, e hai il portafoglio dei genitori abbastanza pieno da pagare sempre i cocktail. Ma io che ne sapevo? Ero innamorato.

Aveva un sorriso che ti prometteva il mondo, ma era un sorriso da contratto, con le clausole scritte in piccolo sotto gli occhi. Mi portava nei suoi posti fighi, mi presentava ai suoi amici, parlava di futuro, di progetti insieme, di come avremmo potuto “cambiare le cose”. Io me la sognavo di notte, questa alleanza perfetta. Lei, esperta e forte. Io, entusiasta e fedele. Il mio sogno.

Poi, un giorno, senza preavviso, ha cambiato canale. Come quando stai guardando il tuo film preferito e qualcuno prende il telecomando e mette uno spot. Ha iniziato a dire che forse io “non ero all’altezza”, che lei aveva “bisogni diversi”. Tradotto: aveva trovato uno più ricco, più potente, o semplicemente uno nuovo da cui farsi pagare i cocktail. Mi ha scaricato con un messaggio. Dopo tutte le promesse, le serate, i miei regali.

Ma dico, io ero lì a pensare al nostro appartamento arredato insieme, e lei stava già smontando i mobili per venderli su Subito.it. La signorina Gretta, l’opportunista viscida. Un narcisismo da manuale. Si specchiava nelle mie attenzioni e ci si vedeva più bella. Quando ho finito di rifletterla, mi ha sputato via.

L’amore è una forma di colonialismo sentimentale. L’amato invade il territorio dell’amante, ne sfrutta le risorse emotive, impone la sua moneta di scambio fatta di promesse, e quando il giacimento è esaurito o meno conveniente, se ne va. Senza un trattato di pace. Senza aiuti per la ricostruzione. Lascia solo macerie fumanti e il dubbio atroce di non essere mai stato veramente amato, ma solo occupato. Strategicamente utile.

E pensare che io credevo follemente in lei. La “Dottrina Gretta” si basava su un principio semplice: ciò che fa Gretta va bene per Gretta. Punto. Il resto è dettaglio. Se per aiutare un suo amico doveva passarmi sopra, lo faceva. E mi chiamava “egoista” se protestavo. Una logica perfetta, circolare, profondamente gretta. Mi seduceva con discorsi su valori comuni, su storie condivise, e poi vendeva i miei segreti (beh, i miei sentimenti) al miglior offerente. O li twittava, per farsi bella.

Ero un debole. Quindi lei mi ha lasciato. Qualsiasi cosa avessi fatto, avrebbe vinto. Perché il gioco lo ha inventato lei, e il tabellone è il tuo cuore a pezzi.

Questa storia è un tradimento. Noi giovani, idealisti, ci beviamo sempre la storia dell’amore eterno, dell’alleanza sacra. Poi arriva Gretta, con i suoi capelli biondi-platinati ma no curvy e i suoi interessi calcolati al millesimo, e ti fa credere di essere il Prescelto. Finché non servi più.  Allora ti tratta come un essere insignificante. Ti dice che sei “troppo bisognoso”, “troppo complesso”. Che ha bisogno di “spazi”. Di spazi per correre dietro a un altro, più muscoloso, che parla a squarciagola e non legge libri. Uno che, di sicuro, non la tradisce con sentimenti come la “pietà” o la “delicatezza”. Lui è gretto e basta, senza vergogna. E forse a lei, in fondo, piace così. Perché è specchio.

E io sono qui. Con la mia coppetta vuota di gelato. Con il mio cuore in frantumi. Lei è già a fare serata, con il nuovo. Ride forte, si gode la vita. E io imparo che forse, la prossima volta, dovrò essere un po’ più gretto anch’io. O forse no. Forse resterò questo stupido romantico, con la vaga, triste sensazione di aver creduto a una fiaba scritta da un’affarista. Una fiaba senza lieto fine.

Il mondo va così. E forse è meglio un gelato caduto, che un gelato mangiato in gretta e avida compagnia. Ma, cavolo, quanto era buono quel gelato con le stellette. Per un attimo, ho davvero creduto che fosse per sempre.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26)

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21 janv. 2026

IL TOTALITARISMO INVERTITO (un sistema che ti bacia mentre ti strangola. L'uomo desidera solo sicurezza e intrattenimento: Trump offre entrambi, a modo suo. L'individuo non vuole più essere cittadino, vuole essere un cliente. E lui è il venditore definitivo)

L’America una volta ci facevano sognare. Adesso ci fa ridere, ma è un ridere che ti strozza. Trump vorrebbe fare il preside pure nella scuola nostra. A lui le elezioni non piacciono più, preferisce giocare a Monopoli con i suoi amici. 

Cerca il terzo mandato, ed è disposto a mangiarsi in un boccone la Costituzione.

I repubblicani fanno sì con la testa come pupazzi. Che succede? Davvero vi piace questo clown che vi prende per il culo? 

Vi dice "voteremo solo se vinco io", e voi applaudite? 

Ma non è un clown, non è un comico. Lui è serio. La commedia siamo noi che lo guardiamo. 

La farsa sono quelle elezioni truccate in Siria o in Egitto, quelle che facevano ridere i polli. Lui le copia, i dittatori adorano le elezioni. È l'unico modo per farsi dare un bacio in bocca dal popolo violentato. 

È il sogno americano! Hanno svuotato tutto: il voto con la manipolazione dei collegi elettorali, la politica coi soldi delle corporations. Quanto poi alle differenze tra i partiti, sono due squadre della stessa lega! 

Fingono di litigare per farti credere che esiste una partita. Ma il risultato è sempre: tu perdi, loro vincono (come in Italia, del resto).

Il totalitarismo è arrivato, ma non con gli stivali. Con un cappello rosso e una cravatta lunga quattro metri. Lo chiamano "totalitarismo invertito". Un sistema che ti bacia mentre ti strangola. Continua a mostrarti la bandiera, la Costituzione, le belle parole sulla libertà. E intanto le corporations e gli oligarchi fanno quello che vogliono. 

Buona notte, America. La democrazia americana, una cosa che si vota ogni due anni tra frodi, distretti taroccati, cittadini privati dei diritti e una Corte Suprema che legalizza la compravendita dei candidati. 

Questa non è una democrazia. È un costoso spettacolo di ventriloqui. E il burattino adesso ha tagliato i fili al burattinaio.

È una situazione da fumetto, se non fosse che il cane nella vignetta ha davvero mangiato il bambino. 

Lui vorrebbe cancellare le elezioni, l'ha detto chiaro: 

"Se siamo in guerra, niente elezioni? Oh, bene". 

E noi qui, come conigli ipnotizzati dai fari, a discutere se sia incostituzionale.

E i cani da guardia dell'informazione sono diventati quasi tutti cagnolini da salotto. 

Un Narciso patologico che vuole cancellare la storia per riscriverla a solo vantaggio della propria immagine.

Ha proposto di sostituire Martin Luther King con il suo compleanno. Una pagliacciata talmente oscena. 

L'America si sta trasformando in un reality show dove il protagonista uccide gli altri concorrenti, letteralmente, e il pubblico applaude. Il kitsch è il nuovo stile di governo. 

Alla fine, la democrazia liberale muore per noia e per insignificanza. 

I partiti sono intercambiabili, le passioni politiche si sono spente, i diritti sono solo un fastidio. 

L'uomo desidera solo sicurezza e intrattenimento. Trump offre entrambi: lo spettacolo della propria personalità e la promessa di un ordine brutale. 

L'isolamento sociale, l'atomizzazione, hanno preparato il terreno. 

L'individuo non vuole più essere cittadino, vuole essere un cliente. E lui è il venditore definitivo. 

La tragedia è che non ci sono colpi di scena. Lui dice che vuole annullare le elezioni, loro fanno interrogazioni. Lui prepara la dittatura, loro preparano una mozione. È una commedia degli equivoci, ma l'equivoco è che crediamo ancora ci sia un finale diverso. 

E poi c'è l'osceno fantasma della patria. L'America che ho amato da ragazzo, quella degli scrittori e dei cantanti e gruppo ribelli, della complessità, è stata sostituita da questa caricatura sguaiata. 

Trump è il solipsista perfetto, per cui esiste solo la sua volontà. 

Il Congresso? 
Una banda di codardi. 
La stampa? Un fastidio. 
Il popolo? Un pubblico. 

È la rivincita dell'idiozia più becera contro ogni forma di intelligenza (lo diceva già l'insopportabile mamma di Donald!).

Una farsa che fa male al fegato. La barzelletta finale. Per decenni hanno detto: "In America c'è una democrazia solida". Poi arriva un pagliaccio malato di narcisismo, e con un colpo di spugna cancella il gioco.

Il trucco? Avevano già svuotato il significato di tutto: il voto, i diritti, la giustizia, la libertà di stampa. Lui ha solo dato il colpo di grazia a uno zombie. 

E il bello è che lo fanno con il nostro permesso, mentre siamo distratti da un flusso continuo di cazzate.

L'hanno chiamato "totalitarismo invertito": sembra democrazia, ma è una prigione di lusso. E ora stanno togliendo anche il lusso. Ci vediamo alla resistenza. Se ci sarà.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Frammenti per l'Apocalisse, Mip Lab, 1/26)


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20 janv. 2026

LA COLONIA ENERGETICA DI WASHINGTON

Abbiamo tagliato il gas russo per abbracciare, servili, il Gnl americano. Ora dipendiamo per l'80% dagli Stati Uniti. Li paghiamo in dollari, seguiamo le loro guerre, svendiamo la nostra sovranità energetica. L'Europa è sempre più una colonia energetica di Washington. Chiudiamo i rubinetti, sì, ma solo quelli che loro ci ordinano di chiudere. Che maestria: farsi strozzare volontariamente dal "migliore amico", mentre lui si arricchisce e noi decliniamo. Un capolavoro di politica estera. Complimenti a noi, perfetti vassalli. (A. Battantier, Italien Néandertalien, 5/26)

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IL DIRITTO INTERNAZIONALE (come possiamo noi venerare questo “documento” mentre i bombardieri, sotto qualsiasi bandiera, ne stracciano le pagine sopra Belgrado, l’Iraq o Gaza? E, e resta, uno strumento dei potenti)

Proviamo a immaginare il Diritto Internazionale come un “documento”, una costituzione mondiale. Un’idea nobile, figlia dell’Illuminismo, che tradisce però una tragica ingenuità. Non esiste un tal testo fondativo, non vi sono firme in calce che impegnino davvero la coscienza dell’umanità. 

Quello che chiamano Diritto Internazionale è, nella migliore delle ipotesi, una raccolta di principi astratti -la Carta dell’ONU, le Convenzioni di Ginevra-  nati dalle ceneri di Norimberga con la pretesa di elevare la coscienza collettiva oltre la barbarie della guerra. 

Ma Norimberga fu, per sua stessa ammissione, la giustizia dei vincitori. E qui sta il paradosso: il diritto che pretende di sovrastare la forza è generato e sostenuto dalla forza stessa dei vincitori di ieri. 

Come possiamo noi venerare questo “documento” mentre i bombardieri, sotto qualsiasi bandiera, ne stracciano le pagine sopra Belgrado o Gaza? 

La ragione esplode di fronte all’ipocrisia organizzata. Il veto nel Consiglio di Sicurezza è la confessione istituzionale che questo diritto è, e resta, uno strumento dei potenti. 

La sua importanza fondamentale è quella di un faro spento: ci indica dove dovremmo essere, ma non illumina la strada per arrivarci, lasciandoci nell’oscurità della realpolitik.

Il Diritto Internazionale, nelle sue formulazioni migliori (le Convenzioni, i principi jus cogens), rappresenta una conquista delle lotte popolari contro la violenza degli stati. È il vocabolario legale con cui si possono -e si devono- processare i crimini dei potenti. 

Ma il sistema di potere globale opera con sistematico cinismo per neutralizzarlo. La Corte Penale Internazionale, ad esempio, è rifiutata da quegli stati che praticano costantemente l’aggressione imperialista e la sopraffazione, sia essa militare, economica o di dominio interno. 

Questi non sono “fatti sfortunati”; sono la progettata architettura dell’impunità. Parlare di “violazioni” è eufemistico: si tratta di un rifiuto strutturale di sottomettersi alla legge, quando essa confligge con gli interessi dell’impero di turno. 

Il bombardamento della Serbia del 1999 (una “guerra umanitaria” non autorizzata dal Consiglio di Sicurezza) o l’invasione dell’Iraq del 2003 ne sono esempi didattici. Il diritto è variamente utilizzabile. 

È uno strumento brandito contro i nemici geopolitici e accuratamente riposto quando sono in gioco gli interessi propri o quelli dei clienti. 

L’ONU, paralizzata dal veto, diventa spesso il teatro di questa ipocrisia. Dire che è “fondamentale” è vero solo se lo intendiamo come l’arma retorica e legale che i movimenti di solidarietà globale devono impugnare per inchiodare i potenti alle loro stesse, proclamate, regole. La sua forza non è nella sua autoefficacia, ma nella sua capacità di mobilitazione e di delegittimazione.

Io da ragazzo il Diritto Internazionale me lo immaginavo una specie di “Costituzione della Terra”, bella tosta, con la copertina rigida e magari gli angioletti d’oro. Poi vai a cercare le firme in fondo e…niente. C’è una macchia di caffè, una firma illeggibile, forse una lacrima. Perché è nato a Norimberga, dopo che avevano fatto una carneficina. Era come dire: “Mai più, per carità!”. Un grido. Poi però, quando i capi di stato litigano, chi è il terzo che li giudica? Massimo Cacciari la definisce ormai carta straccia. Forse è peggio: è la carta igienica dei potenti. Fanno la guerra, fanno i veti: “Veto io!” “No, veto io!”. E nel frattempo, le persone muoiono. 

E’ più importante salvare una vita o il diritto all’autodeterminazione? Certo, se tu vedi uno che annega, lo salvi e basta. Poi, se è d’accordo, gli chiedi come si chiama e dove voleva andare. Il diritto internazionale mi  sembra una sceneggiata. Una cosa seria trattata da buffoni col potere, e una cosa buffa trattata seriamente da chi non ha potere. 

Tuttavia, il diritto, senza la volontà di cambiare le cose, senza questi folli che ci credono ancora, resta solo una parola nei discorsi dei politici. Forse il vero diritto internazionale è quello che scriviamo ogni giorno coi gesti, con la solidarietà, scendendo in piazza, dicendo “no” alla sopraffazione. È  una cosa viva, insomma. E finché c’è chi ci crede, non è pleonastico. È necessario come il pane.

Il Diritto Internazionale è quindi simultaneamente: un ideale regolativo imprescindibile che definisce l’orizzonte della civiltà; un campo di battaglia politico, dove la retorica del diritto serve a mascherare o a denunciare l’esercizio del potere brutale; e infine una promessa umana tradita dai potenti, che acquista senso solo se incarnata dalla testimonianza e dalla resistenza concreta degli “uomini di buona volontà”. 

La sua debolezza istituzionale -il veto, il rifiuto delle grandi potenze, l’assenza di un vero terzo giudice imparziale-  non è un motivo per abbandonarlo, ma per riconoscerne la natura: non è una legge sovrana, ma l’archivio delle ragioni dei vinti e il lessico della loro rivendicazione. 

Contro la sopraffazione degli imperialismi, la sua forza non sta nella coercizione che manca, ma nel potere di accusa e di vergogna che, se mobilitato dai movimenti globali, può erodere la legittimità degli oppressori. 

Non è una carta costituzionale, ma una mappa della resistenza e della speranza utopica. Il suo unico luogo di consultazione autentico non è l’Aia o New York, ma la coscienza collettiva di chi rifiuta che la forza sia l’unica legge tra le nazioni.

(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 1/26. Jote Meno, Gere, Avend, Vitto Kii, Lucrezia, Federico)

#memoriediunadolescente

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LA PARABOLA DI ANTONIO DI QUA, ANTONIO DI LÀ: DA MANI PULITE A MANI MELONI

Antonio Di Qua, Antonio Di Là, a seconda di dove tira il vento. Cerca un po’ di luce, una falena stanca che sbatte contro tutte le lampadine spente della Repubblica. 

Ci ha provato coi Cinque Stelle, e l’hanno murato vivo. Meno male, diciamo. Se no, oltre a Razzi, Scilipoti e De Gregorio, chissà che altri capolavori ci regalava. 

E ora se ne sta lì, in sella al suo trattore da pensionato. Che commozione. Con la pensione da ex magistrato e da ex parlamentare, non avrebbe bisogno della Caritas eppure il suo cuore non è contento. Il cuore ha nostalgia dei vecchi amori.

Si è svegliato una mattina e si è ricordato che da giovane gli piaceva il lato destro del letto, gli è riemerso l’istinto! E dice:

 
“Meloni! Giorgia! Eccomi, tesoro! Sono tornato a casa!”. 
E si butta ai suoi piedi come un cagnolino che ha ritrovato il padrone dopo un lunghissimo, scomodissimo viaggio chiamato etica.

E non ditemi che è per le ragioni del “Sì”. Per le ragioni del “Sì” lui ci crede quanto io credo che Ruby sia la nipotina di Mubarak. 

Vuole solo un posto al sole, o almeno all’ombra dell’ombrellone di chi comanda adesso. È la legge della giungla: il potere logora chi non ce l’ha. E lui si è logorato fino all’osso. 

Sapete a cosa serve adesso? A fare da trofeo. Il cacciatore di toghe che appende la sua testa impagliata al salotto di Palazzo Chigi. 

“Guardate -dicono- persino un eroe di Mani Pulite è con noi!”. 


La separazione delle carriere! Uno strumento per piegare la magistratura, per metterla sotto la suola lucida dell’esecutivo. E non solo la fanno, ma ti impediscono pure di parlarne. È il pacchetto completo: il furto e la museruola. 

Di Pietro non si riconosce più in “Mani Pulite”. Si riconosce in “Mani Meloni”. Che è tutto un altro tipo di contatto, molto più servizievole.

La coerenza in certi individui viene messa in vendita all’asta. E quando non ci sono offerte decenti, la si regala, nella speranza di ottenere un posto d’onore alla tavola dei potenti. 

Di Pietro sta facendo ciò che gli uomini senza principi ma con un discreto senso dell’opportunità hanno sempre fatto: arruolarsi nell’esercito che sembra vincere. Che sia l’esercito giusto o sbagliato è un dettaglio di cui la sua nuova, comoda uniforme non gli permette più di preoccuparsi.

Una fiaba moderna: l'uomo che voleva essere amato da tutti alla fine, bussò alla casa dell’Orchessa che governava, e le offrì in dono il suo stesso cuore, imbalsamato e infiocchettato. L’Orchessa sorrise, appese il cuore sopra il caminetto tra gli altri trofei, e gli permise di vivere nel giardino, a spazzare i sentieri con un trattorino giocattolo.

Di Pietro, per essere qualcuno, deve appoggiare chi è al potere. Per appoggiare chi è al potere, deve rinnegare ciò che lo rese qualcuno. Più rinnega, più è invitato ai salotti buoni.  

Si è spogliato non solo della toga, ma dell’intero apparato sinaptico che gli permetteva di indossarla. Quel che resta è un uomo che desidera, sopra ogni cosa, una carezza sulla testa dal Potere. E la Meloni, con il sorriso glaciale di chi sa di possedere già ogni cosa, gliela concederà. È l’umiliazione suprema, e lui la chiama “ritorno a casa”.

Tutto si riduce al mercato. Anche le convinzioni. Lui ha un capitale simbolico in rapida svalutazione. Lo sta liquidando presso l’acquirente con il prezzo più alto sul mercato politico-attuale. È una transazione. La nostalgia di cui parla è una finzione sentimentale, una fiaba che si racconta per rendere degna di essere vissuta una vita ormai vuota. 

La verità è più semplice, e più squallida: dopo la menopausa politica, non gli resta che vendere la propria immagine residua. È il capitalismo delle anime. Funziona così.

Certo, quale calcolo, quale disperato, autoassolutorio monologo interiore può giustificare questo teatrale atto finale? 

Forse si dice: “Ho combattuto il sistema, ora il sistema sono io”. Ma non è vero. Lui non è il sistema. È il giullare di corte anziano e stonato. 

Altro che “ritorno alle origini”. È la resa totale, vergognosa, di un uomo alla propria paura di non contare più nulla.

Lui, che faceva il magistrato, ora applaude a una legge scritta apposta per castrare i magistrati. 

Da paladino di Tangentopoli a mascotte di Destropoli. È la versione politicizzata della sindrome di Stoccolma: prima ti sequestrano simbolicamente, poi tu ti innamori dei tuoi sequestratori, poi ti offri come loro portafortuna. “Mani Meloni”, uno slogan che si scrive da solo. Gli manca solo il cappellino da elfo e una campanella. E la riforma, quella per cui ci crede, è la barzelletta perfetta. 

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26)

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19 janv. 2026

TRUMP E L'EUROPA: L'ISOLA DEI VASSALLI

L’Unione Europea. Una gran bella famiglia, proprio. Mia nonna raccontava dei parenti che, ad una festa di matrimonio, restarono tutti zitti quando lo zio americano che aveva fatto i soldi, prese il microfono e disse che il vino era aceto. E alcuni sorrisero, e fecero cenno di sì. “Hai ragione, zio, è aceto”. E intanto il vino era il nostro, della nostra vigna. Ma lui aveva messo dei soldi per la festa e aveva pagato l’orchestrina da Rimini. E allora che fai? Canti la sua canzone. Sempre.

Se poi domani lui dice che il giardino di casa tua, in realtà, sarebbe un bel posto per il suo garage, tu cominci già a spostare i gerani. Perché l’importante è che lui sia contento.

L’importante è l’alleanza. L’amicizia. La sudditanza, scusate, volevo dire la solidarietà atlantica.

Trump dice “Quella Groenlandia è carina, me la prendo”.

E l'Europa convoca una riunione d’emergenza. Per decidere il colore del fiocco da mettere sul pacchetto!

“Signori, abbiamo stabilito: fiocco celeste, come il ghiaccio. E poi offriamo noi la spedizione!”

Non esiste l’Europa. Esiste una colonia americana, il copione è sempre lo stesso: Washington starnutisce, Bruxelles prende l’antibiotico. E poi ti fanno la predica sui valori. I valori di chi? Di chi paga il conto della NATO in strofinacci umani e dignità nazionale?

“Risposta forte”. È una di quelle paroline che hanno svuotato di senso, come “libertà” o “patriottismo”. Una “risposta forte” dell’UE significa: “Ci mettiamo a quattro zampe, ma con un cuscino più spesso, per non farci male alle ginocchia”.

Accetteremo altri dazi? Ma certo! Siamo dei masochisti fiscali! Cederemo altro spazio per le basi? Certo che sì!

Trasformiamo l’Europa in un portaerei americano senza ponte di volo, solo parcheggio. E compreremo più armi!

Perché l’unica difesa contro l’orso americano è comprargli le trappole per orsi che lui stesso vende.

È un bellissimo circolo vizioso: loro ci vendono la paura, poi ci vendono la medicina per la paura, e poi ci fanno pagare pure lo smaltimento dei rifiuti della medicina. E noi siamo qui a dire “Grazie, possiamo avere un altro ciclo?”

L’Unione Europea ha regole complicate sulla curvatura delle banane. Ma non ha regole su come dire “No” al suo cugino grasso e armato fino ai denti, gli Stati Uniti d’America. Quando il cugino grasso ha annunciato di voler prendere un grande frigorifero chiamato Groenlandia, il club si è riunito e ha deciso di offrire, come gesto di ferma protesta, il proprio freezer.

Del resto, questa è la trappola della “Sicurezza”. Più armi americane compri per sentirti sicuro, più ti rendi insicuro perché diventi un bersaglio più grosso e perché il tuo protettore americano diventa più prepotente. Ma se provi a comprare meno armi americane, ti senti insicuro perché il tuo protettore americano si offende. Quindi devi comprarne di più. Bisogna tenersi sempre aggiornati sugli umori del padrone.

L’eleganza del servilismo, la calligrafia minuziosa con cui si redigono le clausole della propria umiliazione. Pensano in francese, amministrano in tedesco, ma implorano sempre in inglese americano.

Il potere non parla, fa parlare gli altri nella sua lingua, costringendoli a formulare le proprie sconfitte come vittorie morali. “Una risposta forte”. Ah ah ah!

Tutto è così noioso. L’estensione del dominio americano, l’atrofia della volontà europea. È un processo biologico, come l’invecchiamento. L’Europa è un organismo senescente che cede terreno a un parassita più giovane e vigoroso. Se ne sta lì, a guardare i suoi musei e le sue cattedrali, a mangiare formaggi, in attesa che arrivi l’ordine.

L’America prende, l’Europa si dà. È una relazione stabile. Non c’è più niente da aggiungere. Forse domani compreranno un altro caccia.

Hanno preso la Groenlandia. Non è possibile. Sì, Trump, Un tweet. Ma noi abbiamo protestato con vigore. Cioè? Abbiamo detto che il 50% di dazi supplementari era accettabile. Ma non un centesimo di più. Era la nostra linea rossa. Ah. E loro? Hanno messo il 51%. E allora? Abbiamo accettato. Ma siamo stati durissimi. Abbiamo fatto una riunione di undici ore. Alla dodicesima, abbiamo ceduto. Ma con stile. Con una dichiarazione di venti pagine.

L’angoscia dell’uomo europeo! Lui, erede di Goethe e di Voltaire, si ritrova a contare gli euro di dazi sulla sua Mercedes, mentre suo figlio indossa un cappellino da baseball e parla di “noi” quando parla dei Marines. Legge Kant a colazione e poi firma contratti che lo trasformano in un vassallo.

È il segreto sporco di un continente che ha causato e visto troppi orrori per averne il coraggio, e allora si affida all’orrore gentile, mercantile, dell’amico d’oltreoceano. Che lo protegge e, nel frattempo, lo spoglia. Lui lo sa. E questo lo rende ancora più rancoroso, e ancora più servile.

Sto vedendo un reality show: L’Isola dei Vassalli. Gli Stati Uniti sono il conduttore sadico, l’Europa è il concorrente che si umilia per una scatola di cibo in scatola, cioè per un contratto sul gas. La “risposta forte” è il gioco a eliminazione: chi si ribella viene eliminato, cioè sanzionato, isolato, fatto a pezzi dai media atlantisti. Il pubblico applaude alla “coerenza occidentale”, che è come dire “sottomissione funzionale”. Se gli USA prendono la Groenlandia, l’Europa, per dimostrare la sua autonomia, si offrirà di prendere l’Islanda, per conto degli USA.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26)

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18 janv. 2026

LARA COMI RESTITUISCE 500 MILA EURO PER DIMOSTRARE IL SENSO DI RESPONSABILITÀ (Se sei un politico e rubi tanto, tanto, ma poi restituisci un po’, diventi quasi un eroe. Se votate per un ladro e lui vi deruba, di chi è la colpa? Il loro disprezzo per il popolo è metafisico, totale. Del resto, se fai fare le leggi ai delinquenti cosa ti puoi aspettare?)

Se io vado in banca e dico "Ehi, guardate, ho rubato, ma ora vi restituisco la metà, va bene?", loro mi legano e mi portano via. Ma se lo fa un politico, è "Oh, ha dimostrato senso di responsabilità!" 

Il principio legale è che più soldi rubi, più paghi e più la fai franca. 

Ti raccontano che è colpa dei magistrati, dei burocrati, degli immigrati. Qualsiasi cosa, purché non sia loro. 

Hanno creato un parco giochi per delinquenti, con leggi fatte su misura.

In Italia i politici si sono evoluti. Hanno capito che la miglior difesa non è solo un buon avvocato, ma una buona legge. Una legge che scrivi tu.  

La casta sta benone. Ormai sa che il popolo italiano ha una memoria cortissima e una capacità di indignazione ancora più corta. 

Basta parcheggiare mezzo milione, dichiararsi vittima di una campagna diffamatoria, e voilà, si riparte. 

È un vecchio trucco ma funziona sempre. Se votate per un ladro e lui vi deruba, di chi è la colpa? Sua, certamente. Ma anche vostra.

Se sei un cittadino normale e rubi, vieni punito. Se sei un politico e rubi tanto, tanto, ma poi restituisci un po’, diventi quasi un eroe. 

Una specie di Robin Hood al contrario: ruba ai molti, rende una parte a sé stesso sotto forma di multa, ed è a posto. 

Più sei colpevole, più hai i mezzi per dimostrare la tua presunta innocenza pagando. 

Come fai ad avere l'immunità? Per averla, devi prima essere colpevole di qualcosa di abbastanza grande da potertela permettere.

Gli ingredienti: potere, denaro, influenze mediatiche. Gli attori principali di questa farsa si muovono in una nebbia di parole vuote, di "riforme" e "giustizie", mentre le loro dita, unte, scivolano sul codice penale per cancellare le proprie tracce. 

Il loro disprezzo per il popolo è metafisico, totale. Li considerano ingenuotti creduloni, una massa da intorpidire con i talk show. 

La casta è tornata, più cinica e biologica che mai. Si riproduce per cooptazione. Chi viene scoperto con le mani nella marmellata, non si redime mai, si trasforma. Da imputato a vittima, da vittima a tribuno. 

Schiforma? Una parola perfetta. Schifosa riforma. E loro, i protagonisti, con i loro 500.000 euro parcheggiati come un'auto in seconda fila, ci spiegano il codice della strada. E noi, invece di multarli, li applaudiamo perché hanno trovato parcheggio. Loro sono furbi. Siamo noi il pubblico di ingenuotti creduloni.

Del resto, se fai fare le leggi ai delinquenti cosa ti puoi aspettare? Una legislazione su misura, con sconti per i clienti abituali. 

Una curiosità: sono pieno di debiti, posso fare una rapina di un milione di euro e poi restituirne 500000 e venire assolto? No, io no. Sono un cittadino. 

Loro, invece, non stanno rapinando. Stanno legiferando. E c’è una bella differenza. È tutto perfettamente lecito. Fino a quando non decideremo, una volta per tutte, che non lo è più. NO!

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26)

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