30 avr. 2026
ALTRIMENTI CI ARRABBIAMO (come si cambia per non morire)
DUE PESI E DUE MISURE (“E’ solo un coglione”)
Prendiamo due episodi. Due aggressioni. Due aggressori. Se il primo è musulmano, scatta subito l’analisi sociologica. Si parla di cultura violenta, arretrata, fomentatrice di odio. Di gente che non si integra. Il fanatismo, dicono, ce l'hanno nel sangue. È una questione collettiva, pesa su dieci milioni di persone. L'effetto di omogeneità dell'out-group (OHE) è la tendenza psicologica a percepire i membri di un gruppo esterno (out-group) come più simili tra loro ("tutti uguali"), mentre i membri del proprio gruppo (in-group) sono visti come più vari, complessi ed eterogenei. Questo bias alimenta stereotipi e pregiudizi.out-group omogeneità: noi siamo individui, loro sono tutti uguali. E tutti colpevoli. Se il secondo è ebreo, invece, la musica cambia. Allora è solo un coglione. Un isolato. Una mela marcia. Niente contesto, niente educazione, niente ideologia. Si condanna il singolo, e si chiude lì. Manco fosse uscito dal nulla. Questo è il bias a favore dell’ingroup: i nostri sbagli sono eccezioni, i loro sono la regola. Così proteggiamo l’immagine del gruppo che ci dà identità. A Tel Aviv come a Roma, funziona così. Si chiama errore fondamentale di attribuzione, o più semplicemente ipocrisia. Ma c’è anche un meccanismo più sporco: la colpevolizzazione della vittima. Se un ragazzo entra al ghetto con una kefya, dice Pacifici, è provocazione. Dunque se lo picchiano, se lo sprangano, se lo uccidono, se l’è cercata. La psicologia lo sa: abbiamo bisogno di credere che il mondo sia giusto. E per mantenerlo giusto, la colpa finisce sempre da quella parte. In Israele, i coloni violenti sono casi isolati. Per fortuna c'è Netanyahu, il cattivo di turno. Lo togliamo di mezzo, e tutto torna a posto: la specchiata democrazia, i valori occidentali. Bella favola. Qui scatta la riduzione a capro espiatorio: un solo uomo assorbe tutta la responsabilità, così il sistema può dormire sonni tranquilli. Classica dissonanza cognitiva: teniamo insieme l’idea di essere democratici e i fatti che dicono il contrario. Per risolverla, invece di cambiare i fatti, cambiamo il racconto. Da noi, intanto, nella comunità ebraica romana c'è chi aggredisce, chi spara, chi picchia. Ci sono le ronde all'ex ghetto. C'è una milizia che si chiama "Lega Difesa Ebraica" (quando la parola "difesa" la mettono i sionisti, vuol dire tutt'altro). E poi ci sono le liste di proscrizione, i portali che fanno i nomi degli attivisti, i canali Telegram che chiunque altro avrebbe già chiuso per istigazione all’odio. Non sono singoli “coglioni”. È un comportamento di gruppo, con ruoli, gerarchie, rituali. La psicologia sociale lo chiama polarizzazione di gruppo: quando si sta insieme, si diventa più estremi di quanto si sia da soli. Quando Riccardo Pacifici, che allora guidava la comunità, dice che "se uno entra nel ghetto con una kefiyah, è provocazione", non è un episodio. È un brodo di coltura. È quella che i libri chiamano deumanizzazione: l’altro non è più una persona, ma un simbolo, una minaccia, un bersaglio legittimo. Se parli, se critichi Israele, se provi a fare un seminario con Francesca Albanese, o se Amnesty International osa dire qualcosa, scatta il solito meccanismo: "fomentate l'antisemitismo". Si gira la frittata: la vittima diventa carnefice, chi denuncia violenze diventa la causa delle violenze. Un bell’esempio di inversione morale che la retorica identitaria sa confezionare benissimo. L'antirazzismo non può andare forte quando l'aggressore è uno sconosciuto, e fermarsi quand'è "uno dei nostri". Altrimenti, non è antirazzismo. È una corrente alternata che fa comodo. Se applichi regole diverse, non stai cercando giustizia. Stai solo proteggendo il tuo orticello. (A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)
29 avr. 2026
LA COMPLICITA'
Egregio Presidente, la grazia a Nicole Minetti non è superficialità: è complicità. Non è una polpetta avvelenata, è il menu completo del berlusconismo, servito su tovaglia tricolore. Un aeroporto intitolato a un criminale, tre giorni di lutto nazionale, nessuno ha battuto ciglio. Abbiamo scoperto che la maîtresse di Arcore ha ottenuto la grazia il 18 febbraio 2026, senza aver scontato un giorno di pena -e non li avrebbe scontati mai- tutto nascosto per due mes. Una truffa in linea. Nordio confeziona un fascicolo falso, il Colle firma come un automa distratto. Mattarella scarica su Nordio, Nordio sulla Bartolozzi, la Procura di Milano chiude la catena con un laconico: “Siamo stati diligenti ma non perspicaci”.
La grazia è per chi marcisce in cella. Minetti condannata a meno di quattro anni, sarebbe finita ai servizi sociali a badare al bambino malato. Che urgenza c’era? Quella di proteggere la “reputazione” di papà Berlusconi, la stessa che lei minacciava di far saltare con i figli: “Se la condanna viene applicata… la reputazione di papà a repentaglio! So cose che voi figli non potete nemmeno immaginare. Punto”.Mentre l’Italia si commuoveva per i lutti nazionali del Cavaliere, Minetti gestiva in Uruguay il ranch-bordello “Gin Tonic” del compagno Cipriani, un piccolo Epstein con jet privato, finanziato da Epstein in persona e socio di Witkoff. Lì, tra escort e festini, nel 2023 adottano un bambino malato strappato a genitori indigenti. La madre biologica, cercata per testimoniare, scompare. L’avvocata d’ufficio della donna e il marito vengono trovati carbonizzati in casa.
Il Quirinale concede pochissime grazie, ma per la Minetti nessun dubbio, nessuna verifica interna. E la Meloni, che ai tempi di Ruby spergiurava che fosse la nipote di Mubarak, oggi dichiara: “Mi fido di Nordio”.
Intanto l’Interpol indaga e il vaso di Pandora scoperchiato da Report e dal Fatto Quotidiano ci regala il punto più basso di un governo già abbonato alle cadute. Il Quirinale non ha peccato di superficialità: ha scelto la complicità. Come sempre, i colpevoli sono già stati graziati.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)
#italiennéandertalien
28 avr. 2026
PER GRAZIA RICEVUTA (Che casino!)
Il Quirinale comunica che, per un disguido tecnico nell’impilare le pratiche, il Presidente Mattarella ha firmato la grazia a Beatrice Venezi e, con decreto immediatamente esecutivo, nominato Nicole Minetti direttrice artistica del Teatro La Fenice.
Ora, chi conosce il Presidente sa che si muove con la cautela di un funzionario che ha studiato da mummia. Eppure, l’errore più spettacolare della storia repubblicana si consuma proprio al Colle.Una grazia che piove su Venezi, che a quanto pare stava scontando una pena per aver diretto l’inno di Mameli in 7/8 spiegando ai giudici che “lei ha in mente il vero inno e che Mameli era solo un raccomandato”.
E la Minetti alla Fenice. La Minetti. Il teatro che fu di Maria Callas affidato a chi ha fatto della politica il più riuscito spin-off di “Beautiful” mescolato a “Gola Profonda”.
Dicono che il Quirinale si sia accorto della svista quando un usciere ha visto il programma di sala: “La Traviata” con DJ set nell’intervallo e consulenza odontoiatrica gratuita per i primi cento abbonati minorenni.
Questa è l’Italia: l’incapacità di distinguere un’aula bunker dal palcoscenico. Una Repubblica in cui una svista può trasformare chi maneggiava festini in mecenate, e chi scambia la bacchetta con lo scettro dell’autostima in vittima di Stato.
E il garante delle istituzioni, l’uomo che doveva fermare la mano, l’ha posata distrattamente su una pila di carte senza occhiali. È la rivincita del caso sull’autorevolezza, l’inciampo che ci rende una barzelletta del mondo.
La tragedia non è la Minetti che spiega a soprani e orchestrali “la centralità del sorriso e la bocca a bucio di culo di gallina”. Non è la Venezi che concede udienze ai cronisti raccontando di essere perseguitata dai “poteri forti del metronomo e dagli invidiosi orchestrali”.
La tragedia è che domani il presidente farà una conferenza stampa, chiederà scusa con signorilità, e tutto sarà dimenticato.
Intanto alla Fenice si prova. Voci di corridoio dicono che il nuovo allestimento del “Don Giovanni” preveda un Commendatore che risorge dal bunga bunga.
Da oggi, quando sentirò “Va’, pensiero”, penserò solo a quanto siamo caduti in basso.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 4/26)
#italiennéandertalien
MA ALLORA LA BANDIERA ISRAELIANA OGGI È DIVENTATA COME QUELLA DEL TERZO REICH?
Nella fotografia scattata quel pomeriggio a Milano, tra striscioni rossi e bandiere della pace, c’è un dettaglio che attira la luce in modo strano. Una bandiera bianca e azzurra con una stella a sei punte. Sotto, un uomo sorride. Qualcuno, recentemente, lo ha sentito chiedere, con la calma di chi domanda l’ora: “Definisci bambino”.
Non è la bandiera di un popolo. È la bandiera di uno Stato. E gli Stati, quando invecchiano, alle volte iniziano a ripetere i gesti dei nonni che dicevano di aver sconfitto. Succede. Come un figlio che, per non assomigliare al padre, ne copia la calligrafia senza accorgersene.La fotografia mostra accanto all’uomo altri volti, sotto la scritta “Brigata Ebraica”. Ecco, la Brigata Ebraica è una cosa vera: un’unità dell’esercito inglese che combatte nel marzo del ’45, ultimo mese di guerra. Settanta caduti.
La signora Ada, che nella foto è di spalle perché sta srotolando uno striscione che dice “Mai più fascismi”, quella sera a cena spiega al nipote: ”Vedi, se un tedesco cammina con la bandiera della Germania, nessuno dice niente. Se però sventola quella del Terzo Reich, qualcosa non torna. Non è il tedesco il problema. È la bandiera che ha scelto”.
Il nipote, che ha quattordici anni e una passione per i problemi di logica, risponde: “Ma allora la bandiera israeliana oggi è diventata come quella del Terzo Reich?”. La signora Ada prende una tazza di tè. La soppesa come se contenesse una domanda molto più pesante del liquido. ”Non so se è diventata. Per alcune persone, in alcuni luoghi, in questo momento storico, significa occupazione, apartheid, pulizia etnica. Parole difficili. Significa che chi la porta, senza forse volerlo, sta mostrando il simbolo di uno Stato accusato di fare le stesse cose per cui festeggiamo la Liberazione. Il 25 aprile, capisci, diventa complicato”.
Il nipote guarda meglio la foto sul telefono. ”E gli altri ebrei? Quelli con lo striscione “Unità” che applaudivano?”. ”Quelli non avevano quella bandiera. Erano lì, e nessuno ha detto niente. Perché il problema non è essere ebrei. È mostrare l’insegna di un esercito che, nato in parte da quei settanta caduti dell’ultimo mese, oggi bombarda case piene di bambini. Bambini veri, non definizioni”.
La zia posa la tazza. Il tè è finito. ”La storia è una faccenda di coincidenze e di simboli che cambiano colore mentre passiamo il tempo a guardare altrove. Quella bandiera, nel 1945, non esiste ancora come bandiera ufficiale. E molti di quei soldati tornano a casa e contribuiscono a cacciare altri da casa loro. La chiamano Nakba. Catastrofe. Un’altra parola difficile. La stessa che usano oggi a Gaza. Una continuità spaventosa”.
Nella stanza resta il silenzio delle spiegazioni che aprono più di quanto chiudono. ”Definisci bambino”, ripete il nipote a bassa voce, provando la frase in bocca. Ha il sapore di una domanda a cui è già stata tolta la risposta.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Italien Néandertalien, 4/26)
#memoriediunadolescente
#italiennéandertalien
27 avr. 2026
IL METODO MEGHNAGI (Invertire vittime e carnefici, fino a far venire il mal di testa anche alla logica elementare)
LA FEDELTA' CIECA (non paga)
L’America per decenni ha fatto l’arbitro e il banchiere. Oggi, per fortuna, lascia gli altri al loro destino. Noi europei abbiamo delegato tutto: energia, sicurezza, futuro. Siamo in panchina, paghiamo il biglietto, e non decidiamo mai la formazione.
Nel frattempo Washington scarica i costi: dall’Europa al Golfo, dal Giappone alla Turchia. Le guerre non sono impazzimenti della storia, servono a tenere il mondo in un equilibrio precario, così nessuno impara a camminare con le proprie gambe. La fedeltà, ragazzi, non sempre ripaga. E se l’Europa non si sveglia, un giorno ci troveremo a partita già persa. Se già non lo è.In Alaska, Usa e Russia si sono spartiti il campo senza tanti complimenti: mano libera a Trump in Medio Oriente, mano libera a Putin in Ucraina. L’obiettivo comune, nemmeno troppo nascosto, era uno solo: indebolire gli europei.
E intanto, come sempre, la lobby degli affaristi israeliani e americani fa affari d’oro. Accanto a loro, fanno soldi a palate i soliti noti russi e, con ancora maggiore impunità, gli ucraini. Il copione è identico dappertutto: le élite si arricchiscono, i popoli pagano. Anche in Europa, s’intende.
Ma la radice del disastro è più profonda, e racconta di una cecità che abbiamo coltivato come un vizio. Sono gli Stati Uniti ad aver raggiunto il punto di rottura del loro sistema socio-economico. Non è colpa dell’ultimo arrivato, Trump il pazzo. È il sistema.
E il guaio enorme per noi europei è che siamo completamente complici di quel meccanismo immondo. Noi abbiamo un disperato bisogno di risorse che non abbiamo in casa, per mandare avanti il nostro benessere consumistico e affaristico.
Ecco perché ci inventiamo guerre, pretesti umanitari, missioni di civiltà: per conquistare territori altrui, o per spingere qualcun altro a farlo, salvo poi puntare il dito e gridare allo scandalo.
L’Europa è miope due volte. Non vede che il mondo è già cambiato, che l’ordine unipolare è finito, e che noi siamo rimasti aggrappati a un’idea di Occidente che non esiste più.
E non vede la trappola in cui è caduta: aver delegato la propria anima strategica a un alleato che oggi ci tratta come un costo da scaricare.
Bruxelles discute di regolamenti e percentuali, mentre i grandi giocatori si spartiscono il pianeta.
Non abbiamo più voce in Medio Oriente, non contiamo nulla nei rapporti tra Washington e Mosca, non abbiamo una politica energetica che non sia quella di pagare più caro il gas altrui.
Siamo una periferia ricca e smarrita, che pensa ancora di poter comprare sicurezza e influenza con l’obbedienza. Illusi.
Basterebbe mettersi, per un momento, dalla parte dei giudici obiettivi. E guardare il tavolo da gioco con occhi sgombri.
Scopriremmo che la fedeltà cieca non paga, che i valori sbandierati sono spesso un paravento, e che il futuro non si costruisce delegando ad altri la propria sovranità.
Finché non avremo il coraggio di un’autonomia vera, di una difesa comune, di una politica estera che non chieda il permesso a Washington, resteremo quello che siamo oggi: uno spettatore privilegiato in un mondo che corre, mentre i padroni veri giocano a dadi con la nostra pelle.
Forse un giorno ci sveglieremo. O forse la partita è già persa.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)
26 avr. 2026
LETTERA A FIANO
Fiano caro,
il 25 aprile, festa della Liberazione, tu piangi sui social perché la Brigata Ebraica è stata giustamente sbattuta fuori dal corteo di Milano.
C’erano bandiere israeliane, bandiere USA, foto dello Shah. In un corteo antifascista.
E tu ti lamenti che vi hanno insultato.
Uno ha urlato “saponette mancate”, e LA 7 ti chiede della notizia. Ma è una notizia?
È pericolo antisemitismo la stupidaggine di uno solo? Buffoni.
Non hai condannato Netanyahu, Fiano. Non una volta. E pretendi il tappeto rosso.
Lo stato che difendi sta compiendo un genocidio, l’hai visto?
Ventimila bambini massacrati.
Tu piagnucoli: “Sono di cattivo umore”. Pensa ai bambini, Fiano. Pensa a Gaza, a Rafah, alla Cisgiordania.
La verità è sotto gli occhi di tutti, ma c’è chi decide di non vedere, non sentire, non parlare.
La Brigata aveva annunciato che non avrebbe partecipato.
Poi la tentazione di provocare è stata troppo forte, ovviamente per assicurarsi il ruolo di vittime.
Sembra che improvvisamente la gente sia insorta contro gli ebrei.
Ma se insieme alle bandiere avessero scritto “condanniamo Netanyahu e le sue nefandezze”, sarebbero sfilati tra il clamore del popolo.
Invece no.
E il presidente dell’ANPI Pagliarulo ha confermato: hanno violato gli accordi.
Sono stati cacciati giustamente, perché davanti a un genocidio sono stati in silenzio.
Vengano il prossimo anno, dopo aver preso ripetizioni di storia.
Fiano, vai a sfilare in Libano o a Gaza.
Se per cinquanta edizioni non è mai successo nulla, e proprio oggi il corteo è stato bloccato, una domanda Fiano te la fai? No, preferisci piagnucolare sui social.
La polizia ha fatto bene, per una volta.
Ordine pubblico in un giorno delicato.
E tu parli di insulti?
Ma sai cosa fa Israele in questi mesi?
Non si provoca un corteo che celebra la Liberazione dal fascismo con bandiere che evocano morti innocenti.
Come puoi non vedere?
Fiano caro: smettila di fare la vittima. Israele, il governo Netanyahu, è il primo nemico di tutte le brave persone di religione ebraica.
Il popolo italiano l’ha capito: l’uccisione di una popolazione civile ha il nostro sostegno unanime. Basta.
Basta con due pesi e due misure.
Se domani gli ebrei residenti in Italia prendessero le distanze da Netanyahu e organizzassero manifestazioni in quel senso, vedrebbero milioni di italiani con loro.
Ma no, si preferisce sventolare la stella di David mentre cadono le bombe.
E allora, Fiano, fatti la domanda e datti la risposta. La gente non ne può più. Smettila di recitare la sacra vittima.
Non sei perseguitato: sei solo uno che ha portato il simbolo sbagliato alla festa sbagliata, e ora si lamenta perché nessuno gli ha offerto il vino.
Un po’ di autocritica.
Ripeto: vai a Gaza, vai in Libano, e poi torna a parlare.
Il prossimo anno, se proprio vuoi sfilare, vieni con lo striscione: “Mai più genocidi, da qualunque parte”. Vedrai che applausi.
(Italien Néandertalien, 4/26)
#italiennéandertalien
IL GUSCIO DELLA NOCE: QUANDO IL DIALOGO È IPOCRISIA
Prendete la parola "dialogo", posatela sul tavolo controluce.
Che bella trasparenza, sembra vetro di Murano.Un guscio di noce perfetto, epperò qualcuno ha già mangiato il polposo frutto ed ora lucida l'involucro col panno della virtù.
“Noi crediamo nel dialogo” dice il ministro Tajani, e intanto firma accordi con chi pratica genocidio come fosse fitness.
“Loro sono due milioni di nemici. Anche i neonati sognano di ucciderci”.
Poi, con lo stesso tono da giuramento, si sussurra:
“Dobbiamo dialogare”.
In quale lingua, esattamente, se l’altra voce per loro è solo terrorista (o patriota, secondo l’Aia). Dipende da chi scrive il vocabolario.
Domanda da nulla: se un cecchino va a pesca nella tonnara di Gaza ed uno resiste all’occupazione, chi dei due sta dialogando?
Risposta: Le parole hanno il permesso di soggiorno, le persone no.
È scritto nelle note a piè di pagina del nuovo cessate il fuoco.
La parola “dialogo” è un ombrello bucato. Sotto, passano gli aiuti col contagocce, i camion controllati sei volte, i malati che aspettano un permesso di cura come fosse un miracolo. Sotto, non passano i giornalisti, non sia mai che un negoziato assomigli a un fatto verificabile.
Il Board of Peace è una sala riunioni con sedie nuove.
Degli ottomila soldati indonesiani nessuna traccia: a Gaza avrebbero avuto compiti di supporto, ingegneria e assistenza sanitaria.
Ma sono stati messi in "pausa" per questioni economiche e logistiche.
Dei 71 miliardi promessi resta qualche spicciolo sul fondo, come quando scuoti il salvadanaio e senti solo polvere di metallo.
Nessuno confessa di averlo già svuotato. Intanto i miliardi veri, quelli trattenuti (6, dicono) dormono su un conto che paga interessi ai potenti mafiosi affaristi.
“Dialogare” è dire “aspettiamo” mentre la mappa si ridisegna con la matita e la gomma del più forte.
La pulizia etnica ha un suono sporco, allora la chiamano “ridisegno dei confini”, che fa tanto architettura.
Chi ripete “dialogo, dialogo” ci sta solo insegnando un nuovo vocabolo
per “fame”, offrendoci un piatto vuoto con sopra scritto “buon appetito”.
Quando qualcuno ti ripete una parola bella mentre ti chiude la porta in faccia, non sta dialogando. Sta solo lucidando il guscio della noce vuota.
PS
In una fotografia lo schifo dell'ipocrisia.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 4/26)
#MIPLab
24 avr. 2026
NEL PAESE DEGLI SCERIFFI VINCE CHI PISCIA PIU’ LUNGO (Ma tanto lo Stato profondo americano non va in pensione con l’inquilino di turno. E l'Europa è un maggiordomo centenario che si scusa se il padrone gli sputa nel bicchiere)
TEMA: COM’E’ POSSIBILE? (Il male estremo non ha bisogno di anime dannate, gli basta l’assenza di pensiero, o il pensiero di essere il popolo eletto)
Come può un popolo che ha sperimentato sulla propria pelle la malvagità assoluta, diventare carnefice per altri?
Gerusalemme, 1961. Dentro una gabbia di vetro c’è Adolf Eichmann, l’uomo che organizzò la deportazione di milioni di ebrei. Hannah Arendt Si aspettava un mostro. Trovò un impiegato qualsiasi, con l’ossessione per le parole d’ordine e l’incapacità di guardare in faccia le conseguenze dei suoi atti. Non era un pazzo, non era Satana: era un uomo mediocre che aveva semplicemente smesso di pensare. Lo chiamò “la banalità del male”. Ecco il primo mattone della risposta: il male estremo non ha bisogno di anime dannate, gli basta l’assenza di pensiero, o il pensiero di essere il popolo eletto.Una comunità perseguitata, umiliata, ridotta a niente. Dentro quella comunità brucia un dolore gigantesco, un trauma che non si cancella. Chi è stato vittima impara una lezione avvelenata: il mondo è una giungla, per sopravvivere bisogna diventare più forti dei propri carnefici. È un meccanismo psicologico semplice quanto spietato: come il ragazzo che a casa prende botte dal padre e a scuola diventa il bullo del più debole. Non è una scusa, è una spiegazione. E la spiegazione rende tutto ancora più inquietante.
Quando un popolo si convince di avere un diritto speciale alla vendetta o alla difesa a ogni costo o, peggio, all’elezione divina, perfeziona la sua ideologia: “Noi abbiamo sofferto più di tutti, quindi siamo i prescelti; gli altri sono nemici da schiacciare”.
Ed è qui che scatta la fabbrica del male. Dentro quella fabbrica ogni persona è un ingranaggio, ogni ordine diventa legge, e le vittime di ieri diventano i burocrati dell’orrore di oggi, senza più chiedersi: “Cosa sto facendo?”. È successo nella Storia, e sta succedendo in questi anni, ora.
Il male è un vuoto dell’anima, un deserto dove non cresce più la domanda “perché?”. Sopravvivere alla malvagità non rende automaticamente migliori. E la nostra umanità può andare in pezzi se smettiamo di esercitare la facoltà più importante che abbiamo: giudicare con la nostra testa, uno per uno, anche contro il gruppo, anche contro chi dice: Dio lo vuole, siamo il popolo eletto.
La malvagità dai mostri, ma anche dalle persone comuni che rinunciano a pensare.Quella è la banalità più spaventosa di tutte.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 2/26)
#memoriediunadolescente
22 avr. 2026
UN SOLERTE PROPAGANDISTA DI REGIME
EUROSTAT STIMA DEFICIT/PIL ITALIA AL 3,1%: MA VA’!!?
Eurostat, da Bruxelles, ci comunica deficit al 3,1%.
Hanno passato tre anni a dirci che avevano abolito la povertà e le tasse, e ora scopriamo che la pressione fiscale è salita al 42,8%.Il livello più alto dal 2015, per chi ha la memoria corta o il portafoglio bucato.
Non è colpa del destino cinico e baro.
È colpa di chi ha promesso il "più soldi in tasca agli italiani" e poi ha firmato l'aumento delle accise e lasciato marcire gli stipendi.
il gioco è farti credere che il 3,1% sia un voto in pagella che hai preso TU. "Oh no, l'Italia ha il debito più alto dopo la Grecia!".
Le strade sono distrutte, le scuole cadono a pezzi. È questo il vero debito. Il debito che abbiamo con i nostri polmoni e la nostra schiena, non solo quello verso un fondo tedesco. Liste d'attesa da Terzo Mondo.
Vai in ospedale per una gastroscopia, prenoti oggi per il 2029.
E intanto Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia fanno i verginelli con la faccia seria: "Dobbiamo rispettare i parametri!". I parametri li rispettiamo noi, con le emorroidi sulle sedie rotte degli uffici pubblici.
Dicono "Abbiamo ridotto le tasse". Forse la tassa sul possesso di unicorni o di diamanti grezzi. Perché la benzina, il gas e il cibo non hanno letto questo comunicato stampa. Hanno aumentato tutto per far felice l'Europa, e l'Europa ora ci dice: "Bravi, avete fallito lo stesso ma siete secondi solo alla Grecia!".
Il PIL sale? No.
Il debito sale? Sì.
La gente muore di vecchiaia aspettando una risonanza magnetica. Siamo noi che pagheremo (paghiamo!) questo debito spazzatura.
Ci viene impedito di aggiustare un tetto scolastico, ma per comprare carri armati i soldi si trovano sempre nel divano della Ragioneria dello Stato.
Ma tanto tutto questo Giorgetti lo sa. Meloni lo sa. E’ che non gliene frega niente.
(A. Battantier, Italien Néandertalien)
#italiennéandertalien
21 avr. 2026
1188 ("Esigenze del signor Ministro")
IL TEOREMA DI TAJANI (Ministro, e le ossa vere? Ci vuole molto meno coraggio a scrivere una nota di protesta per un sacrilegio che a fermare un genocidio)
20 avr. 2026
LA SIGNORA DEL CANOTTO (Che fine ha fatto la Rivoluzione Sovranista dei Patrioti?)
Avete presente L'urlo di Munch? Sostituite il ponte con lo Stretto di Hormuz, il cielo infuocato con un dazio di Trump al 40%, e il tizio che urla con Giorgia Meloni aggrappata a un canotto sgonfio marca "Sovranità 2.0". È l'immagine del governo italiano, aprile 2026. Altro che "Fase Due", qui siamo alla fase del "chi cazzo ha staccato la spina?".
Ora, galleggia con un canotto bucato nel bel mezzo dello Stretto di Hormuz, mentre la benzina schizza a cinque euro al litro e i suoi ex amici americani le rispondono al telefono con una risata agghiacciante registrata. Lei diceva: "Io non galleggio". Puoi anche agitare le braccine e gridare "Dio, Patria e Famiglia", ma se intorno c'è l'acqua alta e lo scenario internazionale è scritto da un Dodo sotto anfetamine, il galleggiamento non è strategia politica, è principio di Archimede: Un corpo immerso in un governo riceve una spinta dal basso pari al peso del cazzeggio spostato.
Una signora voleva cambiare l’Italia. Si svegliava presto, beveva il caffè e scriveva sui social: "Fase Due". Dice la Signora: "Non sono qui per galleggiare". Ma caro Presidente, con tutto il rispetto, a volte il destino è beffardo.
E l’economia? Il PNRR è finito. Come il vino a una festa di matrimonio alle tre del mattino. Rimangono i bicchieri sporchi e un forte mal di testa. L’FMI suggerisce prudenza. Il governo risponde abolendo un’accisa sulla carta igienica. Gli ultimi spicci del PNRR li hanno usati per comprare le risme di carta per scrivere la Legge Elettorale. L'unica riforma sopravvissuta. È una pianta grassa che cresce solo perché concimata dalla paura di Salvini e Tajani di perdere il vitalizio. La stanno scrivendo con la stessa gioia con cui si redige un testamento. Salvini non la vuole, Tajani neppure, ma nessuno ha il coraggio di alzarsi dal tavolo perché, si sa, la pensione dei parlamentari scatta solo il prossimo aprile. Ed è più facile governare un paese allo sbando che rinunciare all’assegno vitalizio.
"Non toccate il premierato! Non toccate la Giustizia! Governare un paese allo sbando è faticoso, ma rinunciare a 5.000 euro netti al mese per aver fatto il tappezziere in commissione Trasporti? Quello è eroismo da partigiani."
Andiamo a Parigi dai "Volenterosi". Ma come? Fino a ieri Macron era un mangia-baguette con la sciarpa, oggi è diventato il bagnino? "Monsieur Macron, la prego, mi passi un salvagente." Ora è diventato l’unico appiglio, perché di là dall’Oceano c’è un altro che sposta portaerei con l’umore di un influencer capriccioso.
La diplomazia sotterranea è attiva, dicono a Palazzo Chigi. Immagino: tubi di metallo che passano sotto l’Atlantico con messaggi in codice scritti a mano da Giorgetti. Nel frattempo, a Washington, Dodo (con il quale i rapporti sono ai minimi storici) sposta portaerei per dispetto; tu gli mandi messaggi in codice con Giorgetti, che infila un bigliettino in un tubo di metallo che attraversa l'Atlantico. "Caro Donald, ti prego rispondi. Firmato: L'Italia che non conta un cazzo se non come parcheggio per la Sesta Flotta".
E in patria? La manifestazione sulla "remigrazione" a Milano. Piazza Duomo deserta. C'erano più piccioni che leghisti (accorsi i primi per cacare sui secondi).
Forse il miracolo economico arriverà da Baku. Forse i dazi si scioglieranno come neve al sole. Lei continua a fissare l'orizzonte da prua. Spera nel miracolo di Baku, spera nei dazi sciolti. Ma la verità, Signor Presidente, è che la barca non va da nessuna parte. È solo sopravvivenza. O forse, più semplicemente, siamo tutti sulla stessa zattera. Con lei a prua, che fissa l’orizzonte sperando che l’acqua non le bagni i piedi. Non è governo, è sopravvivenza. E in Italia, si sa, è già qualcosa.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)
#italiennéandertalien
#stephenstadif
19 avr. 2026
DONATO TROMBETTI E LA CURA A BASE DI LSD
La prima sperimentazione clinica italiana su un essere umano con uno psichedelico è avvenuta a Chieti a inizio febbraio 2026; il nome del paziente è Donato Trombetti. Donato ha visto il Mistero. Ha aperto le porte della percezione, ha fissato l’abisso e l’abisso gli ha offerto un caffè corretto. Nel frattempo, a Washington D.C., un altro signore molto più arancione e molto meno avvezzo all’introspezione, ha deciso che l’LSD va bene, ma solo se serve a far ripartire l’economia dell’ego.
Leggere che Donald J. Trump firma un ordine esecutivo sulla ricerca psichedelica per la salute mentale è come sentire che l’Orco delle Fiabe ha aperto un centro benessere vegano per le bambine che vuole mangiare (per non dire altro!).Cosa spinge un uomo che ha passato la vita a fotografarsi l’anima con il grandangolo del narcisismo a finanziare la roba che ti fa vedere i peli del naso di Dio?
La risposta è semplice: lo fa per sé stesso. Lui è il primo candidato. Il Paziente Zero dell’esperimento "Salviamo il Salvabile".
L’ordine esecutivo parla di "affrontare la crisi della salute mentale".
Trump è l’incarnazione ambulante della crisi della salute mentale.
È un uomo il cui Ego ha un proprio codice fiscale e un appartamento più grande del vostro.
L’unica spiegazione sensata è che Dodo si sia svegliato una mattina, abbia visto il riflesso del suo stesso broncio allo specchio e si sia detto: "Forse, forse se prendo un acido, smetto di credere che il sole sorga solo per illuminare la mia pettinatura.
Immaginate la scena. C’è Trump, seduto in una stanza ovale tutta foderata di moquette beige e ritratti di sé stesso. Entra Robert Kennedy Jr con una fiala di LSD-25 ed esclama vigorosamente e dice: "Amico, è una roba PAZZESCA".
Un uomo di 80 anni, con la maturità emotiva di un moccioso viziato di 3 anni, decide di risolvere il traffico nel suo cervello con un cacciavite chimico.
Io ci vedo un’ironia suprema. Un uomo che ha costruito una carriera sulla certezza granitica di avere sempre ragione, che non ha mai avuto un dubbio in vita sua perché il dubbio è da sfigati, si affida all’unica sostanza che ti fa dire: "Ehi, magari la proprietà privata non è l’unica risposta al senso della vita. Magari siamo tutti polvere di stelle che si fa le pippe."
Attenzione: non è una svolta culturale. È la ricerca di una stampella chimica per un ego con la scoliosi.Chissà, forse Dodo non ha mai preso droghe, a parte whisky, tabacco, qualche pilloletta da usare con le bambine e le prediche del pastore. Ma se questa roba può curare la convinzione di essere il Presidente migliore prima di George Washington e il suo cavallo, allora benedico la sua svista chimica.
Mentre il mondo dei Grandi Faraoni arancioni cerca nelle allucinazioni la verità, in Italia, a Chieti, Donato Trombetti ha capito che il problema non è la realtà che si sgretola. Il problema è chi crede di poterla comprare tutta intera con 50 milioni di dollari e una firma fatta con l’inchiostro simpatico della vanità.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)
#italiennéandertalien
#stephenstadif
COM'È CAMBIATO IL MONDO DEL LAVORO (Cosa è migliorato? Quali garanzie? Quali possibilità?)
La confessione della mia amica Doriana Goracci non è un semplice ricordo aneddotico; è un reperto archeologico di una civiltà del lavoro che il capitalismo ha seppellito sotto le macerie della precarietà.
La frase che mi ha colpito non è il dato tecnico della pensione a 57 anni, ma quella sensazione quasi di "vergogna" provata nel raccontare la propria uscita.
In un sistema bacato che oggi santifica la fatica infinita e malpagata, chi ha beneficiato del residuo storico del compromesso keynesiano si sente quasi un ladro, un privilegiato immeritevole.
Ciò che è cambiato è la natura stessa del patto sociale. Nel 1973, quando Doriana entrava alla Banca Commerciale Italiana, vigeva ancora l'idea che il lavoro fosse un percorso di accumulazione di diritti e non di mera sopravvivenza.
La possibilità di scegliere il part-time non era, come lo è oggi, una trappola di sotto-occupazione e povertà pensionistica, ma uno strumento di conciliazione vitale in un quadro normativo rispettato.
Era l'epoca in cui il capitale, per garantirsi la pace sociale e la domanda interna, accettava un costo del lavoro che includeva la vita fuori dall'ufficio.
Oggi il paradigma si è ribaltato. Il "part-time" è la metafora perfetta di un capitalismo predatorio senza regole. Non è più una scelta di libertà per essere "oltre che impiegata anche madre", ma un'imposizione strutturale che riduce i contributi a tal punto da rendere la pensione un miraggio a 67, 70 o forse mai anni.
Un doppio conflitto mefitico avvolge oggi il mondo del lavoro:
l'ansia da prestazione continua (dover tornare a tempo pieno per sopravvivere) e l'angoscia del futuro negato (la "vera età per l'addio").
Questa è una forma di ingegneria sociale disciplinare. Rendendo il lavoro insicuro, intermittente e insufficiente a garantire la vecchiaia, si ottiene una forza lavoro docile e disposta a tutto, priva di quel potere contrattuale che Doriana e le sue colleghe potevano ancora permettersi di ignorare.
Cosa è migliorato?
Quali garanzie?
Quali possibilità?
Non ci sono miglioramenti reali, se non l'illusione tecnologica di essere sempre connessi a un lavoro che non finisce mai.
La "qualità della vita" è evaporata nel tempo rubato. La vergogna che lei prova è il sintomo di una società malata, dove la fortuna di essere nati in tempo per firmare un contratto degno viene percepita come colpa.
Oggi, invece di sentirsi in colpa per essere andati via a 53 anni, ci si dovrebbe vergognare di un sistema che costringe milioni di donne (e uomini) a scegliere tra la maternità e una busta paga sotto i 1.000 euro, con l'orizzonte di un lavoro eterno senza dignità.
(A. Battantier, Memorie di un lavoro, Mip Lab, 4/26. Da una riflessione di Doriana Goracci)
#dorianagoracci
#memoriediunlavoro
#MIPLab
16 avr. 2026
MEGLIO PIANGERE IN BENTLEY CHE IN 500
15 avr. 2026
LO SPECCHIO SBAGLIATO: NON CONDANNO NÉ CONDIVIDO: STORIA DI UN PAESE ALLA DERIVA
C'è una frase di Hegel che mi è sempre sembrata complicata, ma in fondo dice una cosa semplice: nessuno sa davvero chi è, se non si specchia negli occhi di qualcun altro. Il problema è scegliere lo specchio giusto. Il Presidente del Consiglio ha scelto di non specchiarsi nelle piazze italiane, nei volti di chi fatica a fare la spesa, ma negli occhi di un miliardario americano. Un uomo che, per quel che posso capire io, scambia la geopolitica per una di quelle vecchie puntate merdose di Jackass che davano su MTV. Quella roba lì, dove ci si tirava i carrelli della spesa addosso.
Dodo insulta il Pontefice, una cosa che avrebbe dovuto scatenare reazioni perlomeno colorite. E Giorgia? Dopo una mezza giornata di silenzio, degna del parente che alla prima della Scala non sa se applaudire o andare a prendere un caffè, ha detto: "Parole inaccettabili". Inaccettabili. Detto da chi per quattro anni ha subìto e assecondato tutto, sa un po' di minestra riscaldata.
Povera Giorgia. Credeva di aver trovato l'America, e per un po' ci ha creduto davvero. Ha rifatto il guardaroba, si è rifatta un po' la faccia, ha corretto l'accento. Peccato che dall'altra parte ci fosse un signore che, se gli chiedi dov'è l'Italia, ti risponde probabilmente: "Vicino alla Pennsylvania, no?".
Cosa ha fatto in questa legislatura? Ha galleggiato. L'arte di stare a galla nella corrente senza mai bagnarsi troppo. L'ha imparato osservando Berlusconi: "Abbi i media dalla tua parte". L'ha imparato da Renzi: "Rottama tutti, ma non ti fare rottamare". E ci è anche riuscita, per carità.
Peccato che mentre studiava queste mosse da cortile, là fuori il Medio Oriente andava a fuoco. Aggressioni, bombe, cose da Tribunale dell'Aja. E lei, con la stessa espressione di chi assaggia un vino e non sa se è aceto o barolo: "Non condanno né condivido". Una bella frase. Perfetta per un pranzo di nozze, un po' meno per chi siede a Palazzo Chigi.
Certo, adesso qualcuno dirà che Dodo le ha tirato la ciambella di salvataggio. L'intervista al Corriere è stata un piccolo capolavoro di teatro Kabuki: lui dice "Meloni inaccettabile", e lei da Roma tira un sospiro di sollievo. Ecco, ora sono una martire. I cattolici si dimenticheranno che ho mandato le armi a chi bombarda i conventi. È la danza triste del sottoposto che ringrazia il padrone anche quando gli tira un calcio.
Ma qui sotto c'è odore di bruciato. E di fondi di caffè, di quelli che si leggono nei bar della Garbatella. Avete visto con che velocità la signora Schlein, l'oppositrice a corrente alternata, è corsa a difenderla? "Povera Giorgia, l'hanno insultata!". Apriamo gli occhi: PD e Meloni sono le due facce della stessa medaglia. Votano tutto insieme: armi, silenzi su Gaza, conti pubblici che si gonfiano come palloni aerostatici. E adesso? Ora ci rifilano il Reddito di Cittadinanza 2.0 scopiazzato dai 5 stelle, o forse gli aumenti agli statali. Con quali soldi? Domanda inutile. Con altro debito, fino alla prossima campagna elettorale.
È il Trasformismo. Giorgia si è svegliata con una bella doccia fredda e, dopo aver perso l'amico d'Oltreoceano, si è già rimessa il culo al sicuro, pronta per il prossimo atto.
Alla fine, sapete cosa mi ricorda tutto questo? Quelle storie di provincia dove uno pensa che indossare un vestito costoso significhi avere un'idea. Si svegliano tardi, e scoprono che il bulletto della scuola non le ha mai invitate al tavolo dei fighi; le usava solo per copiare i compiti in classe. Adesso sono lì, con la paglia che brucia e tre anni di accordi militari da spiegare con un comunicato stampa. Una figura barbina.
Spiegare la coerenza di questo governo? Forse non ce n'è bisogno. Basta guardare, e starsene un po' zitti. Che a volte, in questa Italietta, è l'unica cosa sensata da fare.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 4/26)
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#memoriediunadolescente
#MIPLab
#natangelo
12 avr. 2026
LIBANO, MINETTI E UN PRESIDENTE DA MANDARE A CASA (fa sparire le pene con un colpo di penna, i responsabili con un colpo di lingua)
Il Presidente non si scompone mai. Neanche quando concede una grazia segreta a Nicole Minetti, l’ex igienista dentale di Arcore. Firma il decreto, lo infila in un cassetto. Poi, quando lo scoprono, dice: «L’ho fatto per un parente minorenne gravemente malato».







