Se guardi la televisione sembra tutto normale. Vediamo i bambini morti e cambiamo canale. Vediamo le bombe e pensiamo: "Uffa, che noia, un'altra guerra".
Come se la guerra e la morte fosse una pratica burocratica.
Chi ci ha insegnato a guardare il mondo con questi occhi? Chi ci ha convinto che è normale che 165 bambine iraniane finiscano sotto il cemento armato di una scuola e noi parliamo di spread e aumenti di benzina? Chi ci ha detto che va bene così?
Ci sono bambini morti dall'altra parte del mare e noi ci preoccupiamo se la procedura d'infrazione ci farà saltare i condoni.
È come se avessimo un interruttore nella testa: on/off.
Non siamo più sconvolti dalla tragedia della vita e i potenti hanno scoperto che possono uccidere e farla franca. Loro hanno i media, hanno gli intellettuali, hanno gli opinionisti che spiegano perché quei 165 corpi di bambine sono in realtà "danni collaterali".
Hanno inventato un linguaggio per trasformare il sangue in inchiostro, le ossa in statistiche, il dolore in "effetti indesiderati". Hanno trasformato l'omicidio di massa in un problema di comunicazione.
Il trucco più sporco è che ci fanno credere di essere dalla parte dei buoni. Sempre. Dall'invasione dell'Iraq ai bombardamenti sulla Siria, dalle bombe su Gaza a quelle su Minab: noi siamo i buoni. Noi portiamo la democrazia. Noi portiamo la libertà. Noi portiamo le portaerei. E se muoiono dei bambini, beh, è perché gli altri sono cattivi e li usano come scudi umani. Tu uccidi i bambini e la colpa è di chi li ha fatti nascere nel posto sbagliato.
Qual è la differenza tra una dittatura e una democrazia occidentale? Nella dittatura ti dicono chiaramente: "Tu non conti niente, stai zitto e obbedisci". In democrazia ti dicono: "Tu sei importante, il tuo voto conta, sei tu il sovrano".
E intanto, quelli che detengono il 99% della ricchezza, decidono tutto. I media ti spiegano cosa devi pensare. E tu, sovrano, ti siedi sul divano, accendi la TV e sei felice perché hai scelto. Hai scelto tra due o tre candidati finanziati tutti dagli stessi banchieri. Grande democrazia.
Siamo qui a chiederci se Meloni starà con Trump o con gli italiani, come se fosse una domanda sensata. Come se Trump e gli italiani fossero due entità sullo stesso piano. Trump rappresenta un impero che ha basi militari in mezzo mondo, che ha rovesciato decine di governi, che ha ucciso milioni di persone.
Gli italiani rappresentano, cosa? La voglia di non perdere i condoni? La paura che ci aumentino le tasse se non stiamo bravi? Siamo davvero questo?
Esperti americani hanno sconsigliato l'attacco all'Iran. Poi gli americani hanno attaccato. Perché? Perché in America il principio di contraddizione non è un difetto, è un metodo di governo. Si dice una cosa, si fa l'opposto, e se qualcuno se ne accorge si cambia discorso.
Bibi & Dodo si credono inviati da Dio. Credono di dover accelerare la fine del mondo perché così arriva il Regno dei Cieli. È come se il mio vicino di casa desse fuoco al palazzo perché tanto dopo c'è il paradiso.
E noi stiamo lì a chiederci: ma il governo italiano come si posiziona? Ma ci mancherebbe altro che si posiziona: sta dalla parte di chi brucia il palazzo, perché tanto la scala antincendio ce l'hanno solo loro.
Del resto, se uccidi 165 bambine in una scuola, la notizia dura due giorni, poi arriva un'altra strage e si cambia argomento.
Se invece muore un soldato americano, è tragedia nazionale per settimane. Se muore un giornalista occidentale, si ferma il mondo.
Ma 165 bambine iraniane? Beh, sono iraniane. E poi sono bambine, quindi non contano nemmeno come soldati (del resto, anche ai festini di Dodo le bambine non contavano assai!).
Sono solo numeri. È come quel famoso principio per cui in guerra tutti i morti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
La classe dirigente italiana ha un problema: deve decidere se stare con Trump o con gli italiani. Domanda mal posta. Trump è concreto, ha le portaerei, ha i soldi, ha i media. Gli italiani hanno i problemi, le tasse, le bollette, la paura. Ma hanno anche il voto. Quindi il calcolo è semplice: quanto possiamo ignorare gli italiani prima che ci tolgano il voto? Quanto possiamo essere fedeli a Trump senza che gli italiani si incazzino? È un problema di ingegneria elettorale, non di coscienza. La coscienza non c'entra. Non è mai entrata in questi ragionamenti.
Se riconoscessimo che quelle 165 bambine sono esattamente come le nostre figlie, le nostre nipoti, le bambine che incrociamo per strada, dovremmo scendere in piazza, dovremmo urlare, dovremmo fermare tutto. E questo è scomodo. Quindi meglio non vedere. Meglio cambiare canale.
Giorgia Meloni evita il Parlamento, parla solo in interviste radiofoniche dove può controllare le domande. Perché in Parlamento qualcuno potrebbe chiederle: "Presidente, quelle 165 bambine, le abbiamo uccise noi?" E lei dovrebbe rispondere. E la risposta sarebbe complicata. Perché se dice "sì, le abbiamo uccise noi", è un problema. Se dice "no, le hanno uccise gli iraniani per incolpare noi", è un problema ancora più grosso perché significa che siamo così cinici da pensare che un regime possa massacrare le sue bambine per fare propaganda. Quindi meglio non rispondere. Meglio rimandare. Meglio aspettare che la gente si distragga.
C'è una frase che circola in questi giorni: "Se sono stati gli americani, la giustificazione dei 'danni collaterali' lascia inalterata l'origine di tanto orrore: l'attacco brutale deciso dai due soci Bibi & Dodo". È una frase onesta. Perché non importa chi ha sganciato quella bomba. Importa chi ha deciso la guerra. Importa chi ha scelto di bombardare un paese mentre era in corso un negoziato. Importa chi considera 165 bambine un prezzo accettabile per i propri interessi geopolitici. Questo è il punto: non l'errore, non l'incidente, non la tragedia. La decisione. La scelta consapevole che in guerra i bambini muoiono e va bene così.
Intanto gli Stati Uniti stanno per schierare una terza portaerei in Medio Oriente. Tre portaerei, tre città galleggianti piene di aerei, missili, soldati, pronte a uccidere.
E noi chiamiamo questo "dissuasione". Chiamiamo questa "politica estera". Chiamiamo questo "difesa della democrazia". Tre portaerei per difendere la democrazia. In un paese, l'Iran, dove la democrazia non c'è mai stata. Quindi cosa stiamo difendendo? Il petrolio? Le rotte commerciali? Il fatto che noi possiamo comprare la benzina a un prezzo accettabile? Sì, probabilmente sì. 165 bambine per la benzina a un prezzo accettabile. È questo il calcolo. Nessuno lo dice, ma è questo.
I media italiani parlano del referendum, della manovra economica, della procedura d'infrazione. I media italiani sono posseduti da gente che ha interessi in questa guerra. Da gente che non vuole che ci si fermi troppo su quei corpi di bimbe. Da gente che preferisce che parliamo di altro. E funziona. Perché la gente è stanca, è confusa, è spaventata. E quando sei stanco, confuso e spaventato, accetti la versione semplice: loro sono cattivi, noi siamo buoni, andiamo avanti.
Ho una proposta per il governo italiano: istituiamo il Ministero per la Gestione dell'Indignazione Selettiva. Sarà un ministero che deciderà per quali morti possiamo indignarci e per quali no. Per gli italiani all'estero: indignazione massima, tre giorni di lutto nazionale. Per i bambini di Gaza: indignazione bassa, un trafiletto. Per le bambine iraniane: nessuna indignazione, erano dall'altra parte. Il ministero fornirà anche istruzioni su come usare le parole giuste: non "bambini uccisi", ma "danni collaterali in un'operazione di pace". Non "massacro", ma "incidente nel contesto di una complessa situazione geopolitica".
Noi italiani ci crediamo brava gente. Ci crediamo diversi. Ci crediamo migliori. Siamo il paese della Costituzione più bella del mondo, del "ripudia la guerra", dell'accoglienza, della solidarietà. Poi diamo le nostre basi, i nostri aerei, i nostri soldati a partecipare a guerre altrui. Poi votiamo governi che si allineano agli imperialisti. Poi non diciamo niente quando 165 bambine vengono sepolte vive. E la domenica andiamo in chiesa e ci sentiamo a posto con la coscienza.
C'è il mercato della morte. I morti sono merce, i numeri sono prezzi, le tragedie sono occasioni di business.
L'Iran ha risorse, ha petrolio, ha posizioni strategiche. Gli Stati Uniti vogliono quelle risorse. Israele vuole quella posizione strategica. I bambini morti sono solo un costo accessorio, come l'inquinamento in una fabbrica. Li calcolano, li mettono in bilancio, li considerano inevitabili. E quando il costo diventa troppo alto, magari si fermano. Magari no. Magari continuano finché non hanno preso tutto.
E noi stiamo lì a guardare la TV, a preoccuparci della manovra economica, a chiederci se Meloni starà con Trump o con gli italiani!
Ma Trump è il nemico! Trump è il distruttore! Trump è quello che bombarda le scuole! E noi stiamo a chiederci se la nostra premier gli darà retta!
Svegliamoci! Siamo dall'altra parte! Siamo quelli che subiscono le conseguenze di queste guerre! Siamo quelli che pagano le tasse per comprare le bombe! Siamo quelli che poi accolgono i profughi che scappano da quelle bombe! Siamo gli idioti utili di questo sistema!
Il meccanismo è sempre lo stesso: si costruisce il nemico, si prepara l'opinione pubblica, si bombarda, si contano i morti, si cambia discorso. L'importante è non fermarsi mai. L'importante è che la macchina continui a girare. Perché fermarsi significherebbe guardare in faccia la realtà: che siamo noi i terroristi. Che siamo noi a violentare e uccidere i bambini. Che siamo noi a distruggere le scuole. Che siamo noi a creare i profughi. È più facile continuare. È più facile inventarsi un altro nemico. È più facile cambiare canale.
Un dittatore pazzo decide di bombardare un paese perché Dio glielo ha ordinato. Un altro dittatore pazzo decide di bombardare lo stesso paese perché anche a lui Dio ha detto la stessa cosa. Insieme, uccidono migliaia di persone. Poi si guardano e dicono: "Missione compiuta, Dio è con noi". Fine. Sarebbe una commedia grottesca, no? Invece è la realtà. E noi la guardiamo in TV, tra una pubblicità di detersivi e l'altra.
L'impero americano sta morendo. Lo sanno tutti, tranne gli americani. E quando un impero muore, diventa pericoloso. Diventa irrazionale. Diventa capace di qualsiasi cosa pur di sopravvivere un altro giorno. L'attacco all'Iran è il rantolo di un impero in agonia. Il fatto che l'Italia lo segua è la prova che siamo ancora una colonia, mentalmente e politicamente. Non abbiamo mai smesso di esserlo. Abbiamo solo cambiato padrone.
L’Italia in questa guerra non c'entra niente. Non ha interessi in Iran, non ha capacità di influenzare gli eventi, non ha nulla da guadagnare. Eppure è lì, con la sua fedeltà atlantica, con i suoi obblighi NATO, con la sua paura di dispiacere agli americani.
È come quel tipo che a una festa sta sempre vicino al più fico, sperando che un po' di popolarità gli coli addosso. Peccato che il tipo popolare sia un pazzo con una bomba in mano.
Penso a quelle bambine. A tutte quelle bambine. A quelle sotto il cemento armato di Minab, a quelle sotto le macerie di Gaza, a quelle che scappano e affogano nel Mediterraneo, a quelle che restano e vengono violentate dai compagni di merende Epstein. Penso ai loro nomi che non sapremo mai, ai loro sogni che non si realizzeranno, ai loro corpi che non diventeranno donne. E mi chiedo: chi deciderà per loro? Chi parlerà per loro? Chi le piangerà, se non le loro madri?
Noi, forse, le ricorderemo ancora per qualche giorno. Poi la vita continua. La vita continua sempre. Anche quando 165 bambine sono morte. Anche quando 20.000 bambini sono morti. La vita continua. Ma non dovrebbe. Non dovrebbe essere così normale.
La vita è precaria. Tutte le vite sono precarie. Ma alcune vite sono più precarie di altre, perché qualcuno ha deciso che possono essere sacrificate, vilipese, calpestate.
Questa è la violenza del potere: decidere quali vite meritano lutto e quali no.
Le 165 bambine di Minab non meritano lutto, secondo i media occidentali, perché sono iraniane. Perché sono nate nel paese sbagliato. Perché la loro morte non serve alla narrazione.
Ma il lutto non è un privilegio, è un diritto. Ogni morte merita lutto. Ogni vita merita di essere pianta. Se non piangiamo quelle bambine, è perché abbiamo accettato la logica del potere: ci sono vite che contano e vite che non contano. E questa è la vera violenza.
Da secoli le donne pagano il prezzo delle guerre degli uomini. Da secoli i loro corpi sono il campo di battaglia, la loro riproduzione è la posta in gioco, i loro figli sono i danni collaterali.
E da secoli ci dicono che è inevitabile, che è così che funziona il mondo, che dobbiamo accettare.
Non è inevitabile. È una scelta. È la scelta di un sistema che considera la vita delle donne e dei bambini meno importante del profitto, del potere, del petrolio.
È la scelta del capitalismo, del patriarcato, dell'imperialismo.
Non c'è liberazione senza giustizia. Non c'è pace senza verità.
Non possiamo lottare per i diritti civili in Italia e ignorare i diritti negati in Palestina. La lotta è una sola. Il nemico è uno solo: il sistema che decide chi è umano e chi no, chi merita di vivere e chi può morire. E quel sistema si chiama imperialismo, si chiama colonialismo, si chiama suprematismo bianco.
Siamo qui, 8 marzo 2026, a celebrare la Festa della Donna mentre 165 bambine iraniane giacciono sotto il cemento armato. Siamo qui a parlare di quote rosa, di pari opportunità, di emancipazione, mentre i nostri governanti mandano le nostre basi, i nostri aerei, le nostre armi a uccidere altre donne, altre bambine, altre madri.
Siamo qui, con il nostro "benessere" costruito sulle spalle di miliardi di sfruttamenti, di risorse rubate, di esseri umani ridotti in schiavitù. Con la nostra coscienza pulita perché ci hanno convinto di essere un modello da seguire ed esportare.
Siamo un modello insostenibile, eticamente osceno, privo di moralità.
Non siamo i buoni. Non lo siamo mai stati.
Proprio come gli indiani dei film di John Wayne non erano i cattivi. Erano solo dall'altra parte. Erano solo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come quelle 165 bambine.
Prima o poi il conto da colonialisti egemoni lo pagheremo. Fosse solo per una questione di karma.
Ma probabilmente non sarà il karma. Saranno i popoli che abbiamo oppresso, le risorse che abbiamo rubato, i bambini che abbiamo ucciso. Un giorno si alzeranno e chiederanno indietro tutto. E noi non avremo niente da dire. Perché avremo speso tutto in armi, in guerre, in portaerei.
Ma va bene. Torniamo pure a pensare di essere migliori e più illuminati. Torniamo a guardare la TV.
Torniamo a preoccuparci della manovra economica, della procedura d'infrazione. Tanto quelle 165 bambine sono già dimenticate. Tra una settimana saremo già passati ad altro.
Solo una cosa. La prossima volta che vediamo in TV un bambino morto, in un paese lontano, con un nome impronunciabile, fermiamoci un attimo. Pensiamo che quel bambino è esattamente come i nostri figli, i vostri nipoti, i bambini che incrociamo per strada.
Quel bambino è esattamente come i nostri figli, i nostri nipoti, i bambini che incrociamo per strada.
Quel bambino aveva un nome, una famiglia, dei sogni. Quel bambino è stato ucciso da qualcuno che probabilmente consideriamo nostro alleato.
E poi chiediamoci: da che parte sto? Da che parte voglio stare?
Perché la storia ci giudicherà. E non sarà clemente.
Buona Festa della Donna. 165 volte buona Festa della Donna.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26. Art by Stephen Stadif)
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