30 mars 2026
L'UOVO DI PASQUA
29 mars 2026
LA MESSA E’ FINITA, IL GENOCIDIO CONTINUA: CRONACHE DALL’ITALIA DEI SEPOLCRI IMBIANCATI
E’ pur sempre una notizia: l'Italia ha ritrovato la voce. Dopo mesi di profondo mutismo (selettivo), il governo ha finalmente qualcosa da dire. Una messa. Una messa cattolica non celebrata a Gerusalemme. Questo li ha svegliati.
Settantamila morti? Silenzio. Gaza rasa al suolo come se fosse fatta di Lego? Niente. Due milioni di persone senz'acqua, cibo, elettricità, tenute in una prigione a cielo aperto? Il Quirinale dormiva. Ospedali bombardati sistematicamente, medici e infermieri ammazzati come mosche, giornalisti sterminati in numeri che non hanno precedenti nella storia dell'umanità? Tutti zitti.Ma toccagli il rito, toccagli l'incenso, toccagli la funzione religiosa e, improvvisamente, Meloni e Tajani si trasformano in paladini della libertà.
Tajani, il nostro ministro degli Esteri che dovrebbe rappresentare la dignità nazionale, scrive una nota di protesta. Dentro c'è la parola "sdegno". Poi ci ripensa. La toglie. La cancella.
Oltre il servilismo, l'auto-umiliazione di un paese intento sistematicamente a genuflettersi così profondamente da toccare il pavimento con la fronte.
I bambini palestinesi fatti a pezzi sotto le macerie sono i dettagli dei danni collaterali. L'importante è che la Pasqua sia salvaguardata, che il rosario venga agitato al momento giusto, che i baciapile vengano accontentati.
I voti contano e sono sacri. Le vite umane, evidentemente, un po' meno.
In Cisgiordania è in corso una pulizia etnica, documentata, filmata, visibile a chiunque abbia occhi per vedere e un telefono per connettersi. Israele bombarda Libano e Iran, il mondo intero precipita in una crisi epocale e il nostro governo si preoccupa della messa.
La crisi energetica che sta per devastare l'Italia è pagata con i crimini israeliani che abbiamo coperto, giustificato, ignorato. Indovinate chi la pagherà? Quelli che questo governo, eletto promettendo sovranità, sta sistematicamente tradendo.
Un governo liquidatore fallimentare: smantella, svende, si inchina. L'obiettivo finale? Trasformare l'Italia in un parco giochi per miliardari annoiati. Un resort mediterraneo dove i ricchi vengono a divertirsi mentre noi facciamo gli inservienti.
Schlein pigola vagamente di "sanzioni". Mai una parola chiara su embargo totale, rottura delle relazioni diplomatiche. Tutti complici, tutti ipocriti, tutti parte dello stesso spettacolo osceno.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 3/26)
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ELEZIONI ANTICIPATE A GIUGNO? POKER ITALIANO: CHI È LA VERA REGINA?
28 mars 2026
HOLLYWOOD (POI C'È LA REALTÀ)
L’America continua a pensare che la realtà funzioni come a Hollywood: il “bravo” (cioè loro) vince sempre, il “cattivo” cade, e tutto si sistema in un paio d’ore. Infatti di solito sono film di merda.
Poi c'è la vita vera.
Quando sono andati in Iraq e in Afghanistan, non è finita come nei film. Epperò invece di dire “abbiamo sbagliato”, hanno fatto finta di niente, come se quei disastri fossero scene tagliate dal copione.
Ora si ripete la stessa storia con l’Iran. Trump e Netanyahu si immaginavano una passeggiata: qualche aereo, un paio di esplosioni, e il popolo iraniano che li acclama.
L'Iran non è un set cinematografico. Hanno risposto con missili veri, e hanno fatto vedere che la loro difesa non è di cartone.
Il problema è che se continui a trattare la realtà come un film, alla fine arriva lo schiaffo. E lo schiaffo sono le navi attaccate, le basi militari colpite, e tanta gente che soffre.
Usare la guerra come se fosse un videogioco non porta da nessuna parte, se non alla distruzione.
I popoli non vogliono essere liberati da un eroe con gli occhi azzurri, figuriamoci da un pagliaccio e da un nano assassino.
Quello che sta succedendo è il tentativo di qualcuno di rimanere potente con le cattive, perché con le buone non ce la fa più. Ma il gioco sta finendo.
La pace non si fa con i colpi di scena. Si fa parlando, anche se è noioso. Molto meglio un dialogo noioso che un finale “spettacolare” dove a pagare il prezzo sono sempre gli altri.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 3/26, Luca P, Luca M, Valerio Fungo, Vitto kii, Lucrezia)
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27 mars 2026
EUROPA, L’ALTRO NOME PER “DIPLOMAZIA” E’ “SERVILISMO BELLICO” (Meloni va a mendicare gas liquefatto, l’immagine perfetta del sovranismo: molta retorica sull’orgoglio nazionale, e poi in ginocchio nel deserto a pregare i signori del metano)
Non hanno sanzionato Israele, non hanno mosso un dito quando è stato ammazzato un capo di Stato. Ma attenti: se l’Iran reagisce, allora sì, la Commissione Europea scopre l’indignazione.
Chiamiamola per nome: questa non è diplomazia, è servilismo bellico.
E noi, col nostro gas comprato dai soliti noti, paghiamo il conto e ci sentiamo anche patrioti.
Hanno scelto ed osannato il clown arancione come migliore amico, hanno masochisticamente applaudito i dazi, ci hanno fatto indebitare per comprare armi che ci rivenderà lui, e ora vanno in giro con il cappello in mano dall’Algeria a chiedere il permesso di respirare.
L’agenzia Moody’s sentenzia: recessione USA al 50%.
Avete lanciato un sasso nello Stretto di Hormuz, avete armato il nano indemoniato di Gerusalemme, avete rotto le scatole a tutti i fornitori di energia, e ora venite da noi dicendo “risparmiate sul termosifone”?
Siamo complici idioti, quelli che pagano per il lusso di essere schiaffeggiati.
L’Europa non ha più una classe dirigente. Ha solo amministratori di condominio globale che gestiscono il crollo con la serenità di chi non abita più qui.
Meloni va a mendicare gas liquefatto, l’immagine perfetta del sovranismo: molta retorica sull’orgoglio nazionale, e poi in ginocchio nel deserto a pregare i signori del metano.
Credevano di essere furbi. “Siamo amici di Trump, ci toglierà i dazi”.
E invece lui ha messo i dazi, gli ha venduto le armi, li ha fatti litigare con i vicini, e adesso sono soli, con il portafoglio vuoto.
L’Unione Europea non ha condannato gli omicidi mirati di capi di Stato perché non ha più una politica estera. Ha solo la procura degli Stati Uniti in seduta permanente.
Trump ha capito che a questi politicanti da strapazzo può vendergli la corda per impiccarsi, e loro la comprano, ringraziando, per l’illusione di essere dalla parte dei vincitori.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 3/26)
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25 mars 2026
LA CACARELLA DELLE IENE
Le dimissioni di Del Mastro e della Bartolozzi, se non fossero tragiche, sarebbero comiche. Fino a ieri erano le sentinelle della virtù armata. Oggi, dopo il terremoto del NO, diventano “rami secchi” da potare. Scrive Marco Travaglio: “I Bisnonni hanno scritto la Costituzione….i Nipoti l’hanno salvata”. Ecco il punto. Ieri la premier s’è svegliata e ha scoperto di avere degli impresentabili al governo. Ma allora tutte quelle chiacchiere su Borsellino, la legalità, la lotta alle mafie erano solo fregnacce? Se c’è il sostegno degli elettori, va bene pure Senese in persona?
Meloni spera di uscire dal pantano apparendo come la “potatrice” dei rami secchi. Vedete? Ora che mi è data la possibilità, faccio piazza pulita. Ma il punto è un altro: che il 46% dei votanti abbia ancora creduto alle pagliacciate del circo meloniano sostenuto dai soliti poteri marci di edicole e reti unificate, questo sì che è il vero dramma.
Meloni è così irata che è passata dall’essere Maria Antonietta a Maria la Sanguinaria. Rotoleranno teste grazie al patibolo referendario. Ma quel 46% è la realtà in cui viviamo.
Ma chi vogliono prendere in giro? “Sensibilità istituzionale”? Sensibilità istituzionale è quella che ti viene quando ti pisci addosso dalla paura, non quando scopri che il tuo ministro ha truffato l’INPS. È cacarella, pura e semplice. Non è virtù, è diarrea istituzionale.
E questi dovrebbero gestire la crisi economica con pochi precedenti? Con la “diminuzione verticale del potere d’acquisto”? Non hanno più le armi di distrazione di massa: l’immigrazione, l’odio contro i magistrati, il gender. Sono armi spuntate. Adesso devono spiegare agli italiani perché staranno peggio di quando lei urlava con le vene del collo gonfie. E la domanda più importante: verrà creduta?
Meloni si trova in un vicolo cieco. Per dimostrare la sua “onestà” (ah ah!), deve far dimettere chi ha difeso fino a ieri. Ma se l’ha difesa fino a ieri, dimostra che era disonesta anch’ella, madamigella. Ora Santanchè deve andarsene perché il vento è cambiato. Non per etica. Per meteorologia politica.
Dopo la vittoria del NO, Conte, Schlein, Bonelli e soci non ci vengano a dire che “non hanno ancora preparato un programma comune”. Avete appena vinto il referendum più importante degli ultimi anni, avete il governo in ginocchio, i sondaggi vi danno ragione e non avete un governo ombra? Non avete un’alternativa?
Intanto i sondaggisti, con la solita faccia di stronzio, continuano nei talk-show a sfornare cifre farlocche. Hanno sbagliato tutto. Hanno preso una sberla dai numeri di pietra usciti dalle urne. Ma loro sono li, arrampicati sugli specchi, a spiegare che “l’errore era nell’interpretazione”. Non è un errore, è un’industria. L’industria della menzogna previsionale. E la cosa preoccupante che viene ignorata nel tripudio della festa è proprio quel 46%. Non mi capacito che ci sia una percentuale così alta di chi ha creduto a certe baggianate stellari. Vuoi per partigianeria, ma anche, e forse peggio, per convinzione.
Il governo deve gestire la crisi economica senza il suo principale asset: la propaganda identitaria. Il “brand” Meloni era basato sull’odio, ma l’odio non fa lievitare il pane. Ora che il carrello della spesa pesa come un macigno, le bandiere sventolano a vuoto. E la sinistra? Speriamo che l’esito referendario le faccia capire che deve liberarsi di quei pesi ingombranti, di quelli che nulla hanno a che fare con le brave persone e servono soltanto a qualcuno per intralciare la crescita. Devono finirla di prendere per il culo la gente.
Meloni chiede “sensibilità istituzionale” a una che ha truffato l’INPS.
Mi viene in mente una rielaborazione del pensiero che i soldati scrissero per il Maresciallo Monsieur de La Palisse, morto in battaglia, ma riferita a Meloni “Un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita!”. Poi sono arrivati i risultati del Referendum. Meloni chiede alla Santanchè di dimettersi oggi. No, non è virtù apparsa improvvisamente, è cacarella.
Hanno passato anni a dirci che i magistrati erano il nemico, che la Costituzione era un intralcio. Poi, di fronte al voto, scoprono che la Costituzione è una coperta di Linus. Ma è troppo tardi. Ora dovranno passare un anno e mezzo al governo, in pieno bailamme, senza più nemmeno il piacere di dare la colpa agli altri. Di chi sarà la colpa, questa volta? Dei marziani?
È la profanazione. È la constatazione che una gran parte del paese ha scelto di spegnere la fiction in tv, nonostante la realtà faccia tanto male. Adesso, nel vuoto lasciato dalla sconfitta, rimane solo il silenzio imbarazzato di chi, fino a ieri, scommetteva sulla dittatura della maggioranza e si ritrova a fare i conti con la democrazia.
Mentre le iene politiche si sbranano tra loro e i sondaggisti continuano a mentire, l’Italia scopre di avere una Costituzione. L’aveva dimenticata in un cassetto, insieme alla dignità. Ma grazie al referendum, i “nipoti” l’hanno salvata. Hanno detto No. Non per amore della giustizia, forse, ma per la nausea verso chi la giustizia la voleva piegare.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
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23 mars 2026
SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE
22 mars 2026
IL PROBLEMA NON È UNA MAGISTRATURA CHE GIUDICA. È UNA POLITICA CHE NON ACCETTA DI ESSERE GIUDICATA (si chiama Salvacasta!)
Se questa destra avesse a cuore la giustizia, non avrebbe mai permesso che indagati e condannati continuassero a intascare soldi pubblici e vitalizi. Invece, eccoci qui.
Licio Gelli, da qualche parte, ringrazia. Un regalo bell’e pronto per i politici corrotti. Che si può tuttavia rispedire al mittente con un NO!
Quando chi governa smette di riconoscere i propri limiti e prova a mettersi sopra le regole che dovrebbero valere per tutti., va ridimensionato per ristabilire o proteggere l’equilibrio dei poteri.
In uno Stato di diritto, la magistratura non è un contropotere ostile: è un presidio di garanzia. Non governa, non legifera, non cerca consenso. Limita. Ed è proprio per questo che è essenziale.
Ogni tentativo di subordinarla, condizionarla o delegittimarla non rafforza la democrazia: la espone. Quando chi esercita il potere prova a riscrivere le regole che dovrebbero giudicarlo, non sta semplificando il sistema: sta riducendo le tutele di tutti.
Occorre difendere il principio che nessuno, nemmeno chi governa, sia sopra la legge.
La legalità non è un’opzione negoziabile, la giustizia non deve essere addomesticata. Le regole valgono soprattutto quando danno fastidio.
Il problema non è una magistratura che giudica.
È una politica che non accetta di essere giudicata.
La separazione dei poteri non è un ostacolo all’azione politica.
È la condizione che la rende legittima.
Quando il limite viene percepito come un intralcio, il potere smette di misurarsi e inizia a difendersi.
Un governo che chiede un sorteggio dei giudici, salvo poi metterci dentro quelli che piacciono a loro, sta semplicemente spalancando le porte. Si chiama Salvacasta.
È un po’ come cambiare le regole del gioco a partita iniziata: chi ha il potere ne trae vantaggio, mentre chi subisce il sistema resta in difficoltà.
Votare Sì significa fidarsi ciecamente che chi oggi ha il potere lo userà sempre per il bene comune. Ed è esattamente questo il rischio: una fiducia che nessuna democrazia dovrebbe mai concedere in bianco.
Il NO non serve per difendere un potere contro un altro, ma per difendere l’unica cosa che ci rende davvero liberi: la regola uguale per tutti.
PS 1
Nota per chi frequenta i social: Ma possibile che dalle parti di quella che vorrebbe chiamarsi destra ci sia soltanto una banda di miserabili troll, senza un briciolo di dignità e senza argomentazioni?
PS 2
Il fondo però l'ha toccato una persona reale che conosco di vista: "Intanto Meloni ha tolto le accise..e pure se è per 20 giorni io ci faccio 2 pieni e sticazzi!"
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 3/26)
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21 mars 2026
L'ASSUNZIONE IN CIELO DELLA CAROGNA (come un morto diventa improvvisamente un santo. La dignità non è una cosa che ti viene addosso quando muori. La dignità è una cosa che avevi o non avevi mentre eri vivo. Bossi non l'aveva. La morte è solo la morte. E il giudizio sulla vita resta. Dare la colpa a qualcuno più debole di te è più facile che lottare contro chi è più forte)
Umberto Bossi ha passato trent'anni a dire che la bandiera italiana è buona per pulirsi il culo, a chiamare terroni i meridionali e a parlare di armi contro lo Stato. Ha preso quarantanove milioni di euro che non erano suoi, speso duecentomila euro del partito per sé, ed è stato condannato otto volte: otto mesi, quattro, un anno e quattro, un anno e quindici giorni, un anno, un anno e dieci, due anni e tre. Non un giorno in carcere.
Muore. E all'improvviso, per Bersani, è un uomo dignitoso. Per la televisione, un padre nobile. Per molti, un uomo di valori.In Italia la morte cancella tutto tranne il bisogno di leccare il culo al cadavere. Ma la dignità non è una cosa che ti viene addosso quando muori: la dignità è una cosa che avevi o non avevi mentre eri vivo. Lui non l'aveva. Era uno sgargiante razzista, ladro, ipocrita. Ha detto "mai con i fascisti" e poi ci ha governato quattro volte. Ha detto "Roma ladrona" mentre portava i soldi in Svizzera. Ha insegnato agli italiani che il nemico è l’altro italiano: quello con l’accento diverso, quello che sta più a sud.
Il sistema che diceva di voler abbattere lo ha protetto fino alla fine. L’antistatalista viveva dello Stato. Il federalista governava da Roma. Il ribelle era il più fedele alleato del "mafioso di Arcore". E quando è morto, il politico impresentabile è diventato padre della patria. Il razzista, uomo del popolo. Il ladro, paladino degli onesti. Una sanctificatio post mortem comoda, che ci solleva dal doverci chiedere come abbiamo fatto a lasciarlo fare per trent’anni.
Questo è il peccato originale della politica italiana: la rimozione. Rimuoviamo tutto, i fatti, le parole, le condanne, i soldi spariti, e ricominciamo.
Bossi è stato solo un sintomo. Ha capito che si poteva vendere il rancore come identità, spostare il conflitto dal piano orizzontale (ricchi contro poveri) al piano verticale (nord contro sud). Perché dare la colpa a qualcuno più debole di te è più facile che lottare contro chi è più forte.
Ora che è morto, questo lascito non muore con lui. Viene santificato, reso nobile, trasformato in tradizione. Un uomo muore. Ma un'idea cattiva può vivere per sempre.
Alla fine, quello che è interessante del caso Bossi non è tanto l’uomo, un mediocre con un grande talento per l’odio. È il contesto. E la verità più scomoda è che la sinistra, quella che avrebbe dovuto opporsi, ha detto: "Rispettiamo il morto". Così anche l’ultima possibilità di resistenza viene spazzata via.
Non era un brav’uomo. Non era dignitoso. La morte non redime. La morte è solo la morte. E il giudizio sulla vita resta.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
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19 mars 2026
CROZZA TAJANI: TROVA L'ORIGINALE! (Il comico non deve più inventare, deve solo mandare in onda il video originale e mettersi in poltrona a guardarlo con noi. Ma ridiamo male, con l’amaro in bocca, perché sappiamo che la realtà ha vinto)
Un ministro che sembra una macchietta, parla e pare che reciti una parte già scritta da qualcuno più intelligente per farlo sembrare più cretino.
Forse il problema sono io. Forse non capisco. Perché se uno sale su un palco e dice quelle cose, e la gente invece di fischiare annuisce, vuol dire che il gioco è un altro. Non è che lui è una marionetta. È che noi siamo il teatro.
Ridiamo come disperati quando vediamo Crozza che lo imita, perché per un attimo ci illudiamo che sia tutta una gag studiata. Ma il buco nero si apre quando accendi la televisione e vedi l’originale. Quello vero. Che parla ed è esattamente la stessa cosa.
La satira non deve più scimmiottare il potere: il potere ha già fatto il lavoro sporco da solo e per noi (semicit. Friedrich Merz), si è trasformato in un meme vivente, in una copia sbiadita di se stesso.
Crozza è finito, poveraccio: come si fa a scrivere una battuta quando il ministro degli Esteri, di persona personalmente, in diretta, dice cose talmente vuote che il vuoto risucchia anche la parodia? Il comico non deve più inventare, deve solo mandare in onda il video originale e mettersi in poltrona a guardarlo con noi.
Chissà, forse non è incompetenza, è uno stadio superiore dell’essere. È una forma di genio nichilista. Tajani non sbaglia, lui asseconda. Galleggia in questo brodo primordiale di insignificanza, circondato da altri galleggianti, tutti insieme nell’universo del "lasciamo perdere".
Noi ce ne restiamo lì, con gli occhi aperti, a guardare il vuoto che si pavoneggia in doppio petto, sperando che almeno domani Crozza sia più bravo a fare il verso.
Ma lui non può. Perché la copia è perfetta. Il dramma è che il nostro ministro è già la sua stessa caricatura. E noi siamo qui, in questo paese da operetta, a ridere per non metterci a piangere come fontane.
Ma ridiamo male, con l’amaro in bocca, perché sappiamo che la realtà ha vinto. La realtà si è alzata tronfia in piedi e ha proclamato: "Io sono più satirica di te".
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
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18 mars 2026
GIORGIA E DODO: LA FINE DI UN AMORE? (E allora cosa fai, Giorgia? Mandi la Garibaldi?)
E invece loro nemmeno ti chiamano prima di buttare bombe. Scopri che per loro sei solo una spettatrice delle loro guerre, ma neanche ti fanno sapere quando cominciano.
E allora cosa fai, Giorgia? Mandi la Garibaldi? Quella nave che se la vedono gli iraniani, magari ci offrono un tè, pensando sia un'asta di beneficenza della Marina. Siamo la barzelletta di un'alleanza, il notaio di un impero in declino che ci considera utili solo per pagare il conto e stare zitti.
E tu stai lì, col microfono in mano, a recitare la parte del leader forte, mentre Bannon, l’ideologo da quattro soldi, ti dà della traditrice perché non vuoi buttarti subito nel massacro.
Ma quale ponte, se dall’altra parte c’è solo un vicolo cieco! Siete tutti lì, Trump con la sua faccia da pesce lesso che gioca a Risiko coi marines, e l’Europa, questo nano burocratico con l’artrosi, che bofonchia condanne mentre i mercati tremano.
E il bello è che ci risucchiano dentro. Parlano di sicurezza, di interessi nazionali, di rotte da liberare. Ma sono solo omicidi, ragazzi. Omicidi programmati a tavolino da gente che non metterà mai un piede in una trincea.
C’è chi sta in alto e chi sta in basso. E noi, con le nostre piccole ambizioni, con la nostra sottomissione a chi urla più forte, siamo complici. Abbiamo scambiato la pace con il silenzio, la dignità con la paura. E loro, i potenti, lo sanno. Contano su questo. Sulla nostra rassegnazione. Sulla nostra incapacità di dire: "Fermatevi, non in mio nome".
E’ penosa questa sottomissione a Dodo, questa rincorsa per un sorriso, per una foto, per una carezza. E guardalo 'sto Trump: tutto muscoli, tutto urla, il maschio alfa che detta legge. E poi arriva Bibi e lui, il grande capo, si mette a fare il cagnolino. Abbassa la cresta, annuisce, ubbidisce. Una marionetta che si inchina al vero puparo. E tu, Giorgia, in questa catena alimentare, dove stai? Sei il pesce piccolo che cerca di accontentare il pesce medio, che a sua volta si piega al pesce grande. E intanto la storia la scrivono loro, i predatori. Noi, col nostro cerino in mano, aspettiamo che la fiamma ci bruci le dita. Un teatrino grottesco, dove ognuno recita la parte del servo, sperando che il padrone di turno non gli tagli la razione di guerra. Un ammasso di vigliacchi, ecco cosa siamo.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
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16 mars 2026
SI’ SI’...COME NO!
Si sentono in giro storie che stringono il cuore. Gente che ha passato anni in galera e poi è stata riconosciuta innocente. Sono tragedie, non c'è che dire. E allora, chi è il colpevole? Per chi vuole il Sì, la risposta è semplice: il magistrato. Anzi, la "casta" dei magistrati. Ma questa riforma, cari signori che voterete Sì, vi pare che li elimini, gli errori?
Ecco cosa succede se vince il Sì: i magistrati restano uomini. E l'uomo, si sa, sbaglia. Per fortuna, nel nostro sistema, gli errori giudiziari veri e propri sono statisticamente un'eccezione, un microscopico 0,0…per cento . Ma il punto non è quello. Il punto è che voi, con questo voto, non state comprando l'infallibilità divina. State solo spostando il potere.
Il caso Palamara. Una bella storia che ci ha insegnato come funzionano certi equilibri. Tutti a gridare allo scandalo, a puntare il dito contro le correnti. Ma guardiamo cosa è successo dopo. Ricordate i politici coinvolti in quelle trame? Uno di loro, guarda caso, è stato riammesso in magistratura. Proprio così: i colleghi del Senato, chiamati a valutare, hanno deciso che certe intercettazioni non si potevano usare. Quelle che l'avrebbero inchiodato, per intenderci.
E un altro, nello stesso calderone, è tornato a posto grazie all'Alta Corte di Stato. Magnifico. Ci sono voluti anni per scoprire che il problema non erano solo le correnti dei magistrati, ma anche certi intrecci con la politica.
E ora, con questa riforma, cosa si fa?
Si dice: separiamo le carriere, togliamo il potere alle correnti interne. Ma con cosa lo sostituiamo? Con il potere della politica. Con un sorteggio che è una presa in giro.
Vediamo cosa c'è scritto in questa riforma, in quella Gazzetta Ufficiale del 14 febbraio. Oggi il Consiglio Superiore della Magistratura ha 33 membri: 20 sono magistrati eletti dai loro colleghi, 10 sono "laici" (avvocati o professori) scelti dal Parlamento con una maggioranza qualificata dei tre quinti (e 3 membri di diritto: Presidente della Repubblica, Primo Presidente e Procuratore Generale della Cassazione). Il che vuol dire che devono piacere un po' a tutti, maggioranza e opposizione.
Con la riforma, invece, si creano due CSM, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Ognuno con 32 membri, di cui 30 "sorteggiati". Ma attenzione al trucco, perché è qui che casca il bocchino.
I magistrati vengono sorteggiati davvero tra tutti i 9.400 magistrati italiani. Invece, i membri laici, i politici, vengono "sorteggiati" da una lista che il Parlamento si prepara su misura. Una lista di "idonei", scelti con una legge ordinaria che questa maggioranza scriverà con i suoi numeri. Maggioranza semplice, niente più tre quinti. Praticamente, il governo di turno si fa la lista della spesa. E poi da quella lista, magari di 20 nomi, ne estrae a sorte 10. Lo chiamano sorteggio. Io lo chiamo nomina travestita.
E non è finita. Istituiscono anche una nuova Alta Corte disciplinare, con 15 membri. Anche qui, i conti non tornano. La presenza dei "laici" (politici) aumenta: il rapporto diventa di 3 a 2, più potere alla politica . E chi la presiede l'Alta Corte? Un laico, un politico. Non più il Presidente della Repubblica, che è garante di tutti, ma un signore scelto dalla politica. E se un magistrato viene condannato da questa Corte, a chi si può rivolgere? Solo alla stessa Corte. Niente ricorso in Cassazione. Vi pare un giusto processo? A me ricorda certi tribunali speciali, quelli che non vorremmo mai vedere.
Allora, vediamo di capirci. Chi vuole il Sì dice: "Vogliamo giudici terzi, non condizionati dalle correnti". Ma la domanda vera è un'altra: è meglio un giudice che magari subisce il fascino di una corrente interna, o un giudice che sa che la sua carriera, in un modo o nell'altro, dipende dal governo che siede a Palazzo Chigi?
Questo è il punto. Questa riforma non abolisce le correnti, le sostituisce. Le sostituisce con un legame più diretto, più verticale, con chi ha il potere esecutivo. L'ex magistrato che diventa politico o il politico che controlla chi giudica. Lo ha detto chiaramente anche chi sostiene il Sì: l'obiettivo è ridurre l'influenza delle correnti dei magistrati, perché sarebbero come partiti. Ma per farlo, si dà più potere ai partiti veri.
Domando a chi sta pensando di votare Sì: credi forse che con questa riforma non ci saranno più ingiustizie? Credi che i processi diventeranno più veloci? Ma quali prove abbiamo? L'unica certezza è che si cambia la Costituzione per dare alla politica di turno più voce in capitolo su chi indaga e chi giudica.
Gli errori giudiziari, quelli veri, resteranno. E a pagare, come sempre, sarà il cittadino comune. Anzi, forse ce ne saranno di più, perché un giudice che deve guardare in faccia al potere, forse avrà meno coraggio nel condannare un potente, ma magari più zelo nel colpire chi potente non è.
Io dico No. Non perché il sistema attuale sia perfetto, non lo è. Ma perché questa riforma non lo aggiusta. Lo peggiora. Lo piega. Chi vota Sì, magari in buona fede, sta facendo un regalo a chi vuole mettere le mani sulla giustizia. E di regali così, la nostra povera Italia, ne ha già ricevuti fin troppi.
Buon voto e, come sempre, cerchiamo di pensarci bene.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
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ITALO BOCCHINO: L’importante non è essere sinceri, ma sembrarlo
15 mars 2026
AMERICÀ…FACCE TAJANI (Don Abbondio aveva paura, e la paura è un sentimento umano. Tajani non ha neanche quella. Lui ha il nulla, ma lo "monitora" bene)
Quando sento parlare Antonio Tajani subito mi viene in mente quella scena, anni fa, lui e Berlusca in una Spa, tutti e due in accappatoio bianco. Me lo immagino in ciabatte, camminando per i corridoi della politica internazionale come se stesse attraversando il corridoio di un centro benessere, in cerca del prossimo massaggio rilassante.
La mediocrità non è un peccato veniale, è una scelta di vita. È una vocazione. Richiede una dedizione assoluta, quasi monastica, al non fare, al non dire, al non pensare.
E Tajani, in questo, è un asceta. Un mistico del nulla. Lui non si espone, non si sporge. Lui monitora. Da dietro una finestra. Possibilmente senza droni nei paraggi. E se un drone arriva, lui si allontana. È una strategia di sopravvivenza politica assai raffinata.
Prendete quella sua uscita sull'Iran. Gli chiesero:
"Ministro, qual è la posizione dell'Italia sul bombardamento israeliano?"
E lui, con la faccia di uno a cui hanno appena chiesto la strada per un paese che non sapeva esistesse, risponde:
"Ma...noi abbiamo la posizione dell'Unione Europea". Traduzione: "Io non ho una posizione. Il mio Paese non ha una posizione. La mia poltrona, però, ha una posizione ben precisa, ed è perfettamente orizzontale. Mi hanno detto che c'è stata una riunione a Bruxelles. Boh. Devono aver detto qualcosa. Facciamo quella". È il trionfo della Delega Assoluta. Non siamo più una nazione, siamo una succursale di un pensiero altrui che nemmeno conosciamo. Lui non è il ministro degli Esteri, è il postino degli Esteri. E il postino, si sa, suona sempre due volte. Una per chiedere se c'è qualcuno in casa (spoiler: in casa Tajani non c'è mai nessuno), e una per consegnarti una posizione politica che è già vecchia di un giorno, scritta in un francese incomprensibile e piena di clausole dove l'Italia, per l'appunto, fa la figura della comparsa.
Ma non fermiamoci all'Iran. La sua carriera è un florilegio di perle, un campionario di abbagli che farebbero impallidire un candidato al Premio Darwin.
Ci ha spiegato che le 12 stelle della bandiera europea vengono dalle 12 tribù d'Israele. Un tentativo di dare una profondità teologica e storica all'Unione Europea che neanche Dan Brown avrebbe osato scrivere.
Poi c'è il diritto internazionale: "valido fino a un certo punto". Fino a che punto, ministro? Fino a quando incrocia gli interessi del tuo alleato di turno, o finché non devi prendere una posizione scomoda?
E il ponte sullo Stretto, definito "opera strategica in caso di attacchi dal sud". Giusto, perché se arrivano i terroristi dalla Libia, la prima cosa che faranno sarà fermarsi a fare la fila al casello di Villa San Giovanni per attraversare lo Stretto in auto. Molto più strategico di, che so, un sistema di difesa aerea. Ma lui è uno pratico, uno concreto.
E la guida spirituale iraniana. Ho una fonte, una fonte attendibile, che mi dice che l’ayatollah Khamenei, prima di decidere se rispondere all’attacco israeliano, ha chiesto un consulto. Non con i suoi generali, non con gli esperti di geopolitica. No. Ha chiesto:
"Sentite, ma quel simpaticone del ministro italiano, Tajani, che dice?" Gli hanno portato il verbale della sua intervista. L’ayatollah l’ha letta, è scoppiato in una risata così fragorosa che ha fatto tremare le mura di Qom. Poi si è rivolto ai suoi consiglieri:
"Vedete? Lui consiglia di non stare alla finestra se passano i droni. Io, forse, mi salverò la vita proprio grazie a questo saggio precetto. Per questo, da oggi, lo nominerò mia guida spirituale per le questioni mondane. Dite a Tajani che l'Iran seguirà i suoi consigli alla lettera. Resteremo lontani dalle finestre. E magari anche dalla ragione".
E poi il silenzio. Il suo silenzio assordante sul genocidio. Un silenzio che non è solo omissione, è un'opera d'arte. È il silenzio della complicità, il silenzio di chi guarda dall'altra parte mentre si bombarda una scuola piena di bambine, perché tanto "si stanno liberando le donne iraniane dal velo". La logica è impeccabile, nella sua follia. Per liberare le donne, uccidiamo le bambine.
E Tajani? Lui "monitora". Monitora la situazione. È la parola magica, il suo "abracadabra". La usano tutti, ma lui ci ha costruito sopra una filosofia. "Monitoriamo" significa: non facciamo niente, non ci esponiamo, non prendiamo posizione. Ma stiamo attenti.
E la perla finale, l'apoteosi della sua carriera politica, il suo testamento spirituale: la confessione sul viaggio di Crosetto a Dubai. Gli chiedono:
"Ministro, lei sapeva del viaggio del collega Crosetto nella zona dei bombardamenti?"
E lui, con la faccia di un bambino sorpreso a rubare la marmellata, risponde:
"No, io l'ho saputo dopo. Dai giornali".
Fermi tutti. Il ministro degli Esteri italiano, il capo della diplomazia, non sapeva che il ministro della Difesa era in un paese in guerra. Non è un problema di comunicazione, è un buco nero.
È come se il capitano di una nave dicesse: "Il mio nostromo è andato a dare un'occhiata all'iceberg? Ah, l'ho saputo dai giornali mentre la nave affondava".
Questo non è Don Abbondio, questo è peggio. Don Abbondio aveva paura, e la paura è un sentimento umano. Tajani non ha neanche quella. Lui ha il nulla. È il nulla che cammina. È l'uomo che ha elevato l'ignavia a sistema, la sottomissione a dottrina, la mediocrità a unico talento. E mentre fuori, nel mondo reale, si muore sotto le bombe per colpa di scelte politiche precise, lui è lì, a ricordarci che il vero pericolo, per un politico italiano, non sono i droni iraniani. È dover rispondere a una domanda senza aver prima ricevuto la posizione già scritta da qualcun altro. Preferibilmente via fax. O, se proprio urgente, via colomba viaggiatrice. Lui aspetta. Noi "monitoriamo". E loro bombardano.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
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14 mars 2026
L'ANTICRISTO E' ARRIVATO (da mò!!!)
Pensava di farle all'università del Papa. Quella dove il Papa ha studiato. L'università ha detto no, grazie. I giornali ci hanno provato. Organizzazione: L'Associazione Culturale ultraconservatrice Vincenzo Gioberti col delirio apocalittico.
Meloni lo incontra? Ha contratti con lo Stato? Già li ha, col Ministero della Difesa, con gli ospedali. Normale.
Un miliardario spiega come il libero mercato e la fine del mondo vadano a braccetto. E in mezzo, lo Stato. Che aspetta solo di firmare.
#italiennéandertalien
#MIPLab
12 mars 2026
LE SCARPE DI DONALD: IL POTERE È UNA MALATTIA (parte dalla testa e poi scende giù, fino ai piedi. Fino alle scarpe)
9 mars 2026
CROSETTO: LA VERITÀ AL GOVERNO FA MALE (Erano bambine, non ragazze. Non sapeva cosa? Che le bombe uccidono? Il governo italiano è complice. Perché la complicità non è solo quando spari, è anche quando dai le armi a chi spara. È anche quando autorizzi le basi a chi bombarda. È anche quando taci, quando giri la testa, quando voli a Dubai. Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell'oppressore. Se autorizzi le basi, hai scelto la parte dell'oppressore. Se mandi le navi, hai scelto la parte dell'oppressore. Se taci, hai scelto la parte dell'oppressore)
Noi diamo le basi, diamo le navi, diamo i soldi, diamo tutto. E poi diciamo: "Noi in guerra non ci siamo". Se diamo le armi, ci siamo. Se diamo le basi, ci siamo. Se diamo i soldi, ci siamo eccome.
Le bambine sono morte. Crosetto e gang le chiamano "ragazze". Ma quale ragazze? Erano bambine. Ma forse se diciamo bambine poi ci sentiamo in colpa, poi dobbiamo fare qualcosa. Invece se diciamo ragazze, sembra quasi che fosse destino, che la vita è dura per tutti. Come si fa a chiamare ragazza una bambina morta? È come chiamare "passeggero" uno che è caduto dal decimo piano. È una parola che non dice niente, che non fa male, che non fa vedere niente. E invece bisogna vedere. Bisogna vedere le bambine. Perché se non vedi, non senti niente. E se non senti niente, allora va tutto bene. E invece non va bene niente.
Il ministro della Difesa italiano vola a Dubai mentre le bambine iraniane vengono bombardate con armi americane, israeliane, e con basi italiane. Lui dice che non sapeva. Non sapeva cosa? Che le bombe uccidono? Forse pensava che le bombe fossero caramelle, che cadessero dal cielo e le bambine le acchiappassero al volo ridendo.
La violenza non è mai solo fisica. La violenza è anche simbolica, è anche linguistica. Chiamare "ragazze" le bambine è un atto di violenza. È un modo per negare la loro specificità, per negare la loro innocenza, per negare la loro umanità. È un modo per renderle più facilmente ammazzabili. Perché quando qualcuno è "solo una ragazza", la sua morte pesa meno. Quando qualcuna è "solo una bambina", invece, pesa. Allora le togliamo l'innocenza dell’infanzia. E poi le uccidiamo. E poi diciamo che è stato un incidente.
La chiamano "guerra umanitaria". Come se la guerra potesse essere umanitaria. È come dire "stupro affettuoso" o "rapina solidale". La guerra è già di per sé una cosa disumana, ma loro ci mettono l'aggettivo per farci sentire meglio.
La parola "ragazze" invece di "bambine" è come quando negli Epstein files dicono "underaged girls". Underaged. Sembra quasi che fossero troppo giovani per bere, non troppo giovani per essere violentate.
È la stessa cosa: cambi la parola e cambi la realtà. Se autorizzi le basi, non sei in guerra. Se mandi le navi, non sei in guerra. Se fornisci le armi, non sei in guerra. Sei semplicemente un amico che aiuta un amico a fare una cosa.
Il ministro Crosetto è sicurissimo di non essere in guerra. Mentre le bambine iraniane, quelle che lui chiama ragazze, sono sicurissime di essere morte. È possibile che nessuno dica niente? È possibile che si chiami ragazza una bambina morta? È possibile che si chiami pace questa guerra?
"Ragazze". Una parola svuotata, che non pesa, non graffia. "Bambine" pesa, ti costringe a vedere. Ti costringe a pensare a loro, a come giocavano, a come ridevano, a come avevano paura.
Il governo italiano è complice. Perché la complicità non è solo quando spari, è anche quando dai le armi a chi spara. È anche quando autorizzi le basi a chi bombarda. È anche quando taci, quando giri la testa, quando voli a Dubai. La complicità è tutto questo.
"Ragazze", "danni collaterali", "operazione militare", e alla fine dici "pace". È un lavaggio del cervello collettivo. E funziona, perché siamo stanchi, perché la vita è già abbastanza difficile senza doversi indignare per ogni cosa.
Siamo in guerra e non lo sappiamo! O forse lo sappiamo e facciamo finta di niente? Le basi sono nostre, le navi sono nostre, i soldati sono nostri, le armi sono nostre. E voi dite che non siamo in guerra?
Siamo in guerra contro le bambine iraniane, contro le bambine palestinesi, contro tutti quelli che stanno dall'altra parte. E la parte cattiva, guarda caso, è sempre quella degli altri. Noi siamo sempre i buoni. Noi siamo sempre quelli della pace.
L'America è l'unico paese nella storia che è passato dalla barbarie alla decadenza senza passare per la civiltà. E noi italiani subiamo l'America, Israele, chiunque abbia più armi e potere di noi.
Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell'oppressore. Se autorizzi le basi, hai scelto la parte dell'oppressore. Se mandi le navi, hai scelto la parte dell'oppressore. Se taci, hai scelto la parte dell'oppressore.
La guerra è il luogo dove tutte le oppressioni, le violenze si incontrano, si moltiplicano, si legittimano. E quando dite che non siete in guerra, mentre autorizzate le basi, mentre mandate le navi, state mentendo. State mentendo a voi stessi, state mentendo al mondo. Siete in guerra eccome. E in questa guerra, le prime a morire sono sempre le persone più deboli, le più indifese, le più innocenti. Le bambine.
Sono morte sotto le bombe. E mentre loro morivano, qualcuno, lontano, autorizzava quelle bombe. Qualcuno, lontano, diceva che non era in guerra. Qualcuno, lontano, chiamava "ragazze" le bambine morte.
La guerra è dominio, sopraffazione, violenza. Sono la stessa idea che qualcuno ha il diritto di decidere chi vive e chi muore.
Guerra, complicità, ipocrisia. È il problema di donne e uomini che tacciono mentre altri uccidono. È il problema di chi guarda dall'altra parte mentre le bambine muoiono. È il problema di chi non si ribella, di chi non urla, di chi non scende in piazza. Il silenzio è complicità. E la complicità è colpa. Bisogna dire no alle bombe che cadono, ai bambini che muoiono, alle parole che mentono.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
#italiennéandertalien
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8 mars 2026
LA FOGNA (il trucco più sporco è che ci fanno credere di essere dalla parte dei buoni. Intanto Bibi & Dodo si credono inviati da Dio. Fermarsi significherebbe guardare in faccia la realtà: che siamo noi i terroristi. Che siamo noi a violentare e uccidere i bambini)
Se guardi la televisione sembra tutto normale. Vediamo i bambini morti e cambiamo canale. Vediamo le bombe e pensiamo: "Uffa, che noia, un'altra guerra".
Come se la guerra e la morte fosse una pratica burocratica.
Chi ci ha insegnato a guardare il mondo con questi occhi? Chi ci ha convinto che è normale che 165 bambine iraniane finiscano sotto il cemento armato di una scuola e noi parliamo di spread e aumenti di benzina? Chi ci ha detto che va bene così?
Ci sono bambini morti dall'altra parte del mare e noi ci preoccupiamo se la procedura d'infrazione ci farà saltare i condoni.
È come se avessimo un interruttore nella testa: on/off.
Non siamo più sconvolti dalla tragedia della vita e i potenti hanno scoperto che possono uccidere e farla franca. Loro hanno i media, hanno gli intellettuali, hanno gli opinionisti che spiegano perché quei 165 corpi di bambine sono in realtà "danni collaterali".
Hanno inventato un linguaggio per trasformare il sangue in inchiostro, le ossa in statistiche, il dolore in "effetti indesiderati". Hanno trasformato l'omicidio di massa in un problema di comunicazione.
Il trucco più sporco è che ci fanno credere di essere dalla parte dei buoni. Sempre. Dall'invasione dell'Iraq ai bombardamenti sulla Siria, dalle bombe su Gaza a quelle su Minab: noi siamo i buoni. Noi portiamo la democrazia. Noi portiamo la libertà. Noi portiamo le portaerei. E se muoiono dei bambini, beh, è perché gli altri sono cattivi e li usano come scudi umani. Tu uccidi i bambini e la colpa è di chi li ha fatti nascere nel posto sbagliato.
Qual è la differenza tra una dittatura e una democrazia occidentale? Nella dittatura ti dicono chiaramente: "Tu non conti niente, stai zitto e obbedisci". In democrazia ti dicono: "Tu sei importante, il tuo voto conta, sei tu il sovrano".
E intanto, quelli che detengono il 99% della ricchezza, decidono tutto. I media ti spiegano cosa devi pensare. E tu, sovrano, ti siedi sul divano, accendi la TV e sei felice perché hai scelto. Hai scelto tra due o tre candidati finanziati tutti dagli stessi banchieri. Grande democrazia.
Siamo qui a chiederci se Meloni starà con Trump o con gli italiani, come se fosse una domanda sensata. Come se Trump e gli italiani fossero due entità sullo stesso piano. Trump rappresenta un impero che ha basi militari in mezzo mondo, che ha rovesciato decine di governi, che ha ucciso milioni di persone.
Gli italiani rappresentano, cosa? La voglia di non perdere i condoni? La paura che ci aumentino le tasse se non stiamo bravi? Siamo davvero questo?
Esperti americani hanno sconsigliato l'attacco all'Iran. Poi gli americani hanno attaccato. Perché? Perché in America il principio di contraddizione non è un difetto, è un metodo di governo. Si dice una cosa, si fa l'opposto, e se qualcuno se ne accorge si cambia discorso.
Bibi & Dodo si credono inviati da Dio. Credono di dover accelerare la fine del mondo perché così arriva il Regno dei Cieli. È come se il mio vicino di casa desse fuoco al palazzo perché tanto dopo c'è il paradiso.
E noi stiamo lì a chiederci: ma il governo italiano come si posiziona? Ma ci mancherebbe altro che si posiziona: sta dalla parte di chi brucia il palazzo, perché tanto la scala antincendio ce l'hanno solo loro.
Del resto, se uccidi 165 bambine in una scuola, la notizia dura due giorni, poi arriva un'altra strage e si cambia argomento.
Se invece muore un soldato americano, è tragedia nazionale per settimane. Se muore un giornalista occidentale, si ferma il mondo.
Ma 165 bambine iraniane? Beh, sono iraniane. E poi sono bambine, quindi non contano nemmeno come soldati (del resto, anche ai festini di Dodo le bambine non contavano assai!).
Sono solo numeri. È come quel famoso principio per cui in guerra tutti i morti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
La classe dirigente italiana ha un problema: deve decidere se stare con Trump o con gli italiani. Domanda mal posta. Trump è concreto, ha le portaerei, ha i soldi, ha i media. Gli italiani hanno i problemi, le tasse, le bollette, la paura. Ma hanno anche il voto. Quindi il calcolo è semplice: quanto possiamo ignorare gli italiani prima che ci tolgano il voto? Quanto possiamo essere fedeli a Trump senza che gli italiani si incazzino? È un problema di ingegneria elettorale, non di coscienza. La coscienza non c'entra. Non è mai entrata in questi ragionamenti.
Se riconoscessimo che quelle 165 bambine sono esattamente come le nostre figlie, le nostre nipoti, le bambine che incrociamo per strada, dovremmo scendere in piazza, dovremmo urlare, dovremmo fermare tutto. E questo è scomodo. Quindi meglio non vedere. Meglio cambiare canale.
Giorgia Meloni evita il Parlamento, parla solo in interviste radiofoniche dove può controllare le domande. Perché in Parlamento qualcuno potrebbe chiederle: "Presidente, quelle 165 bambine, le abbiamo uccise noi?" E lei dovrebbe rispondere. E la risposta sarebbe complicata. Perché se dice "sì, le abbiamo uccise noi", è un problema. Se dice "no, le hanno uccise gli iraniani per incolpare noi", è un problema ancora più grosso perché significa che siamo così cinici da pensare che un regime possa massacrare le sue bambine per fare propaganda. Quindi meglio non rispondere. Meglio rimandare. Meglio aspettare che la gente si distragga.
C'è una frase che circola in questi giorni: "Se sono stati gli americani, la giustificazione dei 'danni collaterali' lascia inalterata l'origine di tanto orrore: l'attacco brutale deciso dai due soci Bibi & Dodo". È una frase onesta. Perché non importa chi ha sganciato quella bomba. Importa chi ha deciso la guerra. Importa chi ha scelto di bombardare un paese mentre era in corso un negoziato. Importa chi considera 165 bambine un prezzo accettabile per i propri interessi geopolitici. Questo è il punto: non l'errore, non l'incidente, non la tragedia. La decisione. La scelta consapevole che in guerra i bambini muoiono e va bene così.
Intanto gli Stati Uniti stanno per schierare una terza portaerei in Medio Oriente. Tre portaerei, tre città galleggianti piene di aerei, missili, soldati, pronte a uccidere.
E noi chiamiamo questo "dissuasione". Chiamiamo questa "politica estera". Chiamiamo questo "difesa della democrazia". Tre portaerei per difendere la democrazia. In un paese, l'Iran, dove la democrazia non c'è mai stata. Quindi cosa stiamo difendendo? Il petrolio? Le rotte commerciali? Il fatto che noi possiamo comprare la benzina a un prezzo accettabile? Sì, probabilmente sì. 165 bambine per la benzina a un prezzo accettabile. È questo il calcolo. Nessuno lo dice, ma è questo.
I media italiani parlano del referendum, della manovra economica, della procedura d'infrazione. I media italiani sono posseduti da gente che ha interessi in questa guerra. Da gente che non vuole che ci si fermi troppo su quei corpi di bimbe. Da gente che preferisce che parliamo di altro. E funziona. Perché la gente è stanca, è confusa, è spaventata. E quando sei stanco, confuso e spaventato, accetti la versione semplice: loro sono cattivi, noi siamo buoni, andiamo avanti.
Ho una proposta per il governo italiano: istituiamo il Ministero per la Gestione dell'Indignazione Selettiva. Sarà un ministero che deciderà per quali morti possiamo indignarci e per quali no. Per gli italiani all'estero: indignazione massima, tre giorni di lutto nazionale. Per i bambini di Gaza: indignazione bassa, un trafiletto. Per le bambine iraniane: nessuna indignazione, erano dall'altra parte. Il ministero fornirà anche istruzioni su come usare le parole giuste: non "bambini uccisi", ma "danni collaterali in un'operazione di pace". Non "massacro", ma "incidente nel contesto di una complessa situazione geopolitica".
Noi italiani ci crediamo brava gente. Ci crediamo diversi. Ci crediamo migliori. Siamo il paese della Costituzione più bella del mondo, del "ripudia la guerra", dell'accoglienza, della solidarietà. Poi diamo le nostre basi, i nostri aerei, i nostri soldati a partecipare a guerre altrui. Poi votiamo governi che si allineano agli imperialisti. Poi non diciamo niente quando 165 bambine vengono sepolte vive. E la domenica andiamo in chiesa e ci sentiamo a posto con la coscienza.
C'è il mercato della morte. I morti sono merce, i numeri sono prezzi, le tragedie sono occasioni di business.
L'Iran ha risorse, ha petrolio, ha posizioni strategiche. Gli Stati Uniti vogliono quelle risorse. Israele vuole quella posizione strategica. I bambini morti sono solo un costo accessorio, come l'inquinamento in una fabbrica. Li calcolano, li mettono in bilancio, li considerano inevitabili. E quando il costo diventa troppo alto, magari si fermano. Magari no. Magari continuano finché non hanno preso tutto.
E noi stiamo lì a guardare la TV, a preoccuparci della manovra economica, a chiederci se Meloni starà con Trump o con gli italiani!
Ma Trump è il nemico! Trump è il distruttore! Trump è quello che bombarda le scuole! E noi stiamo a chiederci se la nostra premier gli darà retta!
Svegliamoci! Siamo dall'altra parte! Siamo quelli che subiscono le conseguenze di queste guerre! Siamo quelli che pagano le tasse per comprare le bombe! Siamo quelli che poi accolgono i profughi che scappano da quelle bombe! Siamo gli idioti utili di questo sistema!
Il meccanismo è sempre lo stesso: si costruisce il nemico, si prepara l'opinione pubblica, si bombarda, si contano i morti, si cambia discorso. L'importante è non fermarsi mai. L'importante è che la macchina continui a girare. Perché fermarsi significherebbe guardare in faccia la realtà: che siamo noi i terroristi. Che siamo noi a violentare e uccidere i bambini. Che siamo noi a distruggere le scuole. Che siamo noi a creare i profughi. È più facile continuare. È più facile inventarsi un altro nemico. È più facile cambiare canale.
Un dittatore pazzo decide di bombardare un paese perché Dio glielo ha ordinato. Un altro dittatore pazzo decide di bombardare lo stesso paese perché anche a lui Dio ha detto la stessa cosa. Insieme, uccidono migliaia di persone. Poi si guardano e dicono: "Missione compiuta, Dio è con noi". Fine. Sarebbe una commedia grottesca, no? Invece è la realtà. E noi la guardiamo in TV, tra una pubblicità di detersivi e l'altra.
L'impero americano sta morendo. Lo sanno tutti, tranne gli americani. E quando un impero muore, diventa pericoloso. Diventa irrazionale. Diventa capace di qualsiasi cosa pur di sopravvivere un altro giorno. L'attacco all'Iran è il rantolo di un impero in agonia. Il fatto che l'Italia lo segua è la prova che siamo ancora una colonia, mentalmente e politicamente. Non abbiamo mai smesso di esserlo. Abbiamo solo cambiato padrone.
L’Italia in questa guerra non c'entra niente. Non ha interessi in Iran, non ha capacità di influenzare gli eventi, non ha nulla da guadagnare. Eppure è lì, con la sua fedeltà atlantica, con i suoi obblighi NATO, con la sua paura di dispiacere agli americani.
È come quel tipo che a una festa sta sempre vicino al più fico, sperando che un po' di popolarità gli coli addosso. Peccato che il tipo popolare sia un pazzo con una bomba in mano.
Penso a quelle bambine. A tutte quelle bambine. A quelle sotto il cemento armato di Minab, a quelle sotto le macerie di Gaza, a quelle che scappano e affogano nel Mediterraneo, a quelle che restano e vengono violentate dai compagni di merende Epstein. Penso ai loro nomi che non sapremo mai, ai loro sogni che non si realizzeranno, ai loro corpi che non diventeranno donne. E mi chiedo: chi deciderà per loro? Chi parlerà per loro? Chi le piangerà, se non le loro madri?
Noi, forse, le ricorderemo ancora per qualche giorno. Poi la vita continua. La vita continua sempre. Anche quando 165 bambine sono morte. Anche quando 20.000 bambini sono morti. La vita continua. Ma non dovrebbe. Non dovrebbe essere così normale.
La vita è precaria. Tutte le vite sono precarie. Ma alcune vite sono più precarie di altre, perché qualcuno ha deciso che possono essere sacrificate, vilipese, calpestate.
Questa è la violenza del potere: decidere quali vite meritano lutto e quali no.
Le 165 bambine di Minab non meritano lutto, secondo i media occidentali, perché sono iraniane. Perché sono nate nel paese sbagliato. Perché la loro morte non serve alla narrazione.
Ma il lutto non è un privilegio, è un diritto. Ogni morte merita lutto. Ogni vita merita di essere pianta. Se non piangiamo quelle bambine, è perché abbiamo accettato la logica del potere: ci sono vite che contano e vite che non contano. E questa è la vera violenza.
Da secoli le donne pagano il prezzo delle guerre degli uomini. Da secoli i loro corpi sono il campo di battaglia, la loro riproduzione è la posta in gioco, i loro figli sono i danni collaterali.
E da secoli ci dicono che è inevitabile, che è così che funziona il mondo, che dobbiamo accettare.
Non è inevitabile. È una scelta. È la scelta di un sistema che considera la vita delle donne e dei bambini meno importante del profitto, del potere, del petrolio.
È la scelta del capitalismo, del patriarcato, dell'imperialismo.
Non c'è liberazione senza giustizia. Non c'è pace senza verità.
Non possiamo lottare per i diritti civili in Italia e ignorare i diritti negati in Palestina. La lotta è una sola. Il nemico è uno solo: il sistema che decide chi è umano e chi no, chi merita di vivere e chi può morire. E quel sistema si chiama imperialismo, si chiama colonialismo, si chiama suprematismo bianco.
Siamo qui, 8 marzo 2026, a celebrare la Festa della Donna mentre 165 bambine iraniane giacciono sotto il cemento armato. Siamo qui a parlare di quote rosa, di pari opportunità, di emancipazione, mentre i nostri governanti mandano le nostre basi, i nostri aerei, le nostre armi a uccidere altre donne, altre bambine, altre madri.
Siamo qui, con il nostro "benessere" costruito sulle spalle di miliardi di sfruttamenti, di risorse rubate, di esseri umani ridotti in schiavitù. Con la nostra coscienza pulita perché ci hanno convinto di essere un modello da seguire ed esportare.
Siamo un modello insostenibile, eticamente osceno, privo di moralità.
Non siamo i buoni. Non lo siamo mai stati.
Proprio come gli indiani dei film di John Wayne non erano i cattivi. Erano solo dall'altra parte. Erano solo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come quelle 165 bambine.
Prima o poi il conto da colonialisti egemoni lo pagheremo. Fosse solo per una questione di karma.
Ma probabilmente non sarà il karma. Saranno i popoli che abbiamo oppresso, le risorse che abbiamo rubato, i bambini che abbiamo ucciso. Un giorno si alzeranno e chiederanno indietro tutto. E noi non avremo niente da dire. Perché avremo speso tutto in armi, in guerre, in portaerei.
Ma va bene. Torniamo pure a pensare di essere migliori e più illuminati. Torniamo a guardare la TV.
Torniamo a preoccuparci della manovra economica, della procedura d'infrazione. Tanto quelle 165 bambine sono già dimenticate. Tra una settimana saremo già passati ad altro.
Solo una cosa. La prossima volta che vediamo in TV un bambino morto, in un paese lontano, con un nome impronunciabile, fermiamoci un attimo. Pensiamo che quel bambino è esattamente come i nostri figli, i vostri nipoti, i bambini che incrociamo per strada.
Quel bambino è esattamente come i nostri figli, i nostri nipoti, i bambini che incrociamo per strada.
Quel bambino aveva un nome, una famiglia, dei sogni. Quel bambino è stato ucciso da qualcuno che probabilmente consideriamo nostro alleato.
E poi chiediamoci: da che parte sto? Da che parte voglio stare?
Perché la storia ci giudicherà. E non sarà clemente.
Buona Festa della Donna. 165 volte buona Festa della Donna.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26. Art by Stephen Stadif)
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