13 mai 2026

AVETRANA: FRAMMENTI DI UN DELITTO

Il cellulare giaceva in un campo, semibruciato. E’ il punto esatto dove il mondo ha smesso di girare come doveva. D’estate, ad Avetrana, le persiane sono chiuse per il sole, ma le voci passano lo stesso, sottili come lame. L’orgoglio è una stanza senza polvere: le sedie allineate, il passato rimosso con cura. La gelosia è un paio di infradito fuori dalla porta, una di qua e una di là, simbolo di un’andata al mare che non c’è stata. Perché lei, Sarah, aveva quindici anni e la leggerezza di chi può arrivare in ritardo.

La rabbia è una cintura. Serve a stringere abiti, ma all’occorrenza ha un’altra funzione: tenere insieme ciò che sta per esplodere. La frustrazione è un messaggio letto e mai risposto: “E penso a te”, e la mente va a Ivano, il ragazzo che aveva scelto, o forse no, e che adesso è altrove, con il suo fascino da cuoco di paese.
Poi c’era il garage: il luogo delle cose che non si vedono, delle auto ferme. Lì l’aggressività ha trovato casa, come un oggetto fuori posto. E la televisione trasmetteva “Chi l’ha visto?”, proprio lì, in diretta, il mondo si è ribaltato due volte. C’era sete di apparire, paura del pettegolezzo, furia per una reputazione incrinata. La rabbia è una cintura che stringe un respiro.
L’aggressività è il passo in più, quello che trasforma un litigio in un corpo gettato in un pozzo a Contrada Mosca. Non si trovava. Il corpo di Sarah è stato cercato per un mese, mentre era lì, perfettamente fermo. La domanda “Chi l’ha visto?” era già stata risposta da chi stava davanti alle telecamere, con gli occhi asciutti e il cuore rovesciato come un guanto.
Questo succede quando l’estate finisce e qualcuno dimentica di riportare a casa le infradito. Rimangono lì, una di qua, una di là. E non sono più un paio. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, Lab su Orgoglio, Rabbia, Aggressività, 5/26)

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#memoriediunadolescente
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11 mai 2026

FINANZIAMENTI PUBBLICI ITALIANI (ED EUROPEI) AI GIORNALI

“Pensioni, la metà degli italiani prende ‘troppo’: come rivedere i sussidi (e finirla con il buonismo)” (Corriere della Sera, 5.5)


Mi ha sempre colpito una vecchia regola del vivere civile: chi predica bene, dovrebbe anche razzolare bene. Poi apro il giornale, leggo certe prediche e mi rendo conto che la regola, per qualcuno, non vale. L’articolo del Corriere parte con un titolo tagliente: pensioni, la metà degli italiani prende “troppo”. Suggerisce di rivedere i sussidi e di finirla con il buonismo. È un sermone che punta il dito contro chi riceve poco, ma lo firma un giornale che di sussidi pubblici ne riceve tanti.

Il giornalismo italiano è un viaggio nell’ipocrisia: chi pontifica contro le “mani tese” è il primo della fila col cappello in mano. Mentre si impreca contro il pensionato al minimo, le tasse degli italiani viaggiano silenziose verso le casse di testate milionarie. È un meccanismo collaudato: lo Stato prende i soldi a un operaio in cassa integrazione e li gira al direttore di un grande giornale, che con quella firma può permettersi la villa al mare e scrivere che i poveri sono un peso.

Per il 2026, al carrozzone dei media sono stati promessi 360 milioni di euro, tra fondi diretti e indiretti. Centinaia di milioni per mantenere in vita giornali che, alla domenica, predicano l’austerità per gli altri. Il Corriere spara sentenze, e intanto il Parlamento discute se tagliare i fondi all’editoria. Fratelli d’Italia ha proposto un emendamento per aggiungere altri 125 milioni, giusto per gradire. Nel frattempo, si scopre che per il 2026 sono previsti 110 milioni di contributi diretti alle cooperative editoriali, più altri 35 per prepensionamenti, più i crediti d’imposta per la pubblicità. Un labirinto di sigle e di cifre che fa girare la testa. Ho imparato che quando le cose si fanno troppo complicate, c’è sempre qualcuno che ci sguazza dentro. Più è complicato, più è facile rubare.

L’Europa non è da meno. La Commissione ha appena stanziato 7,4 milioni di euro per “informazione indipendente” sugli affari dell’Unione. Bella parola, “indipendente”. Peccato che i fondi finiscano a due, massimo quattro grandi gruppi editoriali (i soliti noti) che con quei soldi produrranno articoli su quanto è bella l’Europa e su quanto sono cattivi i “populisti” che la criticano. È un sistema perfetto: paghi i giornali, e loro ti descrivono come un benefattore. Se non è corruzione legalizzata questa, qualcuno mi spieghi come chiamarla.

Perfino Il Fatto Quotidiano, il giornale di Marco Travaglio che per anni ha sbandierato “Noi non prendiamo un soldo dallo Stato”, ha presentato domanda per accedere al contributo straordinario di 10 centesimi a copia messo a disposizione dal governo Meloni. La società editrice ha chiesto i soldi pubblici, con l’impegno di non usarli “se non sarà necessario”. Che è un po’ come dire: datemi il malloppo, ma state tranquilli, lo tengo solo nel cassetto.

Ho l’impressione che questo passo sia stato dettato da un errore di scala: allargando la struttura oltre le sue reali possibilità, il giornale ha creato una macchina dai costi fissi insostenibili, con compensi ai giornalisti di punta troppo elevati per un modello indipendente. Se avessero mantenuto una gestione più frugale, avrebbero potuto preservare la loro autonomia finanziaria senza dover tendere la mano allo Stato. Si può ancora tornare alla frugalità delle origini; il mercato dell’informazione non obbliga a diventare colossi multimediali per sopravvivere. A volte serve soltanto il coraggio di restare compatti e fedeli a una missione.

Il finanziamento pubblico ai giornali non serve al pluralismo. Serve a garantire che il potere non venga mai veramente disturbato, perché chi scrive aspetta l’assegno di chi dovrebbe controllare. Il giornalismo italiano si regge su una grande bugia, quella della “informazione di qualità”. Ma la qualità non si compra con le tasse dei cittadini: si dimostra sul campo, giorno per giorno. Se un giornale è davvero libero, non ha bisogno del pizzo di Stato. Se invece lo cerca, è già ricattabile. E chi è ricattabile, lo sanno tutti, non potrà mai raccontare la verità fino in fondo.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 5/26)


#italiennéandertalien

7 mai 2026

A PORNOFINO HANNO INTITOLATO UN SENTIERO A SILVIO BERLUSCONI (Meglio sarebbe stato un Pantano, dove sprofondano il buon costume e la memoria)

A Portofino (da oggi "Pornofino") hanno intitolato un sentiero a Silvio Berlusconi. L’uomo dei bunga bunga, delle condanne definitive per frode fiscale, dei festini con nani e mignottocrazia, oggi è una meta escursionistica. Il sindaco Viacava, d’accordo con la famiglia, l’ha piazzato lassù al parco di Castello Brown.

Che paese da operetta siamo diventati: una repubblica fondata sulla vanità; sarebbe stato più adatto intitolargli una palude: il Pantano del Bunga Bunga, dove sprofondano il buon costume e la memoria. Il sentiero Silvio Berlusconi: il percorso a ostacoli più difficile d’Italia, dove inciampi in tangenti a ogni falcata e gli alberi sono decorati con i volti di Ruby e Minetti.

Mi si dirà: poveretto Silvio, quanto ha sofferto. Ha persino scritto un libro, “Le mie libagioni”, Diario intimo di Silvio (B) Pelvico. Capolavoro ignoto, manoscritto trovato in una bottiglia di champagne.

E noi gli dedichiamo una passeggiata, perché -evidentemente- il berlusconismo vende ancora, come i suoi gettoni d’oro nelle televisioni di famiglia.

Si inaugurano viottoli per un pregiudicato e continuiamo a berci la retorica del bunga bunga come fosse vino pregiato.

Ci voleva un sentiero per Berlusconi: cammini, guardi il panorama, e respiri l’aria tossica di una nazione che santifica i suoi mascalzoni.

#italiennéandertalien



MICHELE SERRA E L’ELOGIO DEL GIORNALISMO LIBERO

Quanta saggezza nell’elogio di Michele Serra del New York Times. Tredici milioni di abbonati che si affidano a un’agenzia di selezione delle notizie come il paziente dal dentista.

Del resto, anche “Repubblica” è da tanti anni apostola della delega cognitiva. Peccato che il suo dentista, da anni, riempie la bocca di amalgama atlantista, trapanando il cervello con le carie del Pentagono.

Mentre Serra celebra il giornalismo “classico”, la sua testata è diventata un bollettino di guerra, megafono del mainstream europeo guerrafondaio. Ogni giorno editoriali che profumano di napalm; titoli che invocano armi, sanzioni, escalation. La pace sembra una parolaccia. “Putin è Hitler”, “Zelensky eroe”, “difendiamo la democrazia”; simili slogan nel 2003, ci portarono in Iraq, e Serra stava in prima fila a battere le mani.

Che successo, il NYT! Quanta élite! Quella che si genuflette ai colossi bellici, che applaude il riarmo tedesco come un festival, che trasforma ogni vertice in un arsenale. È rassicurante sapere che qualcuno seleziona le notizie per noi: seleziona quelle che fanno comodo, oscura le trattative, ridicolizza chi osa dire “negoziato”. I morti di Bucha? Strumentalizzati per vendere Javelin. I bambini sotto le bombe a Gaza? Servono a blindare la narrazione.

E voi sareste la stampa libera, l’argine contro il virus cognitivo? La verità è che “Repubblica” ha scelto: armi! Non importa se il mondo esplode, purché il titolo della Lockheed Martin salga.

Serra parla di fiducia. Io mi fido di chi ha il coraggio di gridare che la guerra è una follia, sempre, non solo quando conviene. La pace è l’unica cosa per cui valga la pena lottare. Il resto è chiacchiera di dentisti sadici che ti strappano i denti per poi fatturarti la protesi.


#italiennéandertalien



6 mai 2026

L’IMPERO AMERICANO SI ABBUFFA DI SANGUE E GREGGIO E A NOI SERVI LASCIA IL CONTO DELL’ENNESIMA GUERRA PER LE RISORSE (mascherata da lotta al terrorismo)

“Inflazione al 2,8%”. Una famiglia tipo, due adulti e un figlio, si ritrova 926 euro in meno. Se avete un fratello, diventano 1.279. Questo perché due mesi fa Stati Uniti e Israele hanno deciso di aggredire l’Iran, e la guerra ha chiuso lo Stretto di Hormuz come un tappo.

Epperò Meloni ha rinnovato il taglio delle accise: 20 centesimi sul diesel, 5 sulla benzina. Cinque! Quando la benzina supera 1,9 euro al litro, ti lanciano una monetina.

L’Iran è la scusa, il petrolio il bottino. Le multinazionali statunitensi degli idrocarburi se la ridono: l’Europa perde mezzo miliardo al giorno, 27 miliardi in sessanta giorni, e quei soldi vanno a finire nei conti della Exxon. È -letteralmente- una rapina a mano armata con i missili Patriot.

La chiamano “guerra di civiltà” e intanto ci svuotano le tasche. Ci insegnano a odiare l’ayatollah, ma il vero imam siede nel consiglio di amministrazione di una compagnia petrolifera.

Bombardano l’Iran per farci pagare la benzina a 1,9 euro. Ursula von der Leyen ammette che perdiamo 500 milioni al giorno, con la faccia di chi ha il culo al posto della faccia.

Come fa Hormuz ad essere bloccata, il petrolio alle stelle e, nel frattempo, i giganti americani del fracking triplicano i profitti? I disastri sono la loro stagione di raccolta.

Intanto la Meloni fa la formichina: 20 centesimi al diesel, 5 alla benzina.
Che una famiglia debba scegliere tra la frutta e il dentifricio mi offende il buon gusto. E 5 centesimi sono un insulto all’intelligenza.

Un governo che chiama “taglio” una mancia mentre la gente mangia meno per far quadrare i conti.

L’impero americano si abbuffa di sangue e greggio e a noi servi lascia il conto dell’ennesima guerra per le risorse, mascherata da lotta al terrorismo. Ho letto il titolo di un giornale: “Accise, il governo corre ai ripari”. Correre al riparo dove? Nel cratere di una bomba?

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 5/26)

#italiennéandertalien

5 mai 2026

TRUMP TWITTA “COMPRATE!” E WALL STREET SCATTA (ma i media complici continuano a chiamarle “anomalie”)

Trump twitta “COMPRATE!” e Wall Street scatta. La Sec (l'ente federale statunitense preposto alla vigilanza dei mercati finanziari, nato per proteggere gli investitori, mantenere l'ordine e l'efficienza degli scambi) è stata evirata. Atkins ha tagliato il 17% del personale e dimezzato i fondi.

Il clan Trump ha incassato tra 1,4 e 4 miliardi. Il furto di un presidente che dice “compra” e poi fa salire tutto. La slot machine col ciuffo.

Il 9 aprile 2025, alle 13:08, valanga di call options. Alle 13:18 “rinvio dazi 90 giorni”. S&P +9,5%, Nasdaq +12,2%, DJT +21%. Coincidenza? No!

Questo è succhiare soldi dal cesso di Mar-a-Lago. Polymarket (sito che trasforma eventi reali in scommesse anonime che muovono miliardi) scommette sulla guerra, è bandito in 33 paesi, in Usa no. Donald Jr. è consigliere. La menzogna ha quotazione piena. L’unica verità è il foglio Excel di chi vendeva petrolio sei minuti prima del tweet.

Per incriminare il vampiro finanziario Dodo, serve la prova che abbia comprato. Ma lui non compra: fa comprare. E la Sec, decapitata, non indaga. Ogni tregua è un preliminare, ogni bomba un pagamento. Trump è il sintomo terminale.

Si incontrano operatori nei corridoi di Wall Street: Bombardiamo o tregua? Così piazzo l’ordine. Siamo in attesa che il modello arrivi qui col “Meloni market” sui dazi del Parmigiano.

11 maggio 2025 farmaci: venerdì opzioni al ribasso, lunedì annuncio taglio prezzi, settore giù del 4,8%.

Il 6 aprile 2025 il segretario al Tesoro corre a Mar-a-Lago. Mercoledì messaggio in codice “GRAN MOMENTO PER COMPRARE! DJT” e poi il rialzo. Lui si vanta: “Schwab ha guadagnato 2,5 miliardi, non male!”.

Ogni bomba una leva. La Casa Bianca è un hedge fund con i codici nucleari.

Iran, 23 marzo 2026: futures per 580 milioni prima del tweet “trattative molto buone”. Greggio -14%. E il 7 aprile: in un minuto vendite per 760 milioni, poi “Stretto di Hormuz navigabile” (falso).

Chi vendeva? I media complici le chiamano “anomalie”.

È capitalismo predatorio in diretta. Come si fa a sapere quando comprare?
Quando Dodo twitta un cuoricino.

L’impero è un cadavere in doppiopetto, ma le sue azioni vanno a ruba.

New York puzza di greggio e ipocrisia, a quest'ora stanno già piazzando qualche ordine.

Anche l’apocalisse e l'età della pietra sono un’opportunità d’acquisto. Datevi da fare, è un buon momento per comprare il biglietto per l’inferno.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 5/26)


#italiennéandertalien

1 mai 2026

LA NOTTE IN CUI DISTINGUEREMO UNA SUORA DA UN SACCO DI BOXE (Il problema è che la suora studiava la Bibbia senza il brevetto esclusivo del “popolo eletto”)

Appena decadrà l’impero americano, finirà lo scudo protettivo e potremo dire addio ai sionisti. Mentre laggiù a Gerusalemme un trentaseienne ebreo prende a calci in faccia e in corpo una suora francese, ricordo che Shimon Peres, a Davos nel 2000, raccontò quella storiella del rabbino: “È giorno quando vedi uno straniero e lo confondi con tuo fratello”.


Peccato che sul Monte Sion, il giorno non sia mai arrivato. La suora a terra, lo straniero che ti pesta la faccia contro una roccia, e tu confondi suo fratello con il tuo aguzzino. L’Ultima Cena si trasforma in Ultima Prognosi. Trenta giorni di prognosi, per la precisione.

Diranno che la suora era un kamikaze. Un popolo che ha subìto la Shoah, una generazione dopo, si comporta con più abietto cinismo, trasformando la memoria in una mazza chiodata. Se smetti di essere vittima e diventi picchiatore seriale, il passato non ti assolve: ti fornisce solo un alibi di lusso.

Chiedetelo ai coloni in Cisgiordania, che in nome della Bibbia bastonano palestinesi e, scusate, anche i palestinesi sono semiti, fisicamente identici, ma qui le razze le decidono i ministeri di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Il sospettato, nazionalità “al vaglio”. Certo, come no. “Potenziali intenti razzisti”, dice la polizia.

Potenziali. Come se prendere a calci una religiosa non fosse già un cv del razzismo applicato. Non è un episodio isolato, lo ammette pure l’Università Ebraica: “preoccupante schema di crescente ostilità”. Schema. Non esplosione emotiva, non raptus: ingegneria dell’odio, manutenzione quotidiana. Sputi contro il clero, insulti, statue di Gesù vandalizzate in Libano da soldati israeliani. Soldati di uno Stato che su X condanna l’atto “vergognoso” ma poi protegge chi sputa, chi rompe, chi stupra, chi prende a calci una suora che studiava Bibbia e archeologia.

Il problema non è la suora: è che studiava la Bibbia senza il brevetto esclusivo del “popolo eletto”. Non puoi appropriarti della terra e anche del copyright su Dio. C’è un monopolio verticale dell’eternità che cozza contro i Vangeli. Ecco perché quando l’Antico e il Nuovo Testamento saranno pubblicati in fascicoli separati e indipendenti, forse potremo discuterne senza che qualcuno giustifichi un pugno con Deuteronomio.

Hannah Arendt, rispondendo a Scholem che l’accusava di non amare il popolo ebraico, disse: “Io non amo gli ebrei, sono semplicemente una di loro”. L’amore tribale è la foglia di fico di ogni sopraffazione.

Amare un popolo senza amare la giustizia è soltanto nazionalismo con il singhiozzo. E quando l’impero americano finirà di fare da scudo protettore -e sta finendo- il “giorno” del rabbino potrebbe davvero spuntare.

Ma sarà un’alba senza protezioni, senza ambasciate, senza comunicati su X. Sarà il giorno in cui i sionisti dovranno confondere un palestinese, un cristiano, un ateo, con un fratello. Non per amor di pace, ma per sopravvivenza geometrica.

Peccato che per allora la suora avrà ancora i lividi sul lato destro del volto. E noi, da lontano, avremo capito che la notte non finisce con una storiella a Davos. Finisce quando smetti di sopraffare.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)

#italiennéandertalien

30 avr. 2026

ALTRIMENTI CI ARRABBIAMO (come si cambia per non morire)

I commando più amati al mondo preferiti hanno sequestrato la Global Flottilla.

Dall’Italia, sorprendentemente, ecco Meloni. Tuona. Dice parole grosse: “Rilasciate subito i nostri italiani!”. Grinta, carattere. Per una volta, sembra un primo ministro vero.

Epperò, mentre parla da sovranista, il suo governo vota contro la sospensione dell’accordo UE-Israele. Rinnova (non in automatico, scelta sua) l’intesa Italia-Israele. Blocca ogni sanzione. Urla “basta!” con la bocca, ma con le mani firma assegni in bianco ai carri armati.

L’Europa avrebbe potuto strozzare Netanyahu con un solo accordo commerciale. Invece l’Italia ha preferito dare il pollice verso. Risultato: Israele si sente autorizzato a spadroneggiare ancor di più.

Il diritto internazionale a volte esiste, a volte no. Oggi esiste perché fa comodo a Meloni fare la voce grossa in campagna elettorale. Tajani annuncia che “ci stiamo pensando”. Se interviene anche lui (ma fino a un certo punto), per Israele è finita. O no? Mi sto confondendo. Questa evidentemente è la volta sì.

Siamo al punto che la posizione più ferma contro Israele la prende un governo che fino a ieri chiamava Gaza “un problema di ordine pubblico”.

Meloni ha fatto una cosa buona: ha mostrato al mondo l’ipocrisia europea. Dice “liberate i miei” ma tiene i rubinetti commerciali aperti. Dice “diritto internazionale” ma in Europa ha messo il veto sulla sospensione dell’accordo.

Minaccio ma non mi impegno: è la politica del pugno di burro. Sembra duro, ma al primo sole si squaglia.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)

#italiennéandertalien 


DUE PESI E DUE MISURE (“E’ solo un coglione”)

Prendiamo due episodi. Due aggressioni. Due aggressori. Se il primo è musulmano, scatta subito l’analisi sociologica. Si parla di cultura violenta, arretrata, fomentatrice di odio. Di gente che non si integra. Il fanatismo, dicono, ce l'hanno nel sangue. È una questione collettiva, pesa su dieci milioni di persone. L'effetto di omogeneità dell'out-group (OHE) è la tendenza psicologica a percepire i membri di un gruppo esterno (out-group) come più simili tra loro ("tutti uguali"), mentre i membri del proprio gruppo (in-group) sono visti come più vari, complessi ed eterogenei. Questo bias alimenta stereotipi e pregiudizi.out-group omogeneità: noi siamo individui, loro sono tutti uguali. E tutti colpevoli. Se il secondo è ebreo, invece, la musica cambia. Allora è solo un coglione. Un isolato. Una mela marcia. Niente contesto, niente educazione, niente ideologia. Si condanna il singolo, e si chiude lì. Manco fosse uscito dal nulla. Questo è il bias a favore dell’ingroup: i nostri sbagli sono eccezioni, i loro sono la regola. Così proteggiamo l’immagine del gruppo che ci dà identità. A Tel Aviv come a Roma, funziona così. Si chiama errore fondamentale di attribuzione, o più semplicemente ipocrisia. Ma c’è anche un meccanismo più sporco: la colpevolizzazione della vittima. Se un ragazzo entra al ghetto con una kefya, dice Pacifici, è provocazione. Dunque se lo picchiano, se lo sprangano, se lo uccidono, se l’è cercata. La psicologia lo sa: abbiamo bisogno di credere che il mondo sia giusto. E per mantenerlo giusto, la colpa finisce sempre da quella parte. In Israele, i coloni violenti sono casi isolati. Per fortuna c'è Netanyahu, il cattivo di turno. Lo togliamo di mezzo, e tutto torna a posto: la specchiata democrazia, i valori occidentali. Bella favola. Qui scatta la riduzione a capro espiatorio: un solo uomo assorbe tutta la responsabilità, così il sistema può dormire sonni tranquilli. Classica dissonanza cognitiva: teniamo insieme l’idea di essere democratici e i fatti che dicono il contrario. Per risolverla, invece di cambiare i fatti, cambiamo il racconto. Da noi, intanto, nella comunità ebraica romana c'è chi aggredisce, chi spara, chi picchia. Ci sono le ronde all'ex ghetto. C'è una milizia che si chiama "Lega Difesa Ebraica" (quando la parola "difesa" la mettono i sionisti, vuol dire tutt'altro). E poi ci sono le liste di proscrizione, i portali che fanno i nomi degli attivisti, i canali Telegram che chiunque altro avrebbe già chiuso per istigazione all’odio. Non sono singoli “coglioni”. È un comportamento di gruppo, con ruoli, gerarchie, rituali. La psicologia sociale lo chiama polarizzazione di gruppo: quando si sta insieme, si diventa più estremi di quanto si sia da soli. Quando Riccardo Pacifici, che allora guidava la comunità, dice che "se uno entra nel ghetto con una kefiyah, è provocazione", non è un episodio. È un brodo di coltura. È quella che i libri chiamano deumanizzazione: l’altro non è più una persona, ma un simbolo, una minaccia, un bersaglio legittimo. Se parli, se critichi Israele, se provi a fare un seminario con Francesca Albanese, o se Amnesty International osa dire qualcosa, scatta il solito meccanismo: "fomentate l'antisemitismo". Si gira la frittata: la vittima diventa carnefice, chi denuncia violenze diventa la causa delle violenze. Un bell’esempio di inversione morale che la retorica identitaria sa confezionare benissimo. L'antirazzismo non può andare forte quando l'aggressore è uno sconosciuto, e fermarsi quand'è "uno dei nostri". Altrimenti, non è antirazzismo. È una corrente alternata che fa comodo. Se applichi regole diverse, non stai cercando giustizia. Stai solo proteggendo il tuo orticello. (A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)


29 avr. 2026

LA COMPLICITA'

Egregio Presidente, la grazia a Nicole Minetti non è superficialità: è complicità. Non è una polpetta avvelenata, è il menu completo del berlusconismo, servito su tovaglia tricolore. Un aeroporto intitolato a un criminale, tre giorni di lutto nazionale, nessuno ha battuto ciglio. Abbiamo scoperto che la maîtresse di Arcore ha ottenuto la grazia il 18 febbraio 2026, senza aver scontato un giorno di pena -e non li avrebbe scontati mai- tutto nascosto per due mes. Una truffa in linea. Nordio confeziona un fascicolo falso, il Colle firma come un automa distratto. Mattarella scarica su Nordio, Nordio sulla Bartolozzi, la Procura di Milano chiude la catena con un laconico: “Siamo stati diligenti ma non perspicaci”.

La grazia è per chi marcisce in cella. Minetti condannata a meno di quattro anni, sarebbe finita ai servizi sociali a badare al bambino malato. Che urgenza c’era? Quella di proteggere la “reputazione” di papà Berlusconi, la stessa che lei minacciava di far saltare con i figli: “Se la condanna viene applicata… la reputazione di papà a repentaglio! So cose che voi figli non potete nemmeno immaginare. Punto”.

Mentre l’Italia si commuoveva per i lutti nazionali del Cavaliere, Minetti gestiva in Uruguay il ranch-bordello “Gin Tonic” del compagno Cipriani, un piccolo Epstein con jet privato, finanziato da Epstein in persona e socio di Witkoff. Lì, tra escort e festini, nel 2023 adottano un bambino malato strappato a genitori indigenti. La madre biologica, cercata per testimoniare, scompare. L’avvocata d’ufficio della donna e il marito vengono trovati carbonizzati in casa.

Il Quirinale concede pochissime grazie, ma per la Minetti nessun dubbio, nessuna verifica interna. E la Meloni, che ai tempi di Ruby spergiurava che fosse la nipote di Mubarak, oggi dichiara: “Mi fido di Nordio”.

Intanto l’Interpol indaga e il vaso di Pandora scoperchiato da Report e dal Fatto Quotidiano ci regala il punto più basso di un governo già abbonato alle cadute. Il Quirinale non ha peccato di superficialità: ha scelto la complicità. Come sempre, i colpevoli sono già stati graziati.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)


#italiennéandertalien



28 avr. 2026

PER GRAZIA RICEVUTA (Che casino!)

Il Quirinale comunica che, per un disguido tecnico nell’impilare le pratiche, il Presidente Mattarella ha firmato la grazia a Beatrice Venezi e, con decreto immediatamente esecutivo, nominato Nicole Minetti direttrice artistica del Teatro La Fenice.

Ora, chi conosce il Presidente sa che si muove con la cautela di un funzionario che ha studiato da mummia. Eppure, l’errore più spettacolare della storia repubblicana si consuma proprio al Colle.

Una grazia che piove su Venezi, che a quanto pare stava scontando una pena per aver diretto l’inno di Mameli in 7/8 spiegando ai giudici che “lei ha in mente il vero inno e che Mameli era solo un raccomandato”.

E la Minetti alla Fenice. La Minetti. Il teatro che fu di Maria Callas affidato a chi ha fatto della politica il più riuscito spin-off di “Beautiful” mescolato a “Gola Profonda”.

Dicono che il Quirinale si sia accorto della svista quando un usciere ha visto il programma di sala: “La Traviata” con DJ set nell’intervallo e consulenza odontoiatrica gratuita per i primi cento abbonati minorenni.

Questa è l’Italia: l’incapacità di distinguere un’aula bunker dal palcoscenico. Una Repubblica in cui una svista può trasformare chi maneggiava festini in mecenate, e chi scambia la bacchetta con lo scettro dell’autostima in vittima di Stato.

E il garante delle istituzioni, l’uomo che doveva fermare la mano, l’ha posata distrattamente su una pila di carte senza occhiali. È la rivincita del caso sull’autorevolezza, l’inciampo che ci rende una barzelletta del mondo.

La tragedia non è la Minetti che spiega a soprani e orchestrali “la centralità del sorriso e la bocca a bucio di culo di gallina”. Non è la Venezi che concede udienze ai cronisti raccontando di essere perseguitata dai “poteri forti del metronomo e dagli invidiosi orchestrali”.

La tragedia è che domani il presidente farà una conferenza stampa, chiederà scusa con signorilità, e tutto sarà dimenticato.
Intanto alla Fenice si prova. Voci di corridoio dicono che il nuovo allestimento del “Don Giovanni” preveda un Commendatore che risorge dal bunga bunga.

Da oggi, quando sentirò “Va’, pensiero”, penserò solo a quanto siamo caduti in basso.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 4/26)

#italiennéandertalien


"Su diverse migliaia di richieste di grazia al presidente della Repubblica, soltanto 20/30 vengono concesse.
Minetti è stata fortunata, molto." (Pier Luigi Laurano) 



MA ALLORA LA BANDIERA ISRAELIANA OGGI È DIVENTATA COME QUELLA DEL TERZO REICH?

Nella fotografia scattata quel pomeriggio a Milano, tra striscioni rossi e bandiere della pace, c’è un dettaglio che attira la luce in modo strano. Una bandiera bianca e azzurra con una stella a sei punte. Sotto, un uomo sorride. Qualcuno, recentemente, lo ha sentito chiedere, con la calma di chi domanda l’ora: “Definisci bambino”.

Non è la bandiera di un popolo. È la bandiera di uno Stato. E gli Stati, quando invecchiano, alle volte iniziano a ripetere i gesti dei nonni che dicevano di aver sconfitto. Succede. Come un figlio che, per non assomigliare al padre, ne copia la calligrafia senza accorgersene.

La fotografia mostra accanto all’uomo altri volti, sotto la scritta “Brigata Ebraica”. Ecco, la Brigata Ebraica è una cosa vera: un’unità dell’esercito inglese che combatte nel marzo del ’45, ultimo mese di guerra. Settanta caduti.

La signora Ada, che nella foto è di spalle perché sta srotolando uno striscione che dice “Mai più fascismi”, quella sera a cena spiega al nipote: ”Vedi, se un tedesco cammina con la bandiera della Germania, nessuno dice niente. Se però sventola quella del Terzo Reich, qualcosa non torna. Non è il tedesco il problema. È la bandiera che ha scelto”.

Il nipote, che ha quattordici anni e una passione per i problemi di logica, risponde: “Ma allora la bandiera israeliana oggi è diventata come quella del Terzo Reich?”. La signora Ada prende una tazza di tè. La soppesa come se contenesse una domanda molto più pesante del liquido. ”Non so se è diventata. Per alcune persone, in alcuni luoghi, in questo momento storico, significa occupazione, apartheid, pulizia etnica. Parole difficili. Significa che chi la porta, senza forse volerlo, sta mostrando il simbolo di uno Stato accusato di fare le stesse cose per cui festeggiamo la Liberazione. Il 25 aprile, capisci, diventa complicato”.

Il nipote guarda meglio la foto sul telefono. ”E gli altri ebrei? Quelli con lo striscione “Unità” che applaudivano?”. ”Quelli non avevano quella bandiera. Erano lì, e nessuno ha detto niente. Perché il problema non è essere ebrei. È mostrare l’insegna di un esercito che, nato in parte da quei settanta caduti dell’ultimo mese, oggi bombarda case piene di bambini. Bambini veri, non definizioni”.

La zia posa la tazza. Il tè è finito. ”La storia è una faccenda di coincidenze e di simboli che cambiano colore mentre passiamo il tempo a guardare altrove. Quella bandiera, nel 1945, non esiste ancora come bandiera ufficiale. E molti di quei soldati tornano a casa e contribuiscono a cacciare altri da casa loro. La chiamano Nakba. Catastrofe. Un’altra parola difficile. La stessa che usano oggi a Gaza. Una continuità spaventosa”.

Nella stanza resta il silenzio delle spiegazioni che aprono più di quanto chiudono. ”Definisci bambino”, ripete il nipote a bassa voce, provando la frase in bocca. Ha il sapore di una domanda a cui è già stata tolta la risposta.

(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Italien Néandertalien, 4/26)

#memoriediunadolescente
#italiennéandertalien

27 avr. 2026

IL METODO MEGHNAGI (Invertire vittime e carnefici, fino a far venire il mal di testa anche alla logica elementare)

Walker Meghnagi difende il governo di Israele, continuando il gioco delle 3 carte: antisionismo, antisemitismo, genocidio.

Ieri ha dichiarato che l'ANPI ha organizzato un "colpo di stato" e che denuncerà tutto e tutti per antisemitismo. 

Meghnagi è vicinissimo a Fratelli d'Italia, è grande amico di La Russa. Ha detto che se al governo ci fossero Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni "a noi ebrei sparerebbero in strada". Hai
 detto che il PD è pieno di antisemiti, che Majorino è "portatore di antisemitismo viscerale". Ha detto che Giuseppe Conte "deve studiare, leggere qualche libro" e che gli farebbe lezioni gratis.

Ha detto che se i dem non difendono gli ebrei vivi, allora evitino di commemorare quelli morti. Il 27 gennaio non li vuole. 
 
Ma la Memoria è di tutti.

Ha attaccato Papa Francesco: "ci considera invasori, ha sdoganato il genocidio". Il Papa! Quello che parla di pace, misericordia, bambini massacrati. Secondo lui ha sbagliato. Forse dovrebbe fargli anche a lui qualche lezione.

Ha detto che i politici del centrosinistra "sono i colpevoli di ciò che può accadere di brutto a un ebreo in Italia". 

Se succede qualcosa, la colpa di chi bombarda Gaza. Di chi spara sui bambini. La colpa non è di chi protesta. 

Questo è il suo metodo: invertire vittime e carnefici, fino a far venire il mal di testa anche alla logica elementare.

Poi il capolavoro: "Faccio appello a tutti a smetterla di usare parole malate come 'genocidio'. Sono parole che eccitano gli animi". 

Genocidio è una parola malata? Allora la Corte Internazionale di Giustizia è un ospedale psichiatrico. Le Nazioni Unite sono un manicomio. 
Le ONG che documentano fosse comuni sono allucinazioni collettive. Tutti matti tranne Walker.

"Non c'è stato nessun genocidio: è una guerra", hai detto l'8 ottobre 2025. 

Una guerra. Come se sparare a donne incinte, distruggere ospedali e scuole, affamare due milioni di persone fosse una normale "operazione militare". 

Come se 70 mila morti (20 mila bambini) fossero "effetti collaterali". Come se il mondo non vedesse i video, le foto, i corpi straziati.

Eccolo qui il vostro gioco, signori difensori del governo israeliano. Prendete la legittima critica a uno Stato che sta commettendo crimini contro l'umanità e la trasformate magicamente in odio contro gli ebrei. 

Antisionismo? No, antisemitismo! Criticare Netanyahu? No, odiare il popolo ebraico! È un trucco vecchio come la politica, ma voi lo recitate come fosse una scoperta geniale. È la sindrome dell'imperatore nudo: tutti vedono la verità, ma voi gridate al complotto.

Avete paura che la gente capisca la differenza tra ebrei e governo israeliano. 
Paura che milioni di ebrei nel mondo (quelli veri, come dici tu) scendano in piazza gridando "Not in our name". 
Paura che le nuove generazioni, cresciute senza i sensi di colpa del passato, guardino le immagini di Gaza e dicano semplicemente: questo è male. Questo va fermato.

E allora alzate muri di parole. Inventate nemici immaginari. Urlate "antisemita!" come una maledizione magica che dovrebbe zittire tutti. Ma non funziona. 

L'incantesimo è rotto. La gente ha occhi, orecchie, cuore. 

Basta utilizzare la stella di David come scudo per coprire i bombardamenti a tappeto. 

Gli ebrei italiani, che sono cittadini italiani, dovrebbero scendere in piazza con lo striscione "condanniamo Netanyahu". 

Allora sì che vedreste milioni di italiani accanto a voi. Invece no: voi preferite sventolare bandiere israeliane mentre piovono bombe su Gaza.

(Italien Néandertalien, 4/26)

#italiennéandertalien

LA FEDELTA' CIECA (non paga)

L’America per decenni ha fatto l’arbitro e il banchiere. Oggi, per fortuna, lascia gli altri al loro destino. Noi europei abbiamo delegato tutto: energia, sicurezza, futuro. Siamo in panchina, paghiamo il biglietto, e non decidiamo mai la formazione.

Nel frattempo Washington scarica i costi: dall’Europa al Golfo, dal Giappone alla Turchia. Le guerre non sono impazzimenti della storia, servono a tenere il mondo in un equilibrio precario, così nessuno impara a camminare con le proprie gambe. La fedeltà, ragazzi, non sempre ripaga. E se l’Europa non si sveglia, un giorno ci troveremo a partita già persa. Se già non lo è.

In Alaska, Usa e Russia si sono spartiti il campo senza tanti complimenti: mano libera a Trump in Medio Oriente, mano libera a Putin in Ucraina. L’obiettivo comune, nemmeno troppo nascosto, era uno solo: indebolire gli europei.

E intanto, come sempre, la lobby degli affaristi israeliani e americani fa affari d’oro. Accanto a loro, fanno soldi a palate i soliti noti russi e, con ancora maggiore impunità, gli ucraini. Il copione è identico dappertutto: le élite si arricchiscono, i popoli pagano. Anche in Europa, s’intende.

Ma la radice del disastro è più profonda, e racconta di una cecità che abbiamo coltivato come un vizio. Sono gli Stati Uniti ad aver raggiunto il punto di rottura del loro sistema socio-economico. Non è colpa dell’ultimo arrivato, Trump il pazzo. È il sistema.

E il guaio enorme per noi europei è che siamo completamente complici di quel meccanismo immondo. Noi abbiamo un disperato bisogno di risorse che non abbiamo in casa, per mandare avanti il nostro benessere consumistico e affaristico.

Ecco perché ci inventiamo guerre, pretesti umanitari, missioni di civiltà: per conquistare territori altrui, o per spingere qualcun altro a farlo, salvo poi puntare il dito e gridare allo scandalo.

L’Europa è miope due volte. Non vede che il mondo è già cambiato, che l’ordine unipolare è finito, e che noi siamo rimasti aggrappati a un’idea di Occidente che non esiste più.

E non vede la trappola in cui è caduta: aver delegato la propria anima strategica a un alleato che oggi ci tratta come un costo da scaricare.

Bruxelles discute di regolamenti e percentuali, mentre i grandi giocatori si spartiscono il pianeta.

Non abbiamo più voce in Medio Oriente, non contiamo nulla nei rapporti tra Washington e Mosca, non abbiamo una politica energetica che non sia quella di pagare più caro il gas altrui.

Siamo una periferia ricca e smarrita, che pensa ancora di poter comprare sicurezza e influenza con l’obbedienza. Illusi.

Basterebbe mettersi, per un momento, dalla parte dei giudici obiettivi. E guardare il tavolo da gioco con occhi sgombri.

Scopriremmo che la fedeltà cieca non paga, che i valori sbandierati sono spesso un paravento, e che il futuro non si costruisce delegando ad altri la propria sovranità.

Finché non avremo il coraggio di un’autonomia vera, di una difesa comune, di una politica estera che non chieda il permesso a Washington, resteremo quello che siamo oggi: uno spettatore privilegiato in un mondo che corre, mentre i padroni veri giocano a dadi con la nostra pelle.

Forse un giorno ci sveglieremo. O forse la partita è già persa.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)


#italiennéandertalien



26 avr. 2026

LETTERA A FIANO

Fiano caro,

il 25 aprile, festa della Liberazione, tu piangi sui social perché la Brigata Ebraica è stata giustamente sbattuta fuori dal corteo di Milano.
C’erano bandiere israeliane, bandiere USA, foto dello Shah. In un corteo antifascista.

E tu ti lamenti che vi hanno insultato.
Uno ha urlato “saponette mancate”, e LA 7 ti chiede della notizia. Ma è una notizia?
È pericolo antisemitismo la stupidaggine di uno solo? Buffoni.

Non hai condannato Netanyahu, Fiano. Non una volta. E pretendi il tappeto rosso.
Lo stato che difendi sta compiendo un genocidio, l’hai visto?
Ventimila bambini massacrati.
Tu piagnucoli: “Sono di cattivo umore”. Pensa ai bambini, Fiano. Pensa a Gaza, a Rafah, alla Cisgiordania.

La verità è sotto gli occhi di tutti, ma c’è chi decide di non vedere, non sentire, non parlare.

La Brigata aveva annunciato che non avrebbe partecipato.
Poi la tentazione di provocare è stata troppo forte, ovviamente per assicurarsi il ruolo di vittime.

Sembra che improvvisamente la gente sia insorta contro gli ebrei.

Ma se insieme alle bandiere avessero scritto “condanniamo Netanyahu e le sue nefandezze”, sarebbero sfilati tra il clamore del popolo.

Invece no.
E il presidente dell’ANPI Pagliarulo ha confermato: hanno violato gli accordi.
Sono stati cacciati giustamente, perché davanti a un genocidio sono stati in silenzio.

Vengano il prossimo anno, dopo aver preso ripetizioni di storia.

Fiano, vai a sfilare in Libano o a Gaza.
Se per cinquanta edizioni non è mai successo nulla, e proprio oggi il corteo è stato bloccato, una domanda Fiano te la fai? No, preferisci piagnucolare sui social.

La polizia ha fatto bene, per una volta.
Ordine pubblico in un giorno delicato.
E tu parli di insulti?
Ma sai cosa fa Israele in questi mesi?
Non si provoca un corteo che celebra la Liberazione dal fascismo con bandiere che evocano morti innocenti.
Come puoi non vedere?

Fiano caro: smettila di fare la vittima. Israele, il governo Netanyahu, è il primo nemico di tutte le brave persone di religione ebraica.

Il popolo italiano l’ha capito: l’uccisione di una popolazione civile ha il nostro sostegno unanime. Basta.

Basta con due pesi e due misure.
Se domani gli ebrei residenti in Italia prendessero le distanze da Netanyahu e organizzassero manifestazioni in quel senso, vedrebbero milioni di italiani con loro.
Ma no, si preferisce sventolare la stella di David mentre cadono le bombe.

E allora, Fiano, fatti la domanda e datti la risposta. La gente non ne può più. Smettila di recitare la sacra vittima.

Non sei perseguitato: sei solo uno che ha portato il simbolo sbagliato alla festa sbagliata, e ora si lamenta perché nessuno gli ha offerto il vino.

Un po’ di autocritica.
Ripeto: vai a Gaza, vai in Libano, e poi torna a parlare.
Il prossimo anno, se proprio vuoi sfilare, vieni con lo striscione: “Mai più genocidi, da qualunque parte”. Vedrai che applausi.

(Italien Néandertalien, 4/26)

#italiennéandertalien

IL GUSCIO DELLA NOCE: QUANDO IL DIALOGO È IPOCRISIA

Prendete la parola "dialogo", posatela sul tavolo controluce.

Che bella trasparenza, sembra vetro di Murano.

Un guscio di noce perfetto, epperò qualcuno ha già mangiato il polposo frutto ed ora lucida l'involucro col panno della virtù.

“Noi crediamo nel dialogo” dice il ministro Tajani, e intanto firma accordi con chi pratica genocidio come fosse fitness.

“Loro sono due milioni di nemici. Anche i neonati sognano di ucciderci”.
Poi, con lo stesso tono da giuramento, si sussurra:
“Dobbiamo dialogare”.

In quale lingua, esattamente, se l’altra voce per loro è solo terrorista (o patriota, secondo l’Aia). Dipende da chi scrive il vocabolario.

Domanda da nulla: se un cecchino va a pesca nella tonnara di Gaza ed uno resiste all’occupazione, chi dei due sta dialogando?

Risposta: Le parole hanno il permesso di soggiorno, le persone no.
È scritto nelle note a piè di pagina del nuovo cessate il fuoco.

La parola “dialogo” è un ombrello bucato. Sotto, passano gli aiuti col contagocce, i camion controllati sei volte, i malati che aspettano un permesso di cura come fosse un miracolo. Sotto, non passano i giornalisti, non sia mai che un negoziato assomigli a un fatto verificabile.

Il Board of Peace è una sala riunioni con sedie nuove.
Degli ottomila soldati indonesiani nessuna traccia: a Gaza avrebbero avuto compiti di supporto, ingegneria e assistenza sanitaria.
Ma sono stati messi in "pausa" per questioni economiche e logistiche.
Dei 71 miliardi promessi resta qualche spicciolo sul fondo, come quando scuoti il salvadanaio e senti solo polvere di metallo.

Nessuno confessa di averlo già svuotato. Intanto i miliardi veri, quelli trattenuti (6, dicono) dormono su un conto che paga interessi ai potenti mafiosi affaristi.

“Dialogare” è dire “aspettiamo” mentre la mappa si ridisegna con la matita e la gomma del più forte.

La pulizia etnica ha un suono sporco, allora la chiamano “ridisegno dei confini”, che fa tanto architettura.

Chi ripete “dialogo, dialogo” ci sta solo insegnando un nuovo vocabolo
per “fame”, offrendoci un piatto vuoto con sopra scritto “buon appetito”.

Quando qualcuno ti ripete una parola bella mentre ti chiude la porta in faccia, non sta dialogando. Sta solo lucidando il guscio della noce vuota.

PS
In una fotografia lo schifo dell'ipocrisia.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 4/26)

#MIPLab




24 avr. 2026

NEL PAESE DEGLI SCERIFFI VINCE CHI PISCIA PIU’ LUNGO (Ma tanto lo Stato profondo americano non va in pensione con l’inquilino di turno. E l'Europa è un maggiordomo centenario che si scusa se il padrone gli sputa nel bicchiere)

Al Pentagono chi piscia più lontano vince l’appalto. Il nuovo mantra è “letalità”: la Difesa l’hanno ribattezzata Guerra, perché “difendere” sapeva di roba da debosciati e finocchioni.
Pete Hegseth, ministro della Guerra e aspirante crociato col tatuaggio “Dio lo vuole”, epura generali e ammiragli non allineati mentre bombarda l’Iran. Ma la sua vera missione è spodestare John Phelan, il miliardario della Florida con la moglie cheerleader e il piano delle super-navi “classe Trump”: corazzate più grosse di un ego presidenziale, 65,8 miliardi di dollari che fanno gola ai nuovi padroni dell’industria bellica, Palantir, Andurill, quelli che vogliono sottomarini hackerabili, droni naviganti e intelligenza artificiale, mica vecchie cianfrusaglie d’acciaio.
Così il tycoon in canottiera fa fuori il tycoon in scarpe da barca, mentre i giornali si chiedono se Trump sia clinicamente suonato. Un neurologo britannico insinua che serva una valutazione urgente. E Trump s’incazza: “Babbeo a me? Ma se li ho ridotti in macerie!”.
Del resto suo padre palazzinaro gli dava dell’imbecille a Dodo, qualunque cosa facesse, e lui è cresciuto con l’ansia di dimostrarsi cattivo e spietato.
Ma non fatevi abbindolare: che al comando ci sia un demente, un gangster o un elegante gigione alla Obama, la musica non cambia. Lo Stato profondo americano non va in pensione con l’inquilino di turno. Bloccare il commercio mondiale del petrolio e strangolare chiunque non stia al guinzaglio è lo scopo dichiarato della guerra in Iran, come già in Ucraina, in Venezuela, e minacciando la Groenlandia. Ai piani alti sognano una bella guerra nucleare tattica, in Europa o in Medio Oriente, purché le bombe non cadano sul suolo americano.
Intanto l’Europa? è un maggiordomo centenario che si scusa se il padrone gli sputa nel bicchiere. Guardate l’Italia. La premier sale lo scalone di Palazzo Madama e dice: “Spese militari? Faremo una riflessione politica. Casomai chiedetelo a Conte e al suo Superbonus”.
Poche ore dopo sussurra a Nicosia: “Non è una priorità, dobbiamo dare risposte ai cittadini”. Che vuol dire? Che la guerra affama l’economia, l’energia costa un occhio della testa, e se chiediamo altri soldi per i cannoni la gente ci prende a forconi e calci in culo nell’anno elettorale. Ricordo, a tale proposito che, entro la fine di quest’anno, l’Italia è destinata a superare la Grecia come Paese più indebitato dell’Unione europea; il bello è che è in consegna la prima trance con la quale noi cittadini italiani, da soli, regaleremo 11 miliardi in due anni (2026-2027) all’Ucraina.
Così il governo pietosamente si impantana: ha firmato alla Nato l’impegno di portare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2035, ma adesso frena, sperando che Trump non se ne accorga mentre bombarda lo Stretto di Hormuz.
La tragedia è che l’unica paura non è la guerra, ma l’umore del padrone. Fonti qualificate tremano: “Se il Commander-in-Chief scopre che non rispettiamo i patti, chissà come reagisce”. Già, perché l’unico orizzonte di sovranità è riuscire a dire “no” senza essere smerdati e bastonati in diretta tv.
L’Europa intera è così: sospende il Patto di Stabilità non per finanziare ospedali, ma per pagare bollette impazzite dopo i bombardamenti su Teheran. Il presidente del Consiglio parla di “coraggio, apertura ed efficienza” e propone di scorporare le spese energetiche, mentre l’economia tedesca tossisce e i parsimoniosi del Nord si chiudono a riccio.
Ma nessuno ha il coraggio di alzarsi e dire: “Trump, questa guerra la combatti da solo”. Siamo una fila di sudditi con la valigia pronta, pronti a leccare la mano che ci schiaffeggia.
L’imperialismo americano fabbrica nemici, finanzia carnefici e vi fa sentire colpevoli se non applaudite o semplicemente osate storcere il naso per un cristo di gesso fracassato.
Nel frattempo, Hegseth epura donne, afroamericani e chiunque osi sussurrare “woke”. Perché la missione è duplice: profitti per i mercanti di droni e purezza culturale. E mentre i colossi tech vestono la divisa mimetica, l’Europa arranca, offrendo basi, comprando gas liquefatto a peso d’oro e recitando la preghierina atlantista. Europa che pena mi fai!
L’unica speranza è che nel profondo delle forze armate americane ci sia ancora qualcuno con un briciolo di onore, che finora ha impedito a Strumpamore di premere il bottone nucleare tattico. Senza quel freno saremmo già tutti cenere. Che pena (2!): imploriamo la pietà dei generali per non finire arrosto.
Intanto, a Roma, l’unica battaglia politica è se usare Sigonella o no. Salvini tace (ormai ha il nuovo abbonamento Sky pagato dai contribuenti), Meloni nicchia, Crosetto sbuffa. L’Italia del “coraggio”, in linea con la Nazionale.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)

TEMA: COM’E’ POSSIBILE? (Il male estremo non ha bisogno di anime dannate, gli basta l’assenza di pensiero, o il pensiero di essere il popolo eletto)

Come può un popolo che ha sperimentato sulla propria pelle la malvagità assoluta, diventare carnefice per altri?

Gerusalemme, 1961. Dentro una gabbia di vetro c’è Adolf Eichmann, l’uomo che organizzò la deportazione di milioni di ebrei. Hannah Arendt Si aspettava un mostro. Trovò un impiegato qualsiasi, con l’ossessione per le parole d’ordine e l’incapacità di guardare in faccia le conseguenze dei suoi atti. Non era un pazzo, non era Satana: era un uomo mediocre che aveva semplicemente smesso di pensare. Lo chiamò “la banalità del male”. Ecco il primo mattone della risposta: il male estremo non ha bisogno di anime dannate, gli basta l’assenza di pensiero, o il pensiero di essere il popolo eletto.

Una comunità perseguitata, umiliata, ridotta a niente. Dentro quella comunità brucia un dolore gigantesco, un trauma che non si cancella. Chi è stato vittima impara una lezione avvelenata: il mondo è una giungla, per sopravvivere bisogna diventare più forti dei propri carnefici. È un meccanismo psicologico semplice quanto spietato: come il ragazzo che a casa prende botte dal padre e a scuola diventa il bullo del più debole. Non è una scusa, è una spiegazione. E la spiegazione rende tutto ancora più inquietante.

Quando un popolo si convince di avere un diritto speciale alla vendetta o alla difesa a ogni costo o, peggio, all’elezione divina, perfeziona la sua ideologia: “Noi abbiamo sofferto più di tutti, quindi siamo i prescelti; gli altri sono nemici da schiacciare”.

Ed è qui che scatta la fabbrica del male. Dentro quella fabbrica ogni persona è un ingranaggio, ogni ordine diventa legge, e le vittime di ieri diventano i burocrati dell’orrore di oggi, senza più chiedersi: “Cosa sto facendo?”. È successo nella Storia, e sta succedendo in questi anni, ora.

Il male è un vuoto dell’anima, un deserto dove non cresce più la domanda “perché?”. Sopravvivere alla malvagità non rende automaticamente migliori. E la nostra umanità può andare in pezzi se smettiamo di esercitare la facoltà più importante che abbiamo: giudicare con la nostra testa, uno per uno, anche contro il gruppo, anche contro chi dice: Dio lo vuole, siamo il popolo eletto.

La malvagità dai mostri, ma anche dalle persone comuni che rinunciano a pensare.Quella è la banalità più spaventosa di tutte.

(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 2/26)


#memoriediunadolescente

22 avr. 2026

UN SOLERTE PROPAGANDISTA DI REGIME

Meloni risponde al conduttore TV russo che l'ha insultata: "un solerte propagandista di regime".
Sentitosi chiamato in causa, lesto le risponde Bruno Vespa: "Eccomi, agli ordini Madame!".
Penso poi al presidente Mattarella, quando ha paragonato la Russia di Putin al Terzo Reich. Sorrido.

(Italien Néandertalien)

#italiennéandertalien 

EUROSTAT STIMA DEFICIT/PIL ITALIA AL 3,1%: MA VA’!!?

Eurostat, da Bruxelles, ci comunica deficit al 3,1%.

Hanno passato tre anni a dirci che avevano abolito la povertà e le tasse, e ora scopriamo che la pressione fiscale è salita al 42,8%.
Il livello più alto dal 2015, per chi ha la memoria corta o il portafoglio bucato.

Non è colpa del destino cinico e baro.
È colpa di chi ha promesso il "più soldi in tasca agli italiani" e poi ha firmato l'aumento delle accise e lasciato marcire gli stipendi.
il gioco è farti credere che il 3,1% sia un voto in pagella che hai preso TU. "Oh no, l'Italia ha il debito più alto dopo la Grecia!".

Le strade sono distrutte, le scuole cadono a pezzi. È questo il vero debito. Il debito che abbiamo con i nostri polmoni e la nostra schiena, non solo quello verso un fondo tedesco. Liste d'attesa da Terzo Mondo.
Vai in ospedale per una gastroscopia, prenoti oggi per il 2029.

E intanto Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia fanno i verginelli con la faccia seria: "Dobbiamo rispettare i parametri!". I parametri li rispettiamo noi, con le emorroidi sulle sedie rotte degli uffici pubblici.

Dicono "Abbiamo ridotto le tasse". Forse la tassa sul possesso di unicorni o di diamanti grezzi. Perché la benzina, il gas e il cibo non hanno letto questo comunicato stampa. Hanno aumentato tutto per far felice l'Europa, e l'Europa ora ci dice: "Bravi, avete fallito lo stesso ma siete secondi solo alla Grecia!".

Il PIL sale? No.
Il debito sale? Sì.

La gente muore di vecchiaia aspettando una risonanza magnetica. Siamo noi che pagheremo (paghiamo!) questo debito spazzatura.

Ci viene impedito di aggiustare un tetto scolastico, ma per comprare carri armati i soldi si trovano sempre nel divano della Ragioneria dello Stato.

Ma tanto tutto questo Giorgetti lo sa. Meloni lo sa. E’ che non gliene frega niente.

(A. Battantier, Italien Néandertalien)

#italiennéandertalien

21 avr. 2026

1188 ("Esigenze del signor Ministro")

1.188 euro. È il prezzo del sogno di un uomo solo, al comando del Ministero dei Trasporti, che non poteva perdersi il fuorigioco di Leão.

Un capo politico che si fa passare Sky Calcio sul conto dello Stato come fosse la cancelleria. La motivazione? "Esigenze del signor Ministro". 

"Vetrina + Sport + Calcio". Gentile sono dei contribuenti al Ministro delle Infrastrutture. 

E quale infrastruttura è più critica per l'Italia del collegamento satellitare tra un divano ministeriale e San Siro? I ponti crollano, ma il segnale in 4K sul gol di Pulisic, quello no. Quello è garantito dalla Costituzione.

Una bugia fa il giro del mondo prima che la verità abbia messo le scarpe. 

E Salvini, ieri, ha fatto il giro degli uffici ministeriali in ciabatte per fotografarsi mentre lavorava. Peccato che la tivù fosse accesa su Sky Sport. La verità, quella sì, era in bella vista nello specchio riflesso del suo stesso video.

L'ha diffuso LUI il video. Capite la potenza dell'autogol? Non c'è bisogno di dossieraggi segreti. È il Ministro che dice: "Guardate, ho le prove che sto guardando la tivù con i vostri soldi mentre dovrei firmare le carte per il Ponte fantasma sullo Stretto". È come se un ladro, scappando, postasse una storia Instagram col bottino.

Salvini farà un sondaggio su Instagram: "Chi mi dà ragione? ❤️ Io 🖤 Le tasse". E vincerà il cuore, che nel suo caso, è a forma di culo. 
 
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)

#italiennéandertalien 

IL TEOREMA DI TAJANI (Ministro, e le ossa vere? Ci vuole molto meno coraggio a scrivere una nota di protesta per un sacrilegio che a fermare un genocidio)

Il Teorema di Tajani prevede la capacità di vedere un dito marcio a chilometri di distanza mentre si inciampa in una Luna fatta di corpi umani. Qui non si tratta di essere atei o credenti. Si tratta di non essere ipocriti. Il Ministro Tajani si è svegliato stamattina indignato per il naso rotto di una statua. Lodevole. Ma la domanda è: Ministro, e le ossa vere?
Nel Libano occupato un soldato israeliano un Gesù di gesso. Apriti cielo! Telefonata a Gerusalemme! Gideon Sa'ar si scusa, dice "Oh mamma mia, gesto vergognoso, contrario ai valori". E Tajani si placa.
Valori? Quali valori? Quello di contare i chiodi sulla croce di gesso ma non i sacchi bianchi che contengono bambini smembrati? È la difesa dell'iconografia, non dell'etica. È la teologia del souvenir!
Da una parte c'è un selfie blasfemo. Dall'altra c'è Gaza. La Luna, per restare in metafora. Una Luna di polvere e silenzio dove 20.000 bambini non piangono più. Per le bombe, i cecchini, per la fame.
Il Governo italiano, campione di sensibilità etico-religiosa, ha scoperto l'acqua calda: rompere le statue è male, brutto! Grazie al cielo c'è Tajani a ricordarcelo. Peccato che la Corte Penale Internazionale non abbia il suo numero di telefono quando si parla di crimini di guerra. Per quelli, il telefono è sempre occupato a mandare armi.
Tajani è affetto da una miopia selettiva galattica. Vede il graffio sulla cornice ma non il buco nero al centro del quadro. Ci si commuove per il calco di un martirio di 2000 anni fa per non dover affrontare il martirio in diretta streaming di oggi. Ci vuole molto meno coraggio a scrivere una nota di protesta per un sacrilegio che a fermare un genocidio.
E mentre Tajani si complimenta con Sa'ar per la "severa indagine" su chi ha preso a calci il sacro gesso, si continuano a contare i corpi estratti dalle macerie con le mani. Se questa è civiltà cristiana, allora dio m'è testimone che preferisco la compagnia dei cani randagi di Gaza. Almeno loro, quando abbaiano, lo fanno perché hanno fame. I nostri governanti abbaiano per un dito rotto mentre una luna intera viene oscurata.
La prossima volta che sentite parlare di "valori offesi", chiedetevi: "E il resto? Che fine ha fatto il resto?" Se Dio ha uno sguardo, come dicono, quello sguardo oggi non è su una testa di gesso nel fango del Libano. Quello sguardo è su un bambino di Rafah che, silenzioso, guarda la sua ciotola vuota. Ed è uno sguardo che i Tajani di questo mondo si rifiutano categoricamente di incrociare. Preferiscono guardare il dito. Fa meno male, fa più notizia, e soprattutto, non fa perdere voti (ma spero sempre che ne perdano moltissimi).
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 4/26)

#MIPLab 




20 avr. 2026

LA SIGNORA DEL CANOTTO (Che fine ha fatto la Rivoluzione Sovranista dei Patrioti?)

Avete presente L'urlo di Munch? Sostituite il ponte con lo Stretto di Hormuz, il cielo infuocato con un dazio di Trump al 40%, e il tizio che urla con Giorgia Meloni aggrappata a un canotto sgonfio marca "Sovranità 2.0". È l'immagine del governo italiano, aprile 2026. Altro che "Fase Due", qui siamo alla fase del "chi cazzo ha staccato la spina?".

Ora, galleggia con un canotto bucato nel bel mezzo dello Stretto di Hormuz, mentre la benzina schizza a cinque euro al litro e i suoi ex amici americani le rispondono al telefono con una risata agghiacciante registrata. Lei diceva: "Io non galleggio". Puoi anche agitare le braccine e gridare "Dio, Patria e Famiglia", ma se intorno c'è l'acqua alta e lo scenario internazionale è scritto da un Dodo sotto anfetamine, il galleggiamento non è strategia politica, è principio di Archimede: Un corpo immerso in un governo riceve una spinta dal basso pari al peso del cazzeggio spostato.

Una signora voleva cambiare l’Italia. Si svegliava presto, beveva il caffè e scriveva sui social: "Fase Due". Dice la Signora: "Non sono qui per galleggiare". Ma caro Presidente, con tutto il rispetto, a volte il destino è beffardo.

E l’economia? Il PNRR è finito. Come il vino a una festa di matrimonio alle tre del mattino. Rimangono i bicchieri sporchi e un forte mal di testa. L’FMI suggerisce prudenza. Il governo risponde abolendo un’accisa sulla carta igienica. Gli ultimi spicci del PNRR li hanno usati per comprare le risme di carta per scrivere la Legge Elettorale. L'unica riforma sopravvissuta. È una pianta grassa che cresce solo perché concimata dalla paura di Salvini e Tajani di perdere il vitalizio. La stanno scrivendo con la stessa gioia con cui si redige un testamento. Salvini non la vuole, Tajani neppure, ma nessuno ha il coraggio di alzarsi dal tavolo perché, si sa, la pensione dei parlamentari scatta solo il prossimo aprile. Ed è più facile governare un paese allo sbando che rinunciare all’assegno vitalizio.
"Non toccate il premierato! Non toccate la Giustizia! Governare un paese allo sbando è faticoso, ma rinunciare a 5.000 euro netti al mese per aver fatto il tappezziere in commissione Trasporti? Quello è eroismo da partigiani."

Andiamo a Parigi dai "Volenterosi". Ma come? Fino a ieri Macron era un mangia-baguette con la sciarpa, oggi è diventato il bagnino? "Monsieur Macron, la prego, mi passi un salvagente." Ora è diventato l’unico appiglio, perché di là dall’Oceano c’è un altro che sposta portaerei con l’umore di un influencer capriccioso.

La diplomazia sotterranea è attiva, dicono a Palazzo Chigi. Immagino: tubi di metallo che passano sotto l’Atlantico con messaggi in codice scritti a mano da Giorgetti. Nel frattempo, a Washington, Dodo (con il quale i rapporti sono ai minimi storici) sposta portaerei per dispetto; tu gli mandi messaggi in codice con Giorgetti, che infila un bigliettino in un tubo di metallo che attraversa l'Atlantico. "Caro Donald, ti prego rispondi. Firmato: L'Italia che non conta un cazzo se non come parcheggio per la Sesta Flotta".

E in patria? La manifestazione sulla "remigrazione" a Milano. Piazza Duomo deserta. C'erano più piccioni che leghisti (accorsi i primi per cacare sui secondi).

Forse il miracolo economico arriverà da Baku. Forse i dazi si scioglieranno come neve al sole. Lei continua a fissare l'orizzonte da prua. Spera nel miracolo di Baku, spera nei dazi sciolti. Ma la verità, Signor Presidente, è che la barca non va da nessuna parte. È solo sopravvivenza. O forse, più semplicemente, siamo tutti sulla stessa zattera. Con lei a prua, che fissa l’orizzonte sperando che l’acqua non le bagni i piedi. Non è governo, è sopravvivenza. E in Italia, si sa, è già qualcosa.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)

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