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22 févr. 2026
LA CATTEDRA DEL PROFESSOR DI MAIO
18 févr. 2026
MICHELE SERRA, LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO
Si parte da una malinconia frustrante, cercare di ragionare con mio padre, che legge solo il giornale “La Repubblica”. Lui ama Michele Serra, io lo considero invece un “Allegro Chirurgo”. "Dai America, che non sei tutto sbagliata", sostiene Serra.
Ma quel paese, dal primo vagito, ha cominciato a prendere a schiaffi il vicino per prendergli la terra, e poi ha continuato con gli schiaffi in faccia a tutto il mondo.
Questa è l'America. Non è solo Trump, non sono solo i MAGA con i loro cappellini rossi da bambini viziati che si sono scoperti razzisti guardando un film di John Wayne. No. L'America si è svegliata un mattino e ha deciso che lo specchio non doveva mostrarle le rughe, ma solo il suo rossetto nuovo. E allora ha cominciato a sparare allo specchio.
Michele Serra scrive preoccupato di questa "sontuosa capacità censoria" dei MAGA. E ha ragione, certo che ha ragione. Togliere i pannelli sugli schiavi a casa di George Washington è come nascondere la polvere sotto il tappeto e poi meravigliarsi se la stanza puzza di muffa. È ridicolo. È da dilettanti. È la cancel culture dei poveracci, quella fatta coi cerotti e la paura della storia.
Ma io, mi domando: questa indignazione selettiva non è forse un'altra forma di rimozione? Ci si scandalizza perché tolgono i pannelli sugli schiavi del Settecento, ma quando l'America, con la stessa nonchalance con cui si ordina un caffè, ha rovesciato governi in Iran, Guatemala, Cile? Quando ha tappezzato il Sud-Est asiatico di napalm, bruciando bambini che non avevano nemmeno un pannello da leggere? Quando ha armato Saddam, poi lo ha bombato, poi si è meravigliata che nascesse l'ISIS? Tutto questo, dove lo mettiamo? In quale bacheca di museo?
Questa è la sontuosa ipocrisia di chi guarda con orrore il "popolino scomposto" che assalta il Congresso, ma dimentica che quello stesso popolino, o suo cugino, magari ha passato la vita a fabbricare le bombe intelligenti che hanno reso "intelligenti" intere città, riducendole a polvere.
Quella che piange per i pannelli rimossi a Philadelphia, ma applaude quando un drone, pilotato da un ragazzo in Nevada che sembra giocare ai videogame, trasforma un matrimonio in un funerale dall'altra parte del mondo.
È un grande club, il club dei "buoni". Quelli che hanno lo schiavismo nei libri di storia, ma l'imperialismo nel DNA. Quelli che credono che il problema sia la censura dei libri, non la censura della realtà operata da decenni di propaganda che ti vendono ogni guerra come l'ultima stagione di una serie TV piena di eroi.
Gli americani sono i nuovi crociati digitali, hanno l’arroganza di voler "civilizzare" il mondo con la forza, solo che oggi la spada si chiama dollaro e la croce si chiama "eccezionalismo".
C'è un'operazione in corso, un capolavoro di prestidigitazione intellettuale. Si costruisce un mostro, Trump, gli si mettono addosso tutte le colpe, e poi, guardandolo, si esclama: "Ecco il Male!".
E mentre tutti guardano il mostro che strappa i pannelli, le macchine della "diplomazia" continuano a macinare morti, con la solita, identica, inossidabile cortesia.
Non so chi sia peggio, se l'uomo bianco che spara in faccia perché sei nero, o l'uomo bianco che ti bombarda la casa con un missile "chirurgico" perché "porti la democrazia".
L'America è nata con uno schiavo sotto i piedi e un fucile in mano. È la sua poesia fondativa. Certuni tengono quella violenza in casa, la covano come un rancore, e la sfogano sui vicini, sugli immigrati, sui libri di scuola.
Altri, più eleganti, l'hanno trasformata in un'azienda, la "Violenza Globalizzata S.p.A.", con tanto di azioni in borsa e discorsi sulla libertà.
E noi, da spettatori, dovremmo scegliere il male minore? Dovremmo preferire l'imperialista col libretto delle istruzioni (democrazia, mercato, diritti umani) all'imperialista che butta via il libretto e si affida all'istinto?
Questo è l'imperialismo. L'unica differenza tra un conquistatore e l'altro è la lingua in cui firmano i trattati di pace.
Siamo quello che facciamo per abitudine. E l'abitudine americana, da sempre, è una sola: prendere. E chi prende, prima o poi, deve giustificare il furto. Con una preghiera, con un articolo di giornale, o con un pannello. L'importante è che la storia la scriva lui.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)
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7 févr. 2026
ANDREA PUCCI (L’intrattenimento di massa è l’infrastruttura del consenso. Chiamatelo “edutainment” patriottico! Ti insegno a ridere dove e quando e per chi devo. Arrivano i parà dell’intrattenimento, i cacicchi del cabaret, gli yes-man con il microfono a forma di clava)
Ho fatto un sogno. Cammino per la città, sembra Pompei moderna nel 78 d.C.. Un solo, lunghissimo manifesto pubblicitario, con la stessa faccia che ti sorride e ti dice cosa devi amare, per cosa devi ridere, cosa devi dimenticare. Io sono annoiato, prima ancora che spaventato.
Perché la tirannia più perfetta non è quella che ti fa inginocchiare, ma quella che ti fa cambiare canale e ti convince che quello che vedi è l’unico spettacolo possibile.
Allora, sentendo che Andrea Pucci sarà co-conduttore a Sanremo 2026, mi viene una malinconia feroce.
Alzate il volume, signore e signori, perché lo spettacolo deve continuare, anche se lo spettacolo è che non c’è più nessuno spettacolo!
Non si controlla solo il ministero, la banca, il telegiornale. Ora tocca alla ninnananna nazionale, alla notte bianca dei fiori di plastica e delle note stonate.
Sanremo! L’ultima trincea! E invece no: arrivano i parà dell’intrattenimento, i cacicchi del cabaret, gli yes-man con il microfono a forma di clava.
L’obiettivo finale è sempre il tuo cervello. È il “pacchetto completo”! Ti danno anche la risata in riscossione coattiva! Questo è il premio: Andrea Pucci che ti fa l’occhiolino per due ore di fila mentre declama l’amor patrio tra una pubblicità dell’Eni e una coreografia con le divise dei Carabinieri!
Chiamatelo “edutainment” patriottico! Ti insegno a ridere dove e quando e per chi devo. E se non ridi, sei un radical chic, un rospo rosso, un nemico del popolo che non sa godersi le cose semplici.
Le cose semplici come un colossal mediatico da milioni di euro, organizzato dallo Stato, con gli inviti selezionati dal partito, e condotto da chi ha fatto la fedelissima caricatura del “volenteroso della nazione” per una decade. Che splendida, orribile, prevedibile coincidenza.
La verità è la prima vittima del potere. La seconda vittima è il cattivo gusto. La terza è l’alternativa. Il monopolio non è solo economico, è neuronale. Ti costruiscono un paesaggio familiare, una simpatia obbligatoria, un orizzonte di pensiero con le luci al neon e il playback.
È la soluzione finale al problema della diversità. Non la elimini. La assimili in un varietà. Controllare Sanremo nel 2026 è come controllare il sogno collettivo di una nazione che ha smesso di sognare ad occhi aperti e si accontenta di guardare la televisione a occhi semichiusi.
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Qui non si tratta di pensare male. Si tratta di guardare. E quello che si vede è un incrocio tra una parata militare e una puntata di “Striscia la notizia”, dove le ragazze in tubino non sono più il premio, ma l’avanspettacolo per un messaggio politico zuccheroso e penetrante. Il potere che diventa simpatica canaglia, il controllo che si fa battuta, l’ortodossia che balla il tip-tap.
Non chiamatela cultura. Chiamatela infrastruttura. L’intrattenimento di massa è l’infrastruttura del consenso. E quando un governo possiede sia l’hardware (le tv pubbliche) che il software (i conduttori, i copioni, i “personaggi”), allora hai il perfetto “Disneyland del Dovere”, dove ogni sorriso è un dovere civico e ogni applauso una standing ovation obbligatoria per lo spettacolo del potere.
È il fascismo dell’allegria! Devi essere felice! Devi essere leggero! Devi applaudire il ventriloquo mentre ti infila la mano dove non batte il sole e muove le tue labbra per farti cantare “Volare”!
E se ti lamenti, sei tu quello che rovina la festa. Sei tu il guastafeste, il complottista, l’amaro.
Provano a rubarci il diritto alla malinconia, alla rabbia, alla dissonanza. Andrea Pucci è un incubo umoristico! È la commedia dell’arte del nuovo regime, dove Arlecchino indossa una cravatta tricolore, Pantalone fa la manovra finanziaria sul palco, e Colombina è la libertà di stampa, ammanettata a un carro allegorico della Rai!
Ridono mentre svuotano il significato di tutto! Il loro slogan è: “NON PIANGETE, ORGANIZZIAMO NOI ANCHE LE VOSTRE RISATE”.
È la satira che diventa realtà, ma al contrario. Non è la realtà che viene satirizzata. È la satira che viene usata come schermo per la realtà. Il comico non è più chi sfida il potere. È il potere che si fa comico per sfidare la tua capacità di distinguere ancora la presa per il culo dalla notizia. Ti inondano di zucchero satirico fino a farti venire il diabete dell’anima. E poi ti vendono l’insulina, che è sempre loro.
L’unica cosa più tragica di uno Stato che controlla la commedia, è una commedia che si fa Stato. È il trionfo del mediocre, dell’amico degli amici, del simpatico a comando.
È la morte del genio scomodo, della voce che non ha paura di non far ridere, ma di far pensare.
Hanno messo in sicurezza anche l’ultimo territorio selvaggio: l’irriverenza. L’hanno recintato, disinfestato, illuminato a giorno e ci hanno piazzato sopra un conduttore televisivo.
Tuttavia esiste una soluzione: Basta non guardarlo!
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 2/26, Mip Lab)
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4 févr. 2026
FRANCESCA ALBANESE: IL RESOCONTO DELL’APOCALISSE A MONTECITORIO (il capitalismo del disastro applicato alla pulizia etnica. Per questo è la "strega". Non perché dica falsità, ma perché dice verità talmente esplosive da far tremare le fondamenta dell'ordine ipocrita su cui poggiamo. E il governo Meloni, in linea con le circensi acrobazie retoriche, non l'ha nemmeno ricevuta. Unico paese “civile” a farlo)
Pare che la sala Montecitorio fosse piena. L'ho saputo dalla mia cara amica Doriana Goracci. Piena di persone che stanno a sentire qualcosa di terribile. E la cosa più amara è che in quella sala, per ascoltare che da qualche parte il mondo sta cadendo a pezzi, non c'era più un posto vuoto.
Non per la partita, non per il concerto, ma per sentire la lista dei morti. Questo è il punto in cui siamo arrivati: dobbiamo prenotare il posto per l'orrore.E poi finisce la conferenza, si spegne la luce, e tutti fuori, nel traffico, come se l'orrore fosse rimasto lì, sulla sedia, e ti porti via un pezzo di quell'orrore addosso, e ti senti più vecchio, più stanco. Senza sapere bene il perché.
Signore e signori, c’è chi ha il coraggio di scoperchiare il più grande spettacolo ipocrita del mondo occidentale!
Stasera, sul palco principale: il genocidio in diretta streaming!
Presentato da Israele, sponsorizzato da USA e Germania (con il 99% degli armamenti forniti, applausi!), e con la gentile collaborazione tecnica di Italia & Co..
L'Italia, un partner così premuroso che, mentre bloccava timidamente nuove esportazioni di armi, ha quintuplicato le sue importazioni di armi israeliane.
Da cliente a fornitore? No, più intelligente: da complice minore a cliente fedele del macellaio! Un genio della realpolitik!.
Non è "complicità". Chiamatelo col suo nome dolce: "business as usual". L'F-35 che vola su Gaza ha pezzi made in Italy.
Il proiettile che uccide una famiglia a Gaza, il porto italiano che fa transito per la logistica, l'esercitazione militare congiunta in Grecia; sono tutti "pezzetti" di un puzzle chiamato crimine collettivo.
Ma attenzione! Il governo italiano si difende:
"Noi rispettiamo la Legge 185 del 1990, che vieta di vendere armi a chi viola i diritti umani!".
È come un pirata che brandisce il codice della strada.
E mentre lo dice, sta pure cercando di modificare quella legge per togliere la trasparenza, per non far sapere a noi, pecorelle, attraverso quali banche fluiscono i soldi del sangue.
Prima ti rendono complice, poi ti rendono ignaro.
Gli stati più potenti della Terra hanno guardato il bagno di sangue a Gaza -64.605 morti, 163.319 feriti, un "cimitero" secondo l'ONU- e hanno detto:
"Interessante".
Hanno visto la Corte Internazionale di Giustizia parlare di "rischio di genocidio" e hanno detto:
"Prendiamo nota".
Hanno letto il rapporto della loro stessa relatrice ONU, Francesca Albanese, che parla di 63 stati complici, e l'hanno sanzionata, insultata, chiamata "strega", denunciata in tribunale dalla lobby pro-Israele.
La macchina non solo uccide, ma cerca di mettere a tacere chi indica il killer.
E l'Italia? Il governo Meloni non l'ha nemmeno ricevuta. Unico paese “civile” a farlo. Che orgoglio.
In compenso nel Parlamento italiano c'è stata una vivace discussione.
Da una parte, una sparuta minoranza che ha portato la Albanese a dire:
"La Palestina continua a essere distrutta e l'Italia è complice".
Dall'altra, la maggioranza che ha gridato allo scandalo:
"Doppia morale! Oltraggio!".
Questi stessi politici, pochi giorni prima, si erano indignati perché l'opposizione aveva occupato la sala per bloccare la presentazione di una proposta di legge sulla "Remigrazione" di gruppi neofascisti. Capite l'umorismo? Bloccare i neofascisti è oltraggioso. Ascoltare un rapporto ONU su un possibile genocidio è oltraggioso. L'unica cosa non oltraggiosa, a quanto pare, è continuare a rifornire di armi e soldi il governo che quel genocidio lo sta compiendo. La logica è una danza macabra.
Per fermare le forniture di armi a Israele, servirebbe l'azione dei tre principali fornitori: USA, Germania e Italia. Ma questi non agiranno finché non agiranno. Nel frattempo, l'Italia può dire: "Noi abbiamo sospeso le nuove licenze!" (mentre le vecchie valgono milioni e le importazioni esplodono). La Germania può dire: "Siamo i garanti di Israele!" (fornendo il 33% delle sue armi, soprattutto navi che bloccano Gaza). E gli USA possono respingere al Senato qualsiasi mozione per bloccare gli aiuti miliardari.
Il sistema è perfetto: tutti sono colpevoli, ma nessuno è responsabile. E se qualcuno, come la Albanese, grida che il re è nudo, lo si accusa di antisemitismo.
Un trucco così vecchio che ha la barba bianca. Usare la memoria della Shoah per coprire un massacro. È come usare un estintore per alimentare un incendio.
Analizziamo il flusso di capitale. Il rapporto parla di un sistema economico del genocidio. Non solo armi. Commercio (474 miliardi di dollari di scambi con Israele tra 2022-2024), investimenti, collaborazioni tecnologiche "dual-use". L'Occidente, e parte del "Global Majority", profitta della distruzione.
Si condanna a parole e si firmano contratti. È il capitalismo del disastro applicato alla pulizia etnica.
E i media? In Italia si discute se la RAI sia "Tele Meloni" o meno, mentre i talk show si trasformano in arene dove la conduttrice di turno può sfogare "livore" contro il governo, ma raramente si approfondisce il flusso delle armi o il significato giuridico di "complicità". Si preferisce alimentare lo scontro politico allo scandalo morale. Il genocidio è uno sfondo, un tema di discussione, non un'emergenza che ferma il mondo.
Ricapitoliamo. Abbiamo le prove. Abbiamo le leggi internazionali che urlano "FERMATELI!". E cosa fa la comunità degli stati? “Acrobazie retoriche”, come sottolinea la Albanese.
Eccoli all’opera i funamboli del cinismo.
"Siamo preoccupati..." (intanto la bomba viene caricata). "Chiediamo moderazione..." (intanto si rinnova il contratto per gli F-35). "Bisogna rispettare il diritto internazionale..." (intanto si boicotta chi lo applica).
Il potere non è corrotto, è corruzione istituzionalizzata.
L'Italia è il terzo fornitore?
È politica estera.
Si modificano le leggi per oscurare i flussi finanziari delle armi? È sicurezza nazionale.
Si insulta una relatrice ONU?
È patriottismo.
Si chiama Impero. E l'Impero parla la lingua della legge quando serve, e la calpesta quando serve. L'unico crimine vero, agli occhi del potere, è rompere il silenzio della complicità.
È quello che ha fatto Francesca Albanese. Per questo è la "strega". Non perché dica falsità, ma perché dice verità talmente esplosive da far tremare le fondamenta dell'ordine ipocrita su cui poggiamo.
Si tenta in ogni modo di annichilire chi la pensa diversamente. Siamo avviliti. Nauseati. Ci aggrappiamo a gesti simbolici: firmare petizioni, discuterne al bar, condividere post.
Forse, come la cantante Levante, rifiutarsi di andare all'Eurovision se vi partecipa Israele.
Forse, come alcuni portuali di Marsiglia, rifiutarsi di caricare munizioni.
Piccoli atti di diserzione in un sistema che ha fatto della complicità un obbligo. È la ribellione della coscienza contro la passività organizzata. È tutto ciò che ci resta mentre i nostri governi, nella loro saggezza cinica, scelgono di essere architetti attivi dell'orrore, non semplici spettatori.
Gaza è un cimitero. Quasi. Fino a quando l'ultimo palestinese non avrà recitato la sua parte: quella della vittima silenziosa, sotto le bombe firmate anche da noi.
Questo non è un report. È un atto di accusa. Contro i governi. Contro i media compiacenti. Contro l'opinione pubblica narcotizzata.
E, soprattutto, contro quella cospirazione della realpolitik, che scambia vite umane per interessi strategici.
La Albanese l'ha detto chiaro: il diritto internazionale non è un'opzione, è un obbligo. Chi lo viola è complice. Punto.
Siamo tutti chiamati a scegliere da che parte stare: con gli esecutori e i loro complici, o con le vittime e coloro che, come Nelson Mandela ci ha insegnato, sanno che "la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi".
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)
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2 févr. 2026
LA SANITÀ PUBBLICA È IL MIGLIOR INVESTIMENTO PER LA SANITÀ PRIVATA
CRIMINALIZZA I PACIFICI. SEMINA IL TERRORE, LA VIOLENZA DI STATO COME SERVIZIO PUBBLICO (i media, bravi ed obbedienti, fanno il resto: spostano il dibattito sul "chi sono" i violenti fantasmi stranieri invece che sul "chi li lascia fare")
Il copione, come sempre, era già scritto. La macchina del finto caos, oliata e pronta. Arrivano "fantasmi" e mettono a ferro e fuoco Torino. Chiamiamoli per quello che sono: agenti del caos con stipendio fisso e benefit. Ma non ditelo in TV, che sono parole forti. In TV ti dicono che vengono "dall'estero". Sono sempre i figli del Conte Dracula arrivati dalla Transilvania per rompere le vetrine. Funziona. La gente ci crede.
E la polizia dov’era? A farsi le unghie? Conoscono il percorso, hanno le telecamere, i droni, la merda tecnologica che ci vendono per sicurezza. Ma questi "fantasmi" armati fino ai denti no, quelli no, quelli li vedi solo quando è troppo tardi. È illusionismo di stato! Un gioco di prestigio dove spariscono i diritti e compare la repressione.Anche mia madre ha commentato il tg 3: “Ma come mai questi scalmanati vengono tutti dall’estero e non li acciuffano mai!?” Forse sono alieni? Forse gli alieni vengono a protestare a Torino (Prima preferivano Genova).
Per fermare i violenti, devi avere la volontà politica. Ma la volontà politica c'è solo dopo che i violenti hanno fatto il loro lavoro, per giustificare le nuove leggi che servivano a fermarli prima. Se li avessi fermati prima, non avresti la scusa per le leggi. Ti inchiodano alla tua stessa logica.
Prima il trauma: la violenza, la paura, le fiamme in TV a ripetizione. Poi la "cura": il pacchetto sicurezza, lo stato di polizia, la sospensione del garantismo per chiunque osi dissentire. Creano il mostro, poi si offrono come unici cacciatori in grado di abbatterlo. È un racket. Il più grande racket di protezione che esista.
Francesco Cossiga, citato come un oracolo osceno, è il sommo sacerdote occulto di questo rito, anni fa, aveva già dettato il verbo: “Lasciarli fare...picchiarli”. È il manuale. Spaccali, criminalizza i pacifici, semina il terrore. E poi fai suonare le sirene delle ambulanze come una sinfonia per il pubblico rassicurato. La violenza di stato come servizio pubblico.
La manipolazione è così sfacciata che ormai è un arte concettuale. I media, bravi ed obbedienti, fanno il resto: spostano il dibattito sul "chi sono" i violenti fantasmi stranieri invece che sul "chi li lascia fare". E il pubblico è troppo impegnato a odiare lo il cattivo di turno per vedere il burattinaio. È un paese di sonnambuli che applaude i propri carcerieri.
La dissidenza va annichilita, la piazza messa in ginocchio, l'intellettuale ridotto a terrorista. Una voluttà burocratica. Poi torni a casa, accendi il tg, e ti senti protetto. Ti hanno fatto il lavaggio del cervello e ti hanno messo anche il balsamo.
Ricapitoliamo: violenti misteriosi appaiono dal nulla in città blindate. La polizia, misteriosamente, è in letargo. Scoppia il casino. I media gridano al terrore di piazza. Il governo propone leggi che aspettava solo il pretesto per far passare.
E noi siamo qui a chiederci: "Ma è così difficile scoprirlo preventivamente?".
Il più delle volte, quando un governo grida "al lupo!" è perché hanno loro stessi pagato il lupo per farsi vedere. E quando finalmente gli sparano, incassano la ricompensa e si fanno eleggere eroi.
L'unica cosa più imbarazzante della strategia del potere è la nostra capacità di fingere stupore ogni volta che la mette in atto.
Quand’ero ragazzo vidi un pomeriggio d’estate un vecchio filmetto noir, non ricordo il titolo. Ma noi siamo come la ragazza che, dopo la decima volta che cercano d’ammazzarla, continua a chiedersi "Diamine…ma chi mai potrebbe volermi morta?".
Torino, Genova, è sempre lo stesso copione. Un sistema che ha bisogno del nemico, e se non c'è, lo crea. Lo incuba, lo nutre, lo infiltra nella folla. Poi lo scatena. E quando la paura ha raggiunto il picco, si presenta come l'unica soluzione. Con le leggi speciali. Con le manganellate. Con le sirene delle ambulanze che coprono gli urli. Funziona sempre.
***
"Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale." (Francesco Cossiga)
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)
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31 janv. 2026
EH NO! NO, NO, NO!!!
È triste vedere una macchina che funziona, certo, un po' vecchiotta ma che va, e decidere di smontarla pezzo per pezzo. Non perché sia rotta, ma perché forse, a qualcuno, dà fastidio il rumore del motore. Il rumore della giustizia che prova a lavorare. E tu guardi i pezzi sul sparpagliati allo (s)fascio e pensi:
"Adesso come la rimontiamo?".
E la risposta è che, a chi sta smontando, non interessa rimontarla. Interessa che non si muova più.
"Separare le carriere". Sembra una cosa da grandi maghi: "Magia magia…Separazione!".
In realtà è come dire a due gemelli che devono custodire la stessa casa: "Da oggi, tu controlli solo le finestre, tu solo la porta". E poi chi mette la serratura alla porta? Il governo di turno. E chi decide se tenere le finestre aperte per l'aria buona o chiuse per paura? Sempre loro. E noi fuori, a bussare.
Ti promettono più giustizia, ma intanto moltiplicano i posti a sedere. I consiglieri da 33 diventano 78. Sai quanti soldi sono? E chi paga? Noi, mentre loro si siedono su tre poltrone diverse invece che su una. Hanno inventato il "tris di poltrone". E la chiamano riforma. Io la chiamerei "grande abbuffata sulla nostra pelle".
Non vi fate ingannare dalle parole complicate. "Alta Corte", "sorteggio", "3/5"... È fumo. La sostanza è una sola: togliere potere a chi indaga sui potenti e darlo a... indovina un po'? Ai potenti! È un vecchio trucco del mondo. Metti il poliziotto nello stipendio del ladro e vedi che succede: smette di arrestare il ladro.
Vogliono prendere un sistema, non perfetto ma che almeno ha l'idea folle che un pubblico ministero sia libero come un giudice, e spezzarlo in due. Per mettere il PM sotto controllo. Per dirgli: "Quello sì, indagalo. Succederà questo se diremo Sì.
Dicono che sia necessario. Una necessità improvvisa, come quella di un uomo annegato che ha bisogno di una secchiata d'acqua in testa.
Ma i numeri dicono che i passaggi da giudice a PM sono una goccia: lo 0,48%. Per fermare quella goccia, stanno per buttare a mare l'intera nave della Costituzione. Quando un uomo ti dice che deve dare fuoco alla casa per uccidere un ragno, diffida. E vota No.
È come se i cani da guardia del gregge (i magistrati) improvvisamente venissero divisi in due squadre: una che può abbaiare solo di giorno e l'altra solo di notte. I lupi, nel frattempo, si siedono e scelgono il personale per entrambe le squadre. E ordinano le uniformi. A me sembra una pessima idea per le pecore. Abbastanza da dire un sonoro, chiarissimo No. (Oddio, il massimo per i pecore sarebbe non avere a che fare con i pastori, che sono il potere).
È la trappola perfetta. Ti accusano? Se sei ricco, paghi un avvocato che trovi le prove per scagionarti. Se sei povero, aspetti. Aspetti di trovare un giudice imparziale. Aspetta, aspetta. Se i PM non sono più liberi, chi ti accusa potrebbe essere solo il braccio armato di qualcuno che ti vuole fuori dai piedi. Allora aspetterai per anni. In un labirinto dove l'unica via d'uscita è il portafogli. Non ci vuole un genio. Basta un No.
È la volgarità del potere, nuda e cruda. Una bramosia di controllo così totale da non vergognarsi nemmeno più di mostrarsi. Spendere 150 milioni di euro per creare due comitati invece di uno, per moltiplicare burocrazia e clientele, mentre le scuole crollano. È il trionfo del cinismo. Un'operazione di chirurgia plastica costituzionale per dare al governo il telecomando della giustizia. Disgustoso. No.
In una società già così stanca e disillusa, offrono solo un ulteriore grado di separazione. Separare i magistrati l'uno dall'altro, isolarli, renderli più deboli e controllabili.
È il sogno di ogni potere: frammentare per dominare. L'uomo comune non ci guadagnerà nulla. Perderà un barlume di garanzia. Scivolerà un po' più in basso nella rassegnazione. Perché accettarlo? No.
Ti parlano di efficienza, di modernità. In scena, attori serissimi discutono di articoli e percentuali. Ma nella platea, lo spettatore intelligente vede la vera pièce: la commedia della conquista. Vogliono il palcoscenico tutto per sé, senza fastidiosi controllori di retroscena. Il finale è scontato, se non alziamo la mano per dire: No.
L'ossessione (globale, non solo italica) per il controllo, la paura della verità libera. Trent'anni di un certo umorismo politico con il pagliaccio B hanno provato a convincerti che chi amministra la giustizia è il tuo nemico.
Ora il colpo di grazia: imbrigliarlo definitivamente. È la storia di un paese che, invece di curare la febbre, decide di rompere il termometro. Con un referendum. Un'automutilazione. No.
Sentite fischiare l'asteroide? Ha la forma di un'urna. Si avvicina il giorno del voto. Ci inonderanno di storie sugli errori dei magistrati, per farci dimenticare il vero architetto di questo pasticcio, Licio Gelli, e il suo sogno di una giustizia "amica".
Useranno sondaggi falsi per dirci che è inutile votare. Ma un bel NO, secco come uno schiaffo, può ancora abbattersi sulle loro teste da dinosauri. Non si estingueranno, purtroppo, ma almeno gli faremo male. Quindi: andate a votare NO.
In un laboratorio con adolescenti abbiamo cercato di studiare, di capire. Vogliono cambiare la Costituzione per dividere i magistrati (giudici e PM) in due gruppi separati, con due capi diversi. In pratica, il governo vuole mettere il guinzaglio a chi fa le indagini, per decidere chi colpire e chi no. Inoltre, spenderanno un sacco di soldi nostri per creare un sacco di nuovi posti ben pagati per i loro amici. È una mossa di potere, non serve a migliorare la giustizia per la gente comune. Anzi, la rende più debole. Per questo dobbiamo dire NO.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26, Vitto kii, Terry, Valedac, Jote Meno, AntoVende, Luce, Lucrezia, Marzia F.)
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30 janv. 2026
BANNON E LA DOTTRINA DELLA MASTURBA(NA)ZIONE (Ice: quando il business è congelare il pensiero)
Lui parla di "insorti" ma i veri insorti sono quelli che usano la Costituzione come carta igienica e chiamano "patriottismo" l'incarcerare i sindaci. "Arrestiamo i governatori!" Bella roba.
Il trucco è sempre lo stesso: prendi una parola vera -paura, disagio- la fai a pezzi, la servi con un contorno di odio e la chiami verità.
Vi siete mai chiesti perché si chiama "Ice"? Ghiaccio. Freddo, duro, che non si scioglie. Perfetto. Perché il loro business è di congelare il pensiero. Sostituire le sinapsi con slogan.
"Accademia dei Gladiatori". Un gladiatore combatteva per la folla, e alla fine moriva per divertire l'imperatore. Sono precisi, almeno nella metafora. Loro addestrano gladiatori da circo per un impero che non esiste più. E ci fanno pagare salato il biglietto.
Bannon, un uomo salvato dalla cauzione di cinque milioni di dollari -soldi che non erano suoi, ma rubati al Muro che doveva tenere fuori i messicani- spiega all'Italia come dovrebbe comportarsi. E nello stesso respiro annuncia la sua scuola per gladiatori della comunicazione.
Bannon afferma di avere un gran rispetto per Roma antica. Questo non mi sorprende. C'è una certa affinità tra chi progetta scuole per gladiatori e chi, nell'antica Roma, vendeva biglietti falsi per il circo. Entrambi speculano sul desiderio della plebe di vedere sangue e panem.
Bannon sogna paracadutisti che scendono su Minneapolis, per sistemare una discussione tra il sindaco e il governatore. In queste ore è impegnatissimo a dare istruzioni alla 101esima Divisione Aerea.
Bannon in pillole?
Ruba soldi dal Muro.
Il Muro serve a fermare l'invasione.
L'invasione che non è stata fermata dal Muro (perché i soldi sono finiti da lui) diventa la prova che serve più Muro, e più gente come lui a gestirlo.
È la macchina perfetta. Più fallisce, più dimostra di essere necessaria. E chiunque non sia d'accordo può andare a farsi fottere, citazione letterale.
La sua prosa è un fluido tossico, una melma verbale di paranoia distillata. Un intelletto così ossessionato dalla putrefazione della civiltà da esserne diventato il più efficiente propagatore.
Bannon vende fondamentalismo identitario come altri venderebbero dello shampoo. L'Italia, la Francia, l'America, marchi in fallimento che lui pretende di rilanciare.
Il suo "Amore" per Roma è lo stesso di quello del turista per un sito in rovina: si può scattare una foto suggestiva, poi abbandonarlo alla spazzatura e ai piccioni. L' "Accademia dei Gladiatori" è lo stadio ultimo della società dello spettacolo: allenarsi a morire per i like.
Il dramma è nella ripetizione. "Fuck you. Fantastica. Globalista. Insorti. Fuck you." È un copione povero. Una litania. Lui recita la parte dell'uomo che dice le cose che nessuno ha il coraggio di dire, ma le dice da anni, sempre le stesse, su ogni palco che lo paga. E il pubblico applaude, non alla verità, ma alla riconoscibilità del ritornello.
Bannon ha trovato la sua causa: la masturbazione della nazione.
Come? Attraverso un complesso di persecuzione, rabbia impotente e verbosa, scaricare su un "loro" oscuro (i globalisti, gli antifa, i messicani, i cattivi italiani) l'incubo della propria inadeguatezza. Solo che adesso ha un microfono, e i soldi rubati al Muro per pagarsi gli avvocati. Il film è lo stesso, il palco è più grande. E le conseguenze non sono più solo sulla moquette del salotto.
Il visionario Bannon, dal ponte di uno yacht cinese, poco prima di essere arrestato per frode, aveva la chiara visione di come salvare l'Occidente: mandando i parà a Minneapolis e aprendo una scuola di politica in un convento. È come se Jack lo Squartatore tenesse un webinar sulla sicurezza delle donne.
La destra globale è una B-movie finanziato con i soldi del Muro mai costruito. E Meloni? Salvini? Forse stanno ancora aspettando che gli autografino il poster.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab,1/26)
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#MIPLab
29 janv. 2026
DEL VECCHIO HA PERSOL!
Leonardo Del Vecchio ha Persol un'occasione per essere onesto!
Lui si è fatto sostituire alla guida. Noi sostituiremo i suoi prodotti e servizi con altro.
Siccome più sono ricchi e più sono stronzi, proviamo ad educarli con l'unica cosa che capiscono: i soldi!
Leonardo Del Vecchio, tramite la holding Delfin, ha costruito un impero diversificato oltre il marchio Persol.
Possiede quote di maggioranza di EssilorLuxottica (Ray-Ban, Oakley, Sunglass Hut);
Luxair: Compagnia aerea lussemburghese.
La holding Delfin, che gestisce il patrimonio, aveva un Net Asset Value (NAV) superiore ai 27 miliardi di euro al 2020.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 1/26)
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27 janv. 2026
LA GIORNATA DELLA MEMORIA (deve servire a riconoscere il male oggi, quando si ripresenta, anche sotto altre spoglie)
Oggi è la Giornata della Memoria. Si sente, è nell’aria, alla radio, in TV. E io mi sento così fuori posto.
Perché parlare è come buttare sassi in uno stagno. Li butti, fanno “plop”, si formano dei cerchi e poi tutto torna piatto.
La parola si consuma. Il silenzio, a volte, forse, dice di più. Ma il silenzio oggi è un lusso che non ci possiamo permettere.
Hanna Arendt la chiamava “banalità del male”. Eichmann era un uomo spaventosamente normale, un burocrate, faceva il suo lavoro. Compilava le liste, organizzava i treni, faceva quadrare i numeri. Era solo un ingranaggio che doveva funzionare bene.
Il male che faceva non nasceva da un’anima nera, ma da un’“inabilità a pensare dal punto di vista di qualcun altro”.
È così banale, così ordinario, che diventa invisibile. E il più grande pericolo è proprio questo: quando il male diventa routine, normale amministrazione, ordine del giorno.
Arendt diceva: quella banalità non è finita nel 1945. È qui. Adesso. E fa i conti con i numeri, come faceva Eichmann.
Oggi i numeri hanno un altro nome. Gaza. 70.000 morti. Forse 80.000. E quasi sei su dieci sono bambini, donne, anziani. Persone che difficilmente possono essere chiamate combattenti.
Settantamila. È un numero. Come si fa a pensare a un numero? È astratto. Ma dietro ogni numero c’è un “plop”. Lo stesso suono che fa il mio sasso nello stagno.
Una vita che sparisce, e lascia solo un cerchio che si allarga e poi svanisce. Settantamila “plop”. Uno dopo l’altro. Un rumore che dovrebbe essere assordante, e invece è soffocato dal rumore di fondo del mondo, dalle chiacchiere, dalle giustificazioni.
È facile distruggere l’altro se lo si vede come “non umano”. È quello il primo passo di ogni genocidio.
Questo serve a capire “come è potuto accadere”, ieri come oggi.
Perché quando non vedi l’altro come un essere umano, con le sue paure, i suoi sogni, il suo amore per i figli, quando lo trasformi in un numero, in un problema da risolvere, in una minaccia da eliminare, allora tutto diventa possibile. E giustificabile.
È la stessa logica. La logica del boia che va a lavorare la mattina, fischiettando, dopo aver spento la vita a decine di persone.
Noi occidentali, “civilizzati”, figli di quella storia, dovremmo saperlo. E invece guardiamo, come allora, dall’altra parte. Con il nostro silenzio, con le nostre mezze condanne, con i nostri “sì, ma…”. Amnesty International parla di genocidio.
Parole forti. Ci fanno paura. Preferiamo non sentirle. Perché metterebbero in discussione tutto.
E così, diventiamo complici di quella banalità. La ripetiamo, con le nostre indifferenze, i nostri click su un’altra notizia, il nostro voltare pagina.
Oggi è il giorno della Memoria. Ricordiamo sei milioni di “plop”. Li ricordiamo con dolore, con rispetto. È giusto, è sacrosanto. Ma la memoria non è un museo. Non è un monumento che si visita una volta all’anno. La memoria è una spina nel fianco. Deve servire a riconoscere il male oggi, quando si ripresenta, anche sotto altre spoglie.
Altrimenti è solo un rito vuoto. Un discorso fatto di frasi fatte, come quelli che Eichmann amava tanto.
Ricordare la Shoah e tacere su Gaza!è una scissione dell’anima. È come dire: “Mai più!” ma solo per un certo tipo di vittime. Per altre, si può fare un’eccezione.
L’essere umano, quando perde la capacità di immedesimarsi, quando spegne l’affetto per l’altro da sé, diventa capace di tutto. Diventa un burocrate dell’orrore.
Io non so come si fermi tutto questo. Forse non si ferma. Forse l’uomo è fatto così. Ma non ci posso credere. Non posso.
Forse si ferma ricominciando a vedere le persone, una per una. Settantamila non è un numero.
È Mohammed che voleva fare il dottore. È Yasmin che amava i fiori di gelsomino. È un vecchio che raccontava storie ai nipoti. È un bambino che non ha fatto neanche in tempo a capire.
Dobbiamo urlare questa verità. Scrive Bertolt Brecht:
“Generale, il tuo carro armato è un veicolo potente. Spazza via foreste e schiaccia cento uomini. Ma ha un difetto:
Ha bisogno di un conducente. Generale, il tuo bombardiere è potente. Vola più rapido della tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: Ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo è molto utile. Sa volare e sa uccidere. Ma ha un difetto: Sa pensare.”
Sa pensare. È lì il nodo. È una condanna e una speranza insieme. Il sistema, la macchina della guerra, ha bisogno di noi. Di conducenti, di meccanici, di burocrati che compilino le liste. Di persone che spengano il pensiero, che non si facciano domande. Che dicano “io facevo solo il mio lavoro”. Ma l’uomo ha questo difetto, dice Brecht: può pensare. Può guardare quella macchina e dire: “No. Io qui non ci sto. Io riconosco l’umano che è in te, e non ti distruggo. Non ti trasformo in un numero. Non divento il boia fischiettante”.
Forse è una speranza troppo fragile. Ma finché qualcuno alzerà la voce, forse i cerchi nello stagno non svaniranno del tutto. Forse qualcuno li vedrà, e si ricorderà. Oggi, e tutti i giorni.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 1/26)
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26 janv. 2026
LE BABY GANG E IL FALLIMENTO DELLO STATO SOCIALE
Baby gang, siamo oltre l'emergenza criminale, siamo ad un vero e proprio collasso sociale e morale. Maleducazione, cattiveria intrinseca dei giovani; ma cosa ha prodotto questo esito?
C’è stata una trasformazione del fenomeno delle "baby gang": da espressione di disagio economico localizzato a fenomeno culturale diffuso, trasversale alle classi.
Il 43% degli adolescenti teme di uscire di casa (indagine “Con i bambini”, Demopolis). Ciò indica una società in cui la paura e l'insicurezza sono diventate l'ambiente naturale per le nuove generazioni.
Quando lo stato sociale si ritira e le relazioni umane sono mercificate, ciò che resta è un deserto sociale, nel quale l'identità si costruisce non attraverso la partecipazione a progetti comunitari significativi, ma attraverso la performance di potere sui più deboli, amplificata dai social media.
Il "fascino del potere" di cui si parla non è un tratto psicologico innato, ma una risposta logica a un ambiente che glorifica l'individualismo aggressivo, la competizione spietata e la visibilità a qualsiasi costo (per un corso accelerato sul bullismo basta seguire il modello Trump). I modelli offerti dalla cultura dominante -dal reality show allo youtuber che sfida ogni limite- sono precisamente questi.
La risposta dello Stato è un caso di studio da manuale sulla politica dell'irrazionalità punitiva. Si agisce su sintomi superficiali (il coltello, la multa al genitore) mentre si smantellano sistematicamente le condizioni per qualsiasi soluzione reale.
Si inaspriscono le pene e si costruiscono nuove carceri minorili (+90% di ingressi), mentre contemporaneamente si tagliano i fondi per l'istruzione, la prevenzione, i servizi sociali e il contrasto alla povertà educativa (il Fondo passa da 100 a 3 milioni).
Questa non è incompetenza. È una scelta politica precisa. Riflette una visione del mondo in cui lo stato non è un'entità che promuove il benessere collettivo, ma un apparato di sicurezza il cui compito è gestire e contenere i danni umani prodotti dal sistema economico neoliberista.
L'incarcerazione di massa, anche dei minori, diventa il meccanismo di default per gestire il fallimento sociale.
È più conveniente per le élite al potere criminalizzare la miseria e il disagio che affrontarne le cause sistemiche: la precarizzazione del lavoro, la distruzione della scuola pubblica come ascensore sociale, lo smantellamento dei servizi territoriali, la commercializzazione di ogni aspetto della vita.
La multa ai genitori è la quintessenza di questa ipocrisia. Si colpevolizza l'individuo (la famiglia in difficoltà) per un fallimento che è anche -e soprattutto- collettivo e istituzionale.
Come nota l'ex giudice Maggia, come può una famiglia in lotta per la sopravvivenza economica competere con l'apparato mediatico-industriale che bombarda i figli di modelli di violenza e consumismo sfrenato? Si punisce chi è già vittima di un sistema, assolvendo le vere responsabilità: quelle della classe dirigente che ha scelto il disinvestimento nel futuro.
L'analisi sull'"esposizione continua a contenuti violenti" e sull'uso problematico dello smartphone coglie un punto cruciale, ma non lo inquadra correttamente. Non si tratta di una semplice "influenza" negativa.
Le piattaforme sociali sono progettate, per massimizzare il profitto attraverso l'engagement, per sfruttare le vulnerabilità psicologiche, promuovere polarizzazione, rabbia e comportamenti estremi. L'adolescente non è solo "esposto" alla violenza; è immerso in un ecosistema digitale che premia algoritmicamente la trasgressione, lo shock, la prevaricazione.
Il rifiuto di alzare in modo efficace l'età di accesso (con controlli reali e sanzioni devastanti per le piattaforme) non è una svista.
È la sottomissione del benessere collettivo e dello sviluppo psichico dei minori agli interessi di potentissime corporazioni tecnologiche. Lo Stato, in questa fase storica, è più debole dei poteri privati transnazionali e abdica al suo ruolo di garante del bene comune.
Abbiamo distrutto le famiglie, il lavoro e il futuro. Le famiglie sono state isolate, private di tempo e risorse dal precariato; il lavoro è stato reso insicuro e impoverente; il futuro è stato rubato attraverso il debito, la crisi climatica e la negazione di prospettive.
Ammesso che possa esistere una soluzione, non è tecnica, semmai politica e morale.
Bisognerebbe rivedere le priorità di bilancio: in aggiunta al finanziamento carcerario serve reindirizzare massicci investimenti verso scuola pubblica di qualità, servizi sociali diffusi, centri di aggregazione, sostegno alla genitorialità.
Inoltre, mi chiedo, quanto è ancora possibile regolare il potere privato? Imporre per legge limiti stringenti alle piattaforme digitali, proteggendo l'infanzia dalla predazione commerciale e algoritmica.
Occorre rigenerare la comunità: ricostruire spazi di socialità nuova, dove i giovani possano trovare riconoscimento, senso di appartenenza e progetti comuni al di fuori della logica del consumo e della performance violenta.
Quanto poi alla sicurezza sociale, serve garantire lavoro dignitoso, reddito e tempo per le famiglie. Senza sicurezza materiale, non può esistere sicurezza emotiva o educativa.
Stiamo assistendo, non solo al fallimento degli adolescenti, ma al fallimento delle istituzioni adulte -politiche, economiche, mediatiche- nel mantenere il patto fondamentale di una società civile: quello di proteggere i propri giovani e di offrire loro un orizzonte di vita degna.
La risposta punitiva e irrazionale dello Stato è un errore di calcolo ma ancor più la manifestazione di una cultura del potere che ha rinunciato a educare e a includere, e sceglie di controllare e reprimere i danni che essa stessa produce.
Va messa in discussione questa cultura e le strutture di potere che la sostengono, solo così le "baby gang" saranno un'anomalia, e non il prodotto logico, e tragico, del nostro tempo.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Memorie di un adolescente, 1/26)
#italiennéandertalien
#memoriediunadolescente
25 janv. 2026
ICE-AGGHIACCIANTE (Dicono poi che mentre ritornava, fosse molto radicale, andava in macchina, guidava e quindi si ammazzava. Si fomenta la banalità del male. Questa è la cinica equazione che ci viene proposta: la colpa è sempre della vittima, il potente ha sempre una giustificazione. Stiamo mettendo in testa ai giovani che siccome io sono il più forte mi prendo tutto ciò che è tuo perché sei più debole)
22 janv. 2026
LA MALATTIA DEL POTERE (E DELLA SOPRAFFAZIONE)
Make America Gretta Again
Gretta e meschina. E fesso io che ci sono cascato. Come quando ti cade il gelato, la parte con il fior di latte e le stelline, e tu resti lì a guardare la coppetta vuota. Ecco. Più o meno così mi sento. Lei aveva qualche anno più di me, mi sembrava così mondana, così sicura. Diceva che io ero speciale, “maturo per la mia età”, un “partner naturale”. Io, ingenuo, credevo fossero complimenti. In realtà voleva dire: sei prevedibile, disponibile, e hai il portafoglio dei genitori abbastanza pieno da pagare sempre i cocktail. Ma io che ne sapevo? Ero innamorato.
Aveva un sorriso che ti prometteva il mondo, ma era un sorriso da contratto, con le clausole scritte in piccolo sotto gli occhi. Mi portava nei suoi posti fighi, mi presentava ai suoi amici, parlava di futuro, di progetti insieme, di come avremmo potuto “cambiare le cose”. Io me la sognavo di notte, questa alleanza perfetta. Lei, esperta e forte. Io, entusiasta e fedele. Il mio sogno.
Poi, un giorno, senza preavviso, ha cambiato canale. Come quando stai guardando il tuo film preferito e qualcuno prende il telecomando e mette uno spot. Ha iniziato a dire che forse io “non ero all’altezza”, che lei aveva “bisogni diversi”. Tradotto: aveva trovato uno più ricco, più potente, o semplicemente uno nuovo da cui farsi pagare i cocktail. Mi ha scaricato con un messaggio. Dopo tutte le promesse, le serate, i miei regali.
Ma dico, io ero lì a pensare al nostro appartamento arredato insieme, e lei stava già smontando i mobili per venderli su Subito.it. La signorina Gretta, l’opportunista viscida. Un narcisismo da manuale. Si specchiava nelle mie attenzioni e ci si vedeva più bella. Quando ho finito di rifletterla, mi ha sputato via.
L’amore è una forma di colonialismo sentimentale. L’amato invade il territorio dell’amante, ne sfrutta le risorse emotive, impone la sua moneta di scambio fatta di promesse, e quando il giacimento è esaurito o meno conveniente, se ne va. Senza un trattato di pace. Senza aiuti per la ricostruzione. Lascia solo macerie fumanti e il dubbio atroce di non essere mai stato veramente amato, ma solo occupato. Strategicamente utile.
E pensare che io credevo follemente in lei. La “Dottrina Gretta” si basava su un principio semplice: ciò che fa Gretta va bene per Gretta. Punto. Il resto è dettaglio. Se per aiutare un suo amico doveva passarmi sopra, lo faceva. E mi chiamava “egoista” se protestavo. Una logica perfetta, circolare, profondamente gretta. Mi seduceva con discorsi su valori comuni, su storie condivise, e poi vendeva i miei segreti (beh, i miei sentimenti) al miglior offerente. O li twittava, per farsi bella.
Ero un debole. Quindi lei mi ha lasciato. Qualsiasi cosa avessi fatto, avrebbe vinto. Perché il gioco lo ha inventato lei, e il tabellone è il tuo cuore a pezzi.
Questa storia è un tradimento. Noi giovani, idealisti, ci beviamo sempre la storia dell’amore eterno, dell’alleanza sacra. Poi arriva Gretta, con i suoi capelli biondi-platinati ma no curvy e i suoi interessi calcolati al millesimo, e ti fa credere di essere il Prescelto. Finché non servi più. Allora ti tratta come un essere insignificante. Ti dice che sei “troppo bisognoso”, “troppo complesso”. Che ha bisogno di “spazi”. Di spazi per correre dietro a un altro, più muscoloso, che parla a squarciagola e non legge libri. Uno che, di sicuro, non la tradisce con sentimenti come la “pietà” o la “delicatezza”. Lui è gretto e basta, senza vergogna. E forse a lei, in fondo, piace così. Perché è specchio.
E io sono qui. Con la mia coppetta vuota di gelato. Con il mio cuore in frantumi. Lei è già a fare serata, con il nuovo. Ride forte, si gode la vita. E io imparo che forse, la prossima volta, dovrò essere un po’ più gretto anch’io. O forse no. Forse resterò questo stupido romantico, con la vaga, triste sensazione di aver creduto a una fiaba scritta da un’affarista. Una fiaba senza lieto fine.
Il mondo va così. E forse è meglio un gelato caduto, che un gelato mangiato in gretta e avida compagnia. Ma, cavolo, quanto era buono quel gelato con le stellette. Per un attimo, ho davvero creduto che fosse per sempre.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26)
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