Il centrodestra sta scricchiolando, è un lento cedimento. Da una parte il generale Roberto Vannacci, che sta raccogliendo tutti i delusi, gli arrabbiati, quelli che a Fratelli d’Italia non hanno avuto il posto in prima fila. Decine di parlamentari hanno già la valigia pronta. La metà vengono proprio da Giorgia Meloni. Un’emorragia. I sondaggi scalano.
E la premier lo sa. Dietro le quinte, ha già mandato il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami in missione esplorativa per conto di Fratelli d’Italia: studiare le intenzioni di Vannacci e del suo Futuro Nazionale, sondare possibili punti di contatto, misurare la rigidità delle sue posizioni filorusse sulla guerra in Ucraina. L’obiettivo? lasciargli la propaganda contro il sistema ma portarlo a un allineamento parlamentare. Vincere a tutti i costi, per restare a Palazzo Chigi altri cinque anni. Meloni vuole coprirsi a destra, e Vannacci serve in coalizione.
Dall’altra parte, nell’ombra, c’è Marina Berlusconi, la recente cavaliera del Lavoro tanto omaggiata da Mattarella. Quella che non vuole fare la politica, ma che forse sarà “costretta”, come il padre, a berne l'amaro calice. Il cognome pesa, e il centro moderato oggi è orfano. L’ultimo sondaggio che ho visto (Only Numbers) dice che uno su tre degli italiani la vorrebbe alla guida di Forza Italia. Nel centrodestra supera il cinquanta per cento.
La vedono più competente che carismatica. Brava manager, testa quadrata, ma non ha il fuoco del padre. Silvio, quello sì che sapeva accendere le piazze. Marina è diversa: riservata, quasi monacale. E in politica la riservatezza è un lusso che pochi possono permettersi. Eppure, sul tavolo della partita ha già messo un paletto che pesa come un macigno: Forza Italia, con il nuovo corso da lei impresso, non ha alcuna intenzione di mettersi a braccetto con Vannacci, alleato in Europa di AfD. In caso di patto tra Meloni e il generale, Marina chiederebbe al segretario Tajani di prendere le distanze, facendo scattare un meccanismo imprevedibile.
La resa dei conti arriverà, prima o poi. Da un lato Vannacci, che parla al “popolo vero”, quello che si sente tradito dalle élite e che intanto gestisce con piglio accentratore il suo movimento, tra malumori interni e i 60mila iscritti rivendicati, convinto di bastare a se stesso. Dall’altro Marina, che rappresenta la continuità borghese, l’impresa, la stabilità. Due Italie che non si parlano. Meloni? Sta già arretrando, silenziosamente. Il suo spazio a destra viene eroso dal generale, quello moderato dal richiamo del cognome.
Vannacci ha però una dote che a Marina manca: la capacità di mobilitare le viscere. Lui urla, lei sussurra. Lui promette la rivoluzione dei “veri italiani”, lei garantisce ordine e conti in riga (i suoi!). In Italia, sovente vince chi urla meglio. Tuttavia non sottovalutiamo il silenzio di Marina. A volte è più minaccioso di mille comizi. E se scenderà in campo. quando lo farà, non sarà per fare la comparsa. Sarà per dire: “Basta, adesso ci penso io”. La destra ha bisogno di eroi, ma anche del grano di un cognome che pesa mezzo secolo di storia.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 5/26)







