26 févr. 2026

BUONGIORNO FEMMINISMO (Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Ecco, signora senatrice, lei sta legiferando di merda, e noi gliela restituiamo concimata!)

Milano. Un gruppo di ragazze, ‘Non una di meno’, si presenta davanti all’ufficio della senatrice Giulia Bongiorno e, con un gesto antico quanto la civiltà contadina, scarica un po' di letame. Un gesto semplice, diretto, quasi poetico nella sua schiettezza: “Ecco, signora senatrice, lei sta legiferando di merda, e noi gliela restituiamo concimata”. 

Ma al di là della scenetta, che pure ha il suo perché, c'è il nocciolo. Il disegno di legge Bongiorno. La senatrice decide che il concetto di "consenso" è troppo complicato. Troppo entusiasta. 

Allora lo toglie, e lo sostituisce con il "dissenso". La "volontà contraria". Non si parte più dalla domanda: "C'era un sì?", ma dalla domanda: "Il no è stato abbastanza chiaro?". 

È come se, per entrare in un negozio, non si chiedesse più se siete i benvenuti, ma quanto forte avete dovuto urlare quando vi hanno chiuso la porta in faccia.

Questa è la destra, amici miei. Quella che, dopo aver passato anni a dirci che il politically correct ci avrebbe rovinato, passa il tempo a correggere le parole per far sembrare le cose un po' meno brutte. 

Chiamiamolo "dissenso", così sembra più soft. 

Chiamiamolo "decreto sicurezza", così sembra che ci vogliano bene. 

Poi però, quando le donne scendono in piazza e lasciano un messaggio inequivocabile davanti ai tuoi uffici, la risposta non si fa attendere. 

Il nuovo decreto sicurezza, naturalmente, arriverà con diecimila euro per le contestatrici. Multa salata, così imparano a concimare i marciapiedi della politica.

È una lezione di vita all'italiana: se non ti piace la legge che ti toglie il diritto di dire di sì, ti multiamo per contestazione. È una specie di "avviso ai naviganti": il mare è in tempesta, ma la colpa è vostra se non avete imparato a nuotare nella merda.

Il punto è che questa gente vive in una bolla. Più si avvicinano idealmente a certi metodi del secolo scorso, a certi ordini, a certi "io decido, tu esegui", e più si allontanano dalla realtà della gente comune che vuole solo vivere la propria vita. 

Con questa destra sembra di vivere in una continua involuzione del genere umano. Come se qualcuno avesse premuto il tasto "rewind" sui diritti e stesse tornando indietro a velocità doppia. 

È un'epoca buia? No, è peggio: è un'epoca grigia, noiosa, fatta di cavilli e multe. Non ti ammazzano sul rogo, ti seppelliscono sotto le pratiche burocratiche.

Perché poi, guardiamo al di là della legge. In tutto questo teatrino della "volontà contraria", dove finisce la persona? 

Dove finisce la donna che quella sera, in quella stanza, ha avuto paura, è rimasta immobile, non ha detto no perché aveva un coltello (simbolico o reale) puntato alla gola? 

Per la legge Bongiorno, quella donna non ha espresso un "dissenso" abbastanza chiaro. Quindi, forse, non è successo niente. 

È la perfezione giuridica: la violenza non esiste se non è urlata. Lo stupro è legale finché non lo gridi. Una specie di gioco dell'oca in cui se non atterri sulla casella giusta, torni all'inizio e perdi tutto.

E allora, mentre i giuristi di destra giocano a rimpiattino con le parole, c'è chi chiede l'educazione sessuale nelle scuole. Imparare a comunicare, a riconoscere il desiderio, a capire che un sì è un sì e un no è un no. Insegnare il "consenso entusiasta". Figuriamoci. In un paese dove si discute ancora se l'educazione sessuale sia una roba da pervertiti, loro vengono a spiegarti che per dire sì, in fondo, basta non dire no abbastanza forte.

Ma forse il problema è che la libertà, quella vera, quella di essere ciò che si è, di amare chi si vuole, di decidere del proprio corpo, è una cosa che spaventa. Perché è difficile da gestire. 

Mentre il "dissenso" no, è una variabile controllabile. Se la legge parla di dissenso, allora lo Stato può giudicare se il tuo no era un no vero o un no finto. 

Può dire se quella sera tu eri "volontariamente contraria" abbastanza. È il trionfo del paternalismo, della patria, del pater familias che decide lui cosa è bene per te.

Ecco perché, alla fine, quel letame davanti all'ufficio della senatrice è il gesto più onesto che potessero fare. Perché quando chi governa produce leggi di merda, l'unica risposta civile, l'unica risposta politica, l'unica risposta umana, è prendere quella merda e rimettergliela sotto il naso. 

Non per insultare, ma per dire: "Guardate, questo è quello che state facendo. Questa è la puzza che emanano le vostre idee. 

Ora, per favore, pulite. E se per questo ci becchiamo la multa da diecimila euro, amen. Almeno l'avremo spesa per concimare un principio: la libertà non è un optional, e il corpo è nostro, e lo decidiamo noi, con un sì chiaro, libero, e dannatamente consapevole.


(A. Battantier, Memorie di un amore, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2026)


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IL REFERENDUM DEL 22 E 23 MARZO (Si cambia la Costituzione per togliere potere ai magistrati e darlo alla politica)

C’è una scena, l’altra sera, in televisione, che è meglio di una fiction. Il professor Grosso e Bocchino parlavano di contropoteri, di CSM, di procedimenti disciplinari.

Da una parte il professor Grosso, costituzionalista, uno che la Costituzione la insegna e probabilmente la sogna la notte. Dall’altra Italo Bocchino, con in mano una calcolatrice immaginaria, che schiaccia tasti e tira fuori numeri a effetto: “1582 procedimenti disciplinari! Il 96,5% archiviato! Solo il 3,5% di sanzioni! Ecco, vedete? I magistrati si autoassolvono, sono una casta di mafiosi!”.

Il professor Grosso prova pazientemente a spiegare:
“Ma guardi che quelli non sono procedimenti, sono esposti. È come se lei dicesse che tutti i processi penali finiscono in assoluzione perché conta anche le querele che la gente ritira”.

Bocchino non sente, non vuole sentire. La sua calcolatrice è più forte della realtà. E il bello è che il presidente del CSM, che non è esattamente un sovversivo (è un avvocato di area Lega, quindi se fosse una squadra di calcio giocherebbe in casa con la politica), prova a dire la verità: i procedimenti disciplinari veri funzionano, il 40% finisce con condanne. Ma questo non fa notizia. Fa notizia solo che i magistrati sono corrotti. Fa audience solo lo slogan.

Il 22 e 23 marzo si vota il referendum sulla giustizia. Si vota Sì o No alla separazione delle carriere. Ma attenzione: non è mica solo quella. La riforma che ci propinano, quella voluta dal governo, prevede tre cose fondamentali.

Primo: giudici da una parte e pubblici ministeri dall’altra, due carriere separate e incomunicabili.

Secondo: due Consigli superiori della magistratura invece di uno. Perché se un organo non funziona, si sa, la soluzione è raddoppiarlo.

Terzo: i membri del CSM non più eletti dai magistrati, ma sorteggiati. Come alla tombola. Hanno deciso che per evitare le correnti, i giudici nei Consigli si scelgono a caso. Peschi un numero ed esce il laico, peschi un altro ed esce il togato.

Stanno trasformando la giustizia in una partita a tombola con in palio la libertà dei cittadini. E la domanda è una sola: a chi diamo il potere togliendolo ai magistrati? Ma alla politica, naturalmente. Quella che gode di una fiducia altissima. Quella dei partiti limpidi, trasparenti, che non rubano, non si mettono d’accordo, non fanno leggi per salvarsi la pelle. Affidiamo alla politica il controllo dei magistrati. Cosa potrebbe mai andare storto?

Il professor Grosso prova a spiegare l’ovvio: che il magistrato non è l’idraulico. Bella frase, quella, piace a tutti:

“Se il magistrato sbaglia, deve pagare come l’idraulico”. La mettono sui social, la scrivono sui cartelli. “Giustizia per Tizio che ha passato due anni in carcere ingiustamente”. Capisco la rabbia. Se mio figlio finisse dentro per un errore, io vorrei bruciare il tribunale. Ma riflettiamo un attimo.

L’idraulico viene a casa tua, ti dice che il problema è il rubinetto, lo aggiusta, e il giorno dopo ti allaga il bagno. Ha sbagliato lui. Paga. Il magistrato riceve le carte dalla polizia giudiziaria, legge le testimonianze, vede i rapporti dei periti. I periti dicono che le impronte sono sue. La polizia dice che aveva un movente. Tre testimoni giurano di averlo visto. Lui emette un’ordinanza di custodia cautelare. Dopo due anni, si scopre che i periti hanno sbagliato, i testimoni hanno mentito, la polizia ha fatto un pasticcio. Il giudice viene assolto in sede disciplinare perché ha applicato la legge sulla base di quello che sapeva. Chi ha sbagliato? Ma questo è troppo complicato. Molto più facile dire: “Paghi, mafioso!”.

Il professor Grosso lo spiega: se il magistrato sa che per ogni assoluzione dovrà pagare di tasca sua, non arresta più nessuno. Preferisce lasciare libero un colpevole piuttosto che rischiare di rovinarsi per un innocente. E questo vi sembra giusto?

E intanto nessuno parla dei tempi dei processi, le carceri che scoppiano, la mancanza di personale, gli uffici giudiziari dove i computer hanno Windows 95. Di questo non si parla. Perché questo è noioso. Questo è complicato. Meglio parlare di “potere dei magistrati”, di “suprematismo giudiziario”, di “ideologia woke nelle sentenze”. Ma quale ideologia, scusate? Un giudice che applica una legge che il Parlamento ha fatto, applica la legge. E se la legge è sbagliata, non è colpa sua.

Il punto è che questa riforma non risolve niente. Non accorcia i processi. Non assume cancellieri. Non compra computer. Non ristruttura le carceri. Non dà soldi alla giustizia. Cosa fa? Cambia la Costituzione per togliere potere ai magistrati e darlo alla politica. E siccome la politica, in Italia, è quella che ha inventato “Forum”, il “processo del lunedì” e le leggi ad personam, possiamo star tranquilli che ne farà buon uso.

La propaganda del Sì è semplice: “I giudici non pagano mai, sono una casta, votate Sì e li mettete in riga”. La propaganda del No è complicata: “Bisogna mantenere l’equilibrio dei poteri, la separazione delle carriere non accorcia i processi, il sorteggio è incostituzionale”. Una è come una pubblicità della Coca Cola: “Bevi e sei felice”. L’altra è come una lezione di diritto costituzionale. Indovinate un po’ quale funziona di più.

Io non ce l’ho con Bocchino, poveretto. Lui fa il suo mestiere. Prende i numeri, li mette in fila, e dice: “Guardate, è uno scandalo”. Poi arriva il professore e gli spiega che quei numeri non vogliono dire quello che lui pensa.

E lui: “Ah, ma allora quanti sono i procedimenti veri? Fateceli vedere”. Ma non capisce che non è questione di numeri. È questione di capire come funziona. È come se io dicessi: “In Italia ci sono 60 milioni di persone. Di queste, 30 milioni sono uomini e 30 milioni donne. Quindi la metà degli italiani ha la barba”. Capite che non funziona? Perché tra le donne qualcuna avrà la barba, e tra gli uomini qualcuno no, e poi ci sono i bambini, e poi...ma non importa.

Questa è la politica oggi. E intanto il professor Grosso spiegava che l’errore del giudice non è come l’errore del medico. Il medico sbaglia, muore un paziente. Tragedia individuale. Il giudice sbaglia, magari sulla base di errori altrui, e una persona sta in carcere due anni. Tragedia individuale anche quella, certo. Ma se il giudice avesse paura di sbagliare, non arresterebbe nessuno. E allora quanti morti farebbe la mafia intanto che aspetta il processo?

Questo è il punto che nessuno vuole vedere. La paura del giudice è la fine della giustizia. La fine della lotta alla mafia. La fine di tutto. Perché se passa il Sì, tra dieci anni ci ritroveremo con la magistratura in ginocchio, con i pubblici ministeri che hanno paura di indagare, con i giudici che prima di emettere una sentenza si chiedono “quanto mi costerà”.

E poi, quando la mafia comanderà indisturbata e i politici ruberanno a mani basse, qualcuno dirà: “Ma come abbiamo fatto a ridurci così?”.

E la risposta sarà: “Abbiamo votato con la pancia, non con la testa. Abbiamo creduto a quelli che dicevano ‘pagano come l’idraulico’. Abbiamo dimenticato che la Costituzione l’hanno scritta persone che la guerra l’avevano vista, e sapevano cosa vuol dire non avere giustizia”.

Io non so voi, ma io il 22 marzo vado a votare. E voto No. Non perché mi piacciono i magistrati. Non perché difendo le toghe rosse. Ma perché in questa riforma ci vedo la stessa faccia di sempre: quella di chi promette soluzioni facili a problemi difficili.

Quella di chi, per non dare soldi alla giustizia, preferisce cambiare la Costituzione. La Costituzione, quella che abbiamo giurato di rispettare, quella che i nostri nonni hanno scritto col sangue e con la speranza. Quella che in settant’anni ci ha tenuti insieme, nonostante tutto.

Forse è questo che non perdonano alla Costituzione: che funziona ancora. Oggi è il tempo di quelli che controllano e ti puniscono, oggi è il tempo del potere che si applaude da solo. Prendono un biglietto, pescano i giudici come dal sacco della tombola, e chi viene fuori non ha mai sbagliato niente. La legge sarà prona ad accontentare quelli che vogliono vendetta subito, senza processo.

Ma la vendetta non è giustizia. E la giustizia, senza giudici indipendenti, non è altro che il nome elegante che diamo alla paura.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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23 févr. 2026

SANTANCHÈ: COME CONGELARE UN PROCESSO E CHIAMARLO DEMOCRAZIA

Sapete qual è il problema di questo Paese? Che qui non muoiono le idee sbagliate, non muoiono i privilegi, non muore la voglia di fottere il prossimo.

E i processi stanno come i gatti sulle pietre calde al sole: aspettano. Si prendono una prescrizione, una improcedibilità, un conflitto di attribuzione, un rinvio tecnico e aspettano.

Spiegavo la Santanchè ad un'amico tedesco, convinto che lei fosse una specie di femminista (non so dove l'avesse letto!).

È una -per capirci- che di Silvio Berlusconi ha detto tutto e il contrario di tutto: che era un maschilista da combattere, che era il padre di tutti noi, che le donne gliele offrivano su un vassoio, che lui doveva farsi una ragione dei suoi problemi con le donne.

Alla fine è finita in un governo che dice di voler fare le riforme, di voler sveltire la giustizia. E la giustizia, intanto, per lei, è diventata un meraviglioso fermo immagine. Un'udienza rinviata di otto mesi. Poi un'altra. Poi la Consulta, i conflitti di attribuzione, il Senato che fa da scudo.

È come quando giochi a nascondino con un bambino piccolo e lui si mette le mani davanti agli occhi pensando di essere invisibile. Noi siamo quel bambino. E la giustizia è quella che ci vede benissimo, ma fa finta di niente per non farci piangere.

Centoventiseimila euro. È il costo di una presunta truffa all'INPS, soldi pubblici, la cassa integrazione per i dipendenti durante il Covid.

Gente che doveva stare a casa e forse, secondo l'accusa, lavorava in nero per la Visibilia della ministra.

Ora, io non so voi, ma quando penso alla cassa integrazione nel 2020, penso ai miei amici, ai parenti, a gente in ansia con la busta arancione, a chi aveva paura di non arrivare a fine mese.

E scopro che qualcuno, al governo, quel congegno pensato per non far sprofondare il Paese, forse l'ha usato come un bancomat personale.

E non solo: ha anche il tempo e i mezzi per impedire alla giustizia di fare il suo corso. Perché quello che vediamo qui non è un processo, è una dimostrazione pratica di come funziona il potere in Italia. Un manuale di sopravvivenza per la classe dirigente.

Se tu politico commetti un presunto reato e vieni scoperto, i tuoi avvocati trovano un cavillo procedurale (delle intercettazioni, delle mail, "non avevano chiesto il permesso al Senato!").
Il Senato, dove siedi tu, si erge a difesa della tua "prerogativa" e fa muro contro i giudici. Si trascina tutto in Corte Costituzionale. Nel frattempo passa un anno, due, tre. Il processo si congela. E quando si scongela, magari è prescritto, o è cambiato il governo, o ci siamo scordati tutti.

I pm che dicono: "I dipendenti in cassa integrazione lavoravano". E le difese: "No, sono solo documenti, non valgono". È una farsa. È come se uno ti rubasse il portafogli, la telecamera lo riprendesse, e il suo avvocato dicesse: "Sì, ma la telecamera non era autorizzata dal condominio, quindi i soldi sono del mio cliente".

In questo Paese, funziona così. Lo chiamano garantismo, quando sei tu al potere. Quando è l'opposizione, è ostruzionismo.

Lo chiamano difesa della libertà, quando sei tu l'imputato. Quando è un immigrato qualsiasi, è burocrazia.

Santanchè è un monumento all'opportunismo, una specie di eroina nazionale dell'ipocrisia. Ha dato lezioni di femminismo, salvo poi diventare la paladina del partito che considera il femminismo una roba da radical chic.

Ha detto che il tempo delle Minetti era finito, e poi ha governato con chi quelle serate le organizzava. Ha detto che le donne si offrivano a Berlusconi, e poi ha giurato fedeltà al suo ricordo.

Ha detto "non ho mai detto una parola contro di lui", e noi abbiamo le prove che sì, le aveva dette, eccome. Ma va bene così. In Italia, la memoria è un optional, specialmente se hai una poltrona da difendere.

Mentre la sua udienza slitta, mentre il meccanismo si inceppa apposta, mentre i tempi si allungano sempre più, lei sta lì, al Ministero, a fare la ministra.

A tagliare nastri, a dire "ce la faremo", a dispensare ricette per il rilancio del turismo, mentre il suo stesso rilancio personale poggia su fondamenta di carta velina e cavilli legali.

È la sintesi del nostro ceto politico: imprendibile, scivoloso, sempre in bilico ma mai in caduta. Perché in Italia, cadere è per i poveracci. Per i ricchi e i potenti ci sono sempre delle reti: il partito, gli amici, il Senato, la Consulta, il tempo che lavora per loro.

La richiesta di processo è del maggio 2024. Siamo a febbraio 2026. Non si è ancora concluso niente. Ogni tot mesi: "Il ricorso del Senato", "Il conflitto di attribuzione", "L'udienza congelata".

Il sistema Italia è una macchina perfetta per non punire mai i suoi figli migliori. È una monarchia assoluta, ma senza il re, con mille principi e principesse che si spartiscono la torta e si proteggono a vicenda.

Non so come andrà a finire per la Santanchè ma so già come andrà a finire per noi: saremo un po' più stanchi, un po' più rassegnati, un po' più convinti che tanto, è inutile quando vedi una ministra che se ne frega dei processi, che li usa come un gioco dell'oca per tornare alla casella di partenza.


(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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22 févr. 2026

LA CATTEDRA DEL PROFESSOR DI MAIO

Guardi un politico e pensi: questo è come una di quelle palle rigettate dal mare. Non muore, non affonda, torna sempre a galla per farti inciampare mentre passeggi sul bagnasciuga.
Noi italiani siamo nati in una terra dove l’opportunismo è più elastico della mozzarella filata, e dove la faccia tosta è una risorsa nazionale, come il sole e la disoccupazione.

Si dice che dopo la morte non ci sia nulla, ma io credo che per i nostri politici sia vero il contrario: dopo la morte politica, arriva la resurrezione, e spesso la ricompensa è una poltrona in qualche posto dove nessuno controlla cosa fanno.

È una storia antica, tristezza e rabbia che ti sale guardando come ci si arrangia sempre, come si cambia casacca, come si tradiscono gli elettori e poi si viene premiati.

Un sistema che premia i trasformisti. Oggi, la palletta rigettata dal mare ha un nome e un cognome: Luigi Di Maio.

E non è tornata a galla a Mergellina ma sulle rive del Tamigi. Dallo stadio San Paolo al King’s College. Da lì dove si urlava "uno vale uno" al Dipartimento di Studi sulla Difesa.

Di Maio, dopo essere stato ministro del Lavoro, ministro degli Esteri, capo politico del Movimento 5 Stelle, fondatore di un partito chiamato "Impegno Civico" che è durato meno di un ghiacciolo ad agosto, dopo aver fatto il bagnino con Conte e l’ombrelliere con Draghi, ora è diventato "Honorary Professor".

Ora, se leggi "Honorary Professor" pensi a uno che ha scritto libri, che ha scoperto la cura per una malattia, che ha vinto il Nobel. Se sei Luigi Di Maio, "Honorary Professor" significa: "Abbiamo visto il tuo curriculum e abbiamo pensato che fosse così tragicomico da doverlo studiare. Quindi, invece di prenderti in giro, ti prendiamo in cattedra.”

Si occuperà di sicurezza internazionale, di relazioni Europa-Golfo. Ma fammi capire. Sicurezza? La sicurezza di non farsi sgamare mentre cambi idea? La sicurezza di non perdere mai il posto? Lui, che quando c’era da dire "Russi, vi voglio bene" la diceva. E quando c’era da dire "Ucraina, vi voglio bene" la diceva.

Ha fatto più curve lui di un gran premio di Formula 1. Se la sicurezza internazionale si basasse sulla capacità di capire da che parte tira il vento prima di tutti gli altri, allora Di Maio sarebbe il segretario generale dell’ONU, o della NATO. Tempo al tempo, ci arriverà.

Io me lo vedo lì, in toga, a parlare ai giovani studenti di King's College: "Vedete, ragazzi, la geopolitica è come il calcio. A volte giochi nel Napoli, a volte giochi nella Juve. L'importante è stare in campo. E se la squadra va in serie B, tui torni in A con un'altra maglia. L'importante è non ritrovarsi mai senza squadra. E soprattutto, non fate mai come quelli che si intestardiscono su una maglia sola: quelli finiscono in curva, non in tribuna d'onore.
Io, ad esempio, ero il capitano del movimento 'Solo una maglia'. Poi ho capito che il bello del calcio è fare la collezione. Così ora ho una maglia Ue, una del King's, una dell'Ambiente. E nessuno si ricorda più chi ho tifato domenica scorsa."

Utopie: Per essere un professore onorario, dovresti avere onore. Ma se hai onore, probabilmente non sei un politico italiano che ha cambiato tre partiti in quattro anni e ha ottenuto un incarico europeo dopo essere stato cacciato via dai suoi stessi elettori. Quindi, per essere diventato professore, Di Maio ha dovuto dimostrare di non meritarselo, perché se lo meritasse, non sarebbe così abile a giocare al massacro con la propria coscienza.

E pensare che una volta erano i professori a finire in politica. Ora sono i politici falliti a finire professori. È l’università come anticamera del parcheggio dorato.

Oramai i pagliacci non stanno più nel circo ma insegnano all'università e decidono le sorti dei popoli. E noi siamo lì a pagare il biglietto, ogni volta, con le tasse, con il voto tradito, con la dignità.

La ciliegina sulla torta? La collaborazione è "a titolo gratuito". Gratuito come l’aria che tira. Di Maio insegna gratis! Ma certo! Perché se paghi uno così, poi quello si sente in dovere di lavorare. Invece così è perfetto. Lui ci va per il prestigio, per la foto, per dire "Io, al King's".

Loro lo prendono per avere un testimonial vivente di come funziona il capitalismo della coscienza: se hai la faccia come il culo, puoi vendere qualsiasi cosa. Anche la tua totale mancanza di spina dorsale.

Mentre l'Europa gli affida il dialogo con il Golfo (immaginate i sauditi che lo guardano e pensano "Questo è uno dei nostri: vende qualsiasi cosa per una poltrona, capirà subito il business del petrolio"), lui si prepara alla nuova vita.

Luigi Di Maio. L'uomo che ha reso il trasformismo un'arte performativa. L'uomo che ha trasformato la faccia di bronzo in un metallo nobile. Il professore che insegnerà ai giovani come si fa a vincere sempre, senza mai vincere veramente, ma senza mai perdere del tutto.


(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)


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18 févr. 2026

MICHELE SERRA, LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO

Si parte da una malinconia frustrante, cercare di ragionare con mio padre, che legge solo il giornale “La Repubblica”. Lui ama Michele Serra, io lo considero invece un “Allegro Chirurgo”. "Dai America, che non sei tutto sbagliata", sostiene Serra.

Ma quel paese, dal primo vagito, ha cominciato a prendere a schiaffi il vicino per prendergli la terra, e poi ha continuato con gli schiaffi in faccia a tutto il mondo.

Questa è l'America. Non è solo Trump, non sono solo i MAGA con i loro cappellini rossi da bambini viziati che si sono scoperti razzisti guardando un film di John Wayne. No. L'America si è svegliata un mattino e ha deciso che lo specchio non doveva mostrarle le rughe, ma solo il suo rossetto nuovo. E allora ha cominciato a sparare allo specchio.

Michele Serra scrive preoccupato di questa "sontuosa capacità censoria" dei MAGA. E ha ragione, certo che ha ragione. Togliere i pannelli sugli schiavi a casa di George Washington è come nascondere la polvere sotto il tappeto e poi meravigliarsi se la stanza puzza di muffa. È ridicolo. È da dilettanti. È la cancel culture dei poveracci, quella fatta coi cerotti e la paura della storia.

Ma io, mi domando: questa indignazione selettiva non è forse un'altra forma di rimozione? Ci si scandalizza perché tolgono i pannelli sugli schiavi del Settecento, ma quando l'America, con la stessa nonchalance con cui si ordina un caffè, ha rovesciato governi in Iran, Guatemala, Cile? Quando ha tappezzato il Sud-Est asiatico di napalm, bruciando bambini che non avevano nemmeno un pannello da leggere? Quando ha armato Saddam, poi lo ha bombato, poi si è meravigliata che nascesse l'ISIS? Tutto questo, dove lo mettiamo? In quale bacheca di museo?

Questa è la sontuosa ipocrisia di chi guarda con orrore il "popolino scomposto" che assalta il Congresso, ma dimentica che quello stesso popolino, o suo cugino, magari ha passato la vita a fabbricare le bombe intelligenti che hanno reso "intelligenti" intere città, riducendole a polvere.

Quella che piange per i pannelli rimossi a Philadelphia, ma applaude quando un drone, pilotato da un ragazzo in Nevada che sembra giocare ai videogame, trasforma un matrimonio in un funerale dall'altra parte del mondo.

È un grande club, il club dei "buoni". Quelli che hanno lo schiavismo nei libri di storia, ma l'imperialismo nel DNA. Quelli che credono che il problema sia la censura dei libri, non la censura della realtà operata da decenni di propaganda che ti vendono ogni guerra come l'ultima stagione di una serie TV piena di eroi.

Gli americani sono i nuovi crociati digitali, hanno l’arroganza di voler "civilizzare" il mondo con la forza, solo che oggi la spada si chiama dollaro e la croce si chiama "eccezionalismo".

C'è un'operazione in corso, un capolavoro di prestidigitazione intellettuale. Si costruisce un mostro, Trump, gli si mettono addosso tutte le colpe, e poi, guardandolo, si esclama: "Ecco il Male!".

E mentre tutti guardano il mostro che strappa i pannelli, le macchine della "diplomazia" continuano a macinare morti, con la solita, identica, inossidabile cortesia.

Non so chi sia peggio, se l'uomo bianco che spara in faccia perché sei nero, o l'uomo bianco che ti bombarda la casa con un missile "chirurgico" perché "porti la democrazia".

L'America è nata con uno schiavo sotto i piedi e un fucile in mano. È la sua poesia fondativa. Certuni tengono quella violenza in casa, la covano come un rancore, e la sfogano sui vicini, sugli immigrati, sui libri di scuola.

Altri, più eleganti, l'hanno trasformata in un'azienda, la "Violenza Globalizzata S.p.A.", con tanto di azioni in borsa e discorsi sulla libertà.

E noi, da spettatori, dovremmo scegliere il male minore? Dovremmo preferire l'imperialista col libretto delle istruzioni (democrazia, mercato, diritti umani) all'imperialista che butta via il libretto e si affida all'istinto?

Questo è l'imperialismo. L'unica differenza tra un conquistatore e l'altro è la lingua in cui firmano i trattati di pace.

Siamo quello che facciamo per abitudine. E l'abitudine americana, da sempre, è una sola: prendere. E chi prende, prima o poi, deve giustificare il furto. Con una preghiera, con un articolo di giornale, o con un pannello. L'importante è che la storia la scriva lui.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)


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7 févr. 2026

ANDREA PUCCI (L’intrattenimento di massa è l’infrastruttura del consenso. Chiamatelo “edutainment” patriottico! Ti insegno a ridere dove e quando e per chi devo. Arrivano i parà dell’intrattenimento, i cacicchi del cabaret, gli yes-man con il microfono a forma di clava)

Ho fatto un sogno. Cammino per la città, sembra Pompei moderna nel 78 d.C.. Un solo, lunghissimo manifesto pubblicitario, con la stessa faccia che ti sorride e ti dice cosa devi amare, per cosa devi ridere, cosa devi dimenticare. Io sono annoiato, prima ancora che spaventato.


Perché la tirannia più perfetta non è quella che ti fa inginocchiare, ma quella che ti fa cambiare canale e ti convince che quello che vedi è l’unico spettacolo possibile.

Allora, sentendo che Andrea Pucci sarà co-conduttore a Sanremo 2026, mi viene una malinconia feroce.

Alzate il volume, signore e signori, perché lo spettacolo deve continuare, anche se lo spettacolo è che non c’è più nessuno spettacolo!

Non si controlla solo il ministero, la banca, il telegiornale. Ora tocca alla ninnananna nazionale, alla notte bianca dei fiori di plastica e delle note stonate.

Sanremo! L’ultima trincea! E invece no: arrivano i parà dell’intrattenimento, i cacicchi del cabaret, gli yes-man con il microfono a forma di clava.

L’obiettivo finale è sempre il tuo cervello. È il “pacchetto completo”! Ti danno anche la risata in riscossione coattiva! Questo è il premio: Andrea Pucci che ti fa l’occhiolino per due ore di fila mentre declama l’amor patrio tra una pubblicità dell’Eni e una coreografia con le divise dei Carabinieri!

Chiamatelo “edutainment” patriottico! Ti insegno a ridere dove e quando e per chi devo. E se non ridi, sei un radical chic, un rospo rosso, un nemico del popolo che non sa godersi le cose semplici.

Le cose semplici come un colossal mediatico da milioni di euro, organizzato dallo Stato, con gli inviti selezionati dal partito, e condotto da chi ha fatto la fedelissima caricatura del “volenteroso della nazione” per una decade. Che splendida, orribile, prevedibile coincidenza.

La verità è la prima vittima del potere. La seconda vittima è il cattivo gusto. La terza è l’alternativa. Il monopolio non è solo economico, è neuronale. Ti costruiscono un paesaggio familiare, una simpatia obbligatoria, un orizzonte di pensiero con le luci al neon e il playback.

È la soluzione finale al problema della diversità. Non la elimini. La assimili in un varietà. Controllare Sanremo nel 2026 è come controllare il sogno collettivo di una nazione che ha smesso di sognare ad occhi aperti e si accontenta di guardare la televisione a occhi semichiusi.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Qui non si tratta di pensare male. Si tratta di guardare. E quello che si vede è un incrocio tra una parata militare e una puntata di “Striscia la notizia”, dove le ragazze in tubino non sono più il premio, ma l’avanspettacolo per un messaggio politico zuccheroso e penetrante. Il potere che diventa simpatica canaglia, il controllo che si fa battuta, l’ortodossia che balla il tip-tap.

Non chiamatela cultura. Chiamatela infrastruttura. L’intrattenimento di massa è l’infrastruttura del consenso. E quando un governo possiede sia l’hardware (le tv pubbliche) che il software (i conduttori, i copioni, i “personaggi”), allora hai il perfetto “Disneyland del Dovere”, dove ogni sorriso è un dovere civico e ogni applauso una standing ovation obbligatoria per lo spettacolo del potere.

È il fascismo dell’allegria! Devi essere felice! Devi essere leggero! Devi applaudire il ventriloquo mentre ti infila la mano dove non batte il sole e muove le tue labbra per farti cantare “Volare”!

E se ti lamenti, sei tu quello che rovina la festa. Sei tu il guastafeste, il complottista, l’amaro.

Provano a rubarci il diritto alla malinconia, alla rabbia, alla dissonanza. Andrea Pucci è un incubo umoristico! È la commedia dell’arte del nuovo regime, dove Arlecchino indossa una cravatta tricolore, Pantalone fa la manovra finanziaria sul palco, e Colombina è la libertà di stampa, ammanettata a un carro allegorico della Rai!

Ridono mentre svuotano il significato di tutto! Il loro slogan è: “NON PIANGETE, ORGANIZZIAMO NOI ANCHE LE VOSTRE RISATE”.

È la satira che diventa realtà, ma al contrario. Non è la realtà che viene satirizzata. È la satira che viene usata come schermo per la realtà. Il comico non è più chi sfida il potere. È il potere che si fa comico per sfidare la tua capacità di distinguere ancora la presa per il culo dalla notizia. Ti inondano di zucchero satirico fino a farti venire il diabete dell’anima. E poi ti vendono l’insulina, che è sempre loro.

L’unica cosa più tragica di uno Stato che controlla la commedia, è una commedia che si fa Stato. È il trionfo del mediocre, dell’amico degli amici, del simpatico a comando.

È la morte del genio scomodo, della voce che non ha paura di non far ridere, ma di far pensare.

Hanno messo in sicurezza anche l’ultimo territorio selvaggio: l’irriverenza. L’hanno recintato, disinfestato, illuminato a giorno e ci hanno piazzato sopra un conduttore televisivo.

Tuttavia esiste una soluzione: Basta non guardarlo!

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 2/26, Mip Lab)


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#MIPLab



4 févr. 2026

FRANCESCA ALBANESE: IL RESOCONTO DELL’APOCALISSE A MONTECITORIO (il capitalismo del disastro applicato alla pulizia etnica. Per questo è la "strega". Non perché dica falsità, ma perché dice verità talmente esplosive da far tremare le fondamenta dell'ordine ipocrita su cui poggiamo. E il governo Meloni, in linea con le circensi acrobazie retoriche, non l'ha nemmeno ricevuta. Unico paese “civile” a farlo)

Pare che la sala Montecitorio fosse piena. L'ho saputo dalla mia cara amica Doriana Goracci. Piena di persone che stanno a sentire qualcosa di terribile. E la cosa più amara è che in quella sala, per ascoltare che da qualche parte il mondo sta cadendo a pezzi, non c'era più un posto vuoto.

Non per la partita, non per il concerto, ma per sentire la lista dei morti. Questo è il punto in cui siamo arrivati: dobbiamo prenotare il posto per l'orrore.

E poi finisce la conferenza, si spegne la luce, e tutti fuori, nel traffico, come se l'orrore fosse rimasto lì, sulla sedia, e ti porti via un pezzo di quell'orrore addosso, e ti senti più vecchio, più stanco. Senza sapere bene il perché.

Signore e signori, c’è chi ha il coraggio di scoperchiare il più grande spettacolo ipocrita del mondo occidentale!

Stasera, sul palco principale: il genocidio in diretta streaming!

Presentato da Israele, sponsorizzato da USA e Germania (con il 99% degli armamenti forniti, applausi!), e con la gentile collaborazione tecnica di Italia & Co..

L'Italia, un partner così premuroso che, mentre bloccava timidamente nuove esportazioni di armi, ha quintuplicato le sue importazioni di armi israeliane.

Da cliente a fornitore? No, più intelligente: da complice minore a cliente fedele del macellaio! Un genio della realpolitik!.

Non è "complicità". Chiamatelo col suo nome dolce: "business as usual". L'F-35 che vola su Gaza ha pezzi made in Italy.

Il proiettile che uccide una famiglia a Gaza, il porto italiano che fa transito per la logistica, l'esercitazione militare congiunta in Grecia; sono tutti "pezzetti" di un puzzle chiamato crimine collettivo.

Ma attenzione! Il governo italiano si difende:

"Noi rispettiamo la Legge 185 del 1990, che vieta di vendere armi a chi viola i diritti umani!".

È come un pirata che brandisce il codice della strada.

E mentre lo dice, sta pure cercando di modificare quella legge per togliere la trasparenza, per non far sapere a noi, pecorelle, attraverso quali banche fluiscono i soldi del sangue.

Prima ti rendono complice, poi ti rendono ignaro.

Gli stati più potenti della Terra hanno guardato il bagno di sangue a Gaza -64.605 morti, 163.319 feriti, un "cimitero" secondo l'ONU- e hanno detto:

"Interessante".

Hanno visto la Corte Internazionale di Giustizia parlare di "rischio di genocidio" e hanno detto:

"Prendiamo nota".

Hanno letto il rapporto della loro stessa relatrice ONU, Francesca Albanese, che parla di 63 stati complici, e l'hanno sanzionata, insultata, chiamata "strega", denunciata in tribunale dalla lobby pro-Israele.

La macchina non solo uccide, ma cerca di mettere a tacere chi indica il killer.

E l'Italia? Il governo Meloni non l'ha nemmeno ricevuta. Unico paese “civile” a farlo. Che orgoglio.

In compenso nel Parlamento italiano c'è stata una vivace discussione.

Da una parte, una sparuta minoranza che ha portato la Albanese a dire:

"La Palestina continua a essere distrutta e l'Italia è complice".

Dall'altra, la maggioranza che ha gridato allo scandalo:

"Doppia morale! Oltraggio!".

Questi stessi politici, pochi giorni prima, si erano indignati perché l'opposizione aveva occupato la sala per bloccare la presentazione di una proposta di legge sulla "Remigrazione" di gruppi neofascisti. Capite l'umorismo? Bloccare i neofascisti è oltraggioso. Ascoltare un rapporto ONU su un possibile genocidio è oltraggioso. L'unica cosa non oltraggiosa, a quanto pare, è continuare a rifornire di armi e soldi il governo che quel genocidio lo sta compiendo. La logica è una danza macabra.

Per fermare le forniture di armi a Israele, servirebbe l'azione dei tre principali fornitori: USA, Germania e Italia. Ma questi non agiranno finché non agiranno. Nel frattempo, l'Italia può dire: "Noi abbiamo sospeso le nuove licenze!" (mentre le vecchie valgono milioni e le importazioni esplodono). La Germania può dire: "Siamo i garanti di Israele!" (fornendo il 33% delle sue armi, soprattutto navi che bloccano Gaza). E gli USA possono respingere al Senato qualsiasi mozione per bloccare gli aiuti miliardari.

Il sistema è perfetto: tutti sono colpevoli, ma nessuno è responsabile. E se qualcuno, come la Albanese, grida che il re è nudo, lo si accusa di antisemitismo.

Un trucco così vecchio che ha la barba bianca. Usare la memoria della Shoah per coprire un massacro. È come usare un estintore per alimentare un incendio.

Analizziamo il flusso di capitale. Il rapporto parla di un sistema economico del genocidio. Non solo armi. Commercio (474 miliardi di dollari di scambi con Israele tra 2022-2024), investimenti, collaborazioni tecnologiche "dual-use". L'Occidente, e parte del "Global Majority", profitta della distruzione.

Si condanna a parole e si firmano contratti. È il capitalismo del disastro applicato alla pulizia etnica.

E i media? In Italia si discute se la RAI sia "Tele Meloni" o meno, mentre i talk show si trasformano in arene dove la conduttrice di turno può sfogare "livore" contro il governo, ma raramente si approfondisce il flusso delle armi o il significato giuridico di "complicità". Si preferisce alimentare lo scontro politico allo scandalo morale. Il genocidio è uno sfondo, un tema di discussione, non un'emergenza che ferma il mondo.

Ricapitoliamo. Abbiamo le prove. Abbiamo le leggi internazionali che urlano "FERMATELI!". E cosa fa la comunità degli stati? “Acrobazie retoriche”, come sottolinea la Albanese.

Eccoli all’opera i funamboli del cinismo.

"Siamo preoccupati..." (intanto la bomba viene caricata). "Chiediamo moderazione..." (intanto si rinnova il contratto per gli F-35). "Bisogna rispettare il diritto internazionale..." (intanto si boicotta chi lo applica).

Il potere non è corrotto, è corruzione istituzionalizzata.

L'Italia è il terzo fornitore?
È politica estera.
Si modificano le leggi per oscurare i flussi finanziari delle armi? È sicurezza nazionale.
Si insulta una relatrice ONU?
È patriottismo.

Si chiama Impero. E l'Impero parla la lingua della legge quando serve, e la calpesta quando serve. L'unico crimine vero, agli occhi del potere, è rompere il silenzio della complicità.

È quello che ha fatto Francesca Albanese. Per questo è la "strega". Non perché dica falsità, ma perché dice verità talmente esplosive da far tremare le fondamenta dell'ordine ipocrita su cui poggiamo.

Si tenta in ogni modo di annichilire chi la pensa diversamente. Siamo avviliti. Nauseati. Ci aggrappiamo a gesti simbolici: firmare petizioni, discuterne al bar, condividere post.

Forse, come la cantante Levante, rifiutarsi di andare all'Eurovision se vi partecipa Israele.
Forse, come alcuni portuali di Marsiglia, rifiutarsi di caricare munizioni.

Piccoli atti di diserzione in un sistema che ha fatto della complicità un obbligo. È la ribellione della coscienza contro la passività organizzata. È tutto ciò che ci resta mentre i nostri governi, nella loro saggezza cinica, scelgono di essere architetti attivi dell'orrore, non semplici spettatori.

Gaza è un cimitero. Quasi. Fino a quando l'ultimo palestinese non avrà recitato la sua parte: quella della vittima silenziosa, sotto le bombe firmate anche da noi.

Questo non è un report. È un atto di accusa. Contro i governi. Contro i media compiacenti. Contro l'opinione pubblica narcotizzata.

E, soprattutto, contro quella cospirazione della realpolitik, che scambia vite umane per interessi strategici.

La Albanese l'ha detto chiaro: il diritto internazionale non è un'opzione, è un obbligo. Chi lo viola è complice. Punto.

Siamo tutti chiamati a scegliere da che parte stare: con gli esecutori e i loro complici, o con le vittime e coloro che, come Nelson Mandela ci ha insegnato, sanno che "la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi".

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

#italiennéandertalien
#MIPLab



2 févr. 2026

LA SANITÀ PUBBLICA È IL MIGLIOR INVESTIMENTO PER LA SANITÀ PRIVATA

Per non farti sentire mai solo, ti assegnano un amico invisibile che si chiama Lista d’Attesa. Ci fai amicizia, ci prendi confidenza. “Ci vediamo tra un anno, per la risonanza”, e tu già ti prepari, metti da parte i soldi per la cena dopo la visita. Che forse non ci sarà mai, perché schiatti prima. 

È un rapporto duraturo, di quelli che ti segnano. Una promessa d’amore pubblica. Che forse si consumerà in privato. Pagando. Ma è pur sempre amore.

Funziona così. Il medico del pubblico ti dice “Aspetta”, e poi ti passa il bigliettino col numero del suo studio privato.
È legale! Tu stai male, lui sta facendo soldi, e lo Stato fa finta di non vedere. 

La legge dice una cosa e ne fa un’altra. Il decreto 229 del ’99 sta in una stanza dei documenti segreti: 

“L’attività libera professionale non può superare quella istituzionale”. 

Che bella frase. È come dire “la cocaina non dovrebbe ucciderti”. Intanto, guarda i dati: 98%, 90%, 85% attività privata. Sono percentuali da orgasmo, per un capitalista. La Legge è la miglior copertura per un crimine che va in onda in prima serata, tutti i giorni, negli ospedali.

Hanno trovato il Santo Graal. Hanno inventato il problema perpetuo che alimenta la soluzione a pagamento! È come vendere sia l’antidoto che il veleno, ma essere anche il dottore che ti fa l’iniezione. 

Le liste lunghe non sono un errore, sono una caratteristica del sistema! 

“Guarda che bello, la lista è lunga solo un anno! Quest’anno abbiamo un ottimo raccolto di liste!”. 

E il cittadino paga. Due volte. Con le tasse per il sistema che non funziona, e con i contanti per il medico che il sistema lo bypassa. È la truffa perfetta. 

La povera Giuliana, con la sua gamba che le faceva male, aspettava, aspettava. Sulla sua ricetta c’era scritto “Programmata”, traducibile “Forse un giorno, forse mai”. 

I dottori, bravi scienziati tutti, hanno scoperto che il tempo può essere piegato: un giorno in lista d’attesa pubblico può essere convertito in un’ora nello studio privato, con un semplice trasferimento di denaro. 

Il Rizzoli è l’undicesimo al mondo per ortopedia, e il primo al mondo per creare code interregionali. La sanità pubblica è il miglior investimento per la sanità privata. 

Del resto, per ridurre le liste d’attesa, la legge dice ai medici pubblici di non fare troppa attività privata. Ma più le liste sono lunghe, più l’attività privata è redditizia. 

Quindi, per essere un bravo medico che segue la legge (e riduce le liste), dovresti rinunciare a soldi facili. 

Ma, alla fiera dell'est, se rinunci a soldi facili, come fai a pagare le tasse che finanziano l’ospedale pubblico che non riesce a ridurre le liste? 

L’unico modo per rispettare la legge è infrangerla. Chi è pazzo, qui? Io, che aspetto, o loro, che hanno scritto il sistema?

È una squallida, lucidissima simbiosi. Una frode di Stato aerosolizzata, inalata ogni giorno da milioni di persone che chiamano il CUP. 

L’odore di clinica privata e di disinfettante scaduto del pubblico si mischiano in un unico fetore: il profumo del denaro. Humanitas, con il suo +15,5 milioni nella parte privata, è il ritratto dell’avidità contemporanea: elegante, pulita, impeccabile nei bilanci, e moralmente putrefatta. 

Usano i medici pubblici come apostoli per predicare il Vangelo dei Pagamento Diretto. La "commistione" di cui parlano non è un errore: è l’intero, lurido progetto.

In Italia l’individuo è solo, il suo corpo è una macchina che si rompe. Lo Stato è una macchina più grande, che si è rotta prima della sua. 

L’unica relazione autentica che gli rimane è quella economica: trasferisci denaro, ricevi una visita. 

Le liste d’attesa infinite sono il modo più onesto che il sistema ha trovato per dirti che non sei nessuno. 

Se vuoi essere qualcuno, devi pagare. È il mercato che estende la sua logica all’interno del corpo stesso. La depressione non è più una malattia, è una condizione pre-operatoria.

È un racket legalizzato. Hanno preso il patto sociale -io pago le tasse, tu mi curi- e ci si sono puliti il culo. 

E il paziente è il pollo da spennare. Che sia un anziano con l’anca o una donna con un nodulo, non importa. L’importante è che il flusso di denaro non si fermi mai. 

L’ipocrisia di questo sistema è surreale. Si compiacciono da soli, tra bilanci e decreti, mentre fuori la gente sceglie tra la rata del mutuo e l’ecografia (il problema è che molti preferiscono l'iPhone ultimo modello. Ma questo è un altro discorso)

Mentre leggiamo queste cifre -10 miliardi, 98%, 46%- la televisione di Stato e i suoi talk show parlano del delitto di Garlasco, del Ponte sullo Stretto e degli “incidenti” di piazza.

Sono i depistaggi narrativi perfetti per non farci mai, mai guardare il buco nero in sala operatoria: la sanità pubblica dissanguata per nutrire quella privata. 

Parlano di Niscemi solo quando esplode, del lavoro quando scioperano, delle pensioni quando è troppo tardi. 

Perché il problema vero, quello strutturale, il “circoletto vizioso” dei soldi, quello è noioso, è complicato, fa cambiare canale. 

E invece è lì il trucco di magia: mentre guardate il piccione morto sulla piazza, vi hanno svuotato le tasche e la barella.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

#italiennéandertalien 
#MIPLab

CRIMINALIZZA I PACIFICI. SEMINA IL TERRORE, LA VIOLENZA DI STATO COME SERVIZIO PUBBLICO (i media, bravi ed obbedienti, fanno il resto: spostano il dibattito sul "chi sono" i violenti fantasmi stranieri invece che sul "chi li lascia fare")

Il copione, come sempre, era già scritto. La macchina del finto caos, oliata e pronta. Arrivano "fantasmi" e mettono a ferro e fuoco Torino. Chiamiamoli per quello che sono: agenti del caos con stipendio fisso e benefit. Ma non ditelo in TV, che sono parole forti. In TV ti dicono che vengono "dall'estero". Sono sempre i figli del Conte Dracula arrivati dalla Transilvania per rompere le vetrine. Funziona. La gente ci crede.

E la polizia dov’era? A farsi le unghie? Conoscono il percorso, hanno le telecamere, i droni, la merda tecnologica che ci vendono per sicurezza. Ma questi "fantasmi" armati fino ai denti no, quelli no, quelli li vedi solo quando è troppo tardi. È illusionismo di stato! Un gioco di prestigio dove spariscono i diritti e compare la repressione.

Anche mia madre ha commentato il tg 3: “Ma come mai questi scalmanati vengono tutti dall’estero e non li acciuffano mai!?” Forse sono alieni? Forse gli alieni vengono a protestare a Torino (Prima preferivano Genova).

Per fermare i violenti, devi avere la volontà politica. Ma la volontà politica c'è solo dopo che i violenti hanno fatto il loro lavoro, per giustificare le nuove leggi che servivano a fermarli prima. Se li avessi fermati prima, non avresti la scusa per le leggi. Ti inchiodano alla tua stessa logica.
Prima il trauma: la violenza, la paura, le fiamme in TV a ripetizione. Poi la "cura": il pacchetto sicurezza, lo stato di polizia, la sospensione del garantismo per chiunque osi dissentire. Creano il mostro, poi si offrono come unici cacciatori in grado di abbatterlo. È un racket. Il più grande racket di protezione che esista.

Francesco Cossiga, citato come un oracolo osceno, è il sommo sacerdote occulto di questo rito, anni fa, aveva già dettato il verbo: “Lasciarli fare...picchiarli”. È il manuale. Spaccali, criminalizza i pacifici, semina il terrore. E poi fai suonare le sirene delle ambulanze come una sinfonia per il pubblico rassicurato. La violenza di stato come servizio pubblico.

La manipolazione è così sfacciata che ormai è un arte concettuale. I media, bravi ed obbedienti, fanno il resto: spostano il dibattito sul "chi sono" i violenti fantasmi stranieri invece che sul "chi li lascia fare". E il pubblico è troppo impegnato a odiare lo il cattivo di turno per vedere il burattinaio. È un paese di sonnambuli che applaude i propri carcerieri.

La dissidenza va annichilita, la piazza messa in ginocchio, l'intellettuale ridotto a terrorista. Una voluttà burocratica. Poi torni a casa, accendi il tg, e ti senti protetto. Ti hanno fatto il lavaggio del cervello e ti hanno messo anche il balsamo.

Ricapitoliamo: violenti misteriosi appaiono dal nulla in città blindate. La polizia, misteriosamente, è in letargo. Scoppia il casino. I media gridano al terrore di piazza. Il governo propone leggi che aspettava solo il pretesto per far passare.

E noi siamo qui a chiederci: "Ma è così difficile scoprirlo preventivamente?".

Il più delle volte, quando un governo grida "al lupo!" è perché hanno loro stessi pagato il lupo per farsi vedere. E quando finalmente gli sparano, incassano la ricompensa e si fanno eleggere eroi.

L'unica cosa più imbarazzante della strategia del potere è la nostra capacità di fingere stupore ogni volta che la mette in atto.

Quand’ero ragazzo vidi un pomeriggio d’estate un vecchio filmetto noir, non ricordo il titolo. Ma noi siamo come la ragazza che, dopo la decima volta che cercano d’ammazzarla, continua a chiedersi "Diamine…ma chi mai potrebbe volermi morta?".

Torino, Genova, è sempre lo stesso copione. Un sistema che ha bisogno del nemico, e se non c'è, lo crea. Lo incuba, lo nutre, lo infiltra nella folla. Poi lo scatena. E quando la paura ha raggiunto il picco, si presenta come l'unica soluzione. Con le leggi speciali. Con le manganellate. Con le sirene delle ambulanze che coprono gli urli. Funziona sempre.

***
"Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale." (Francesco Cossiga)

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)

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31 janv. 2026

EH NO! NO, NO, NO!!!

È triste vedere una macchina che funziona, certo, un po' vecchiotta ma che va, e decidere di smontarla pezzo per pezzo. Non perché sia rotta, ma perché forse, a qualcuno, dà fastidio il rumore del motore. Il rumore della giustizia che prova a lavorare. E tu guardi i pezzi sul sparpagliati allo (s)fascio e pensi:

"Adesso come la rimontiamo?".
E la risposta è che, a chi sta smontando, non interessa rimontarla. Interessa che non si muova più.

"Separare le carriere". Sembra una cosa da grandi maghi: "Magia magia…Separazione!".

In realtà è come dire a due gemelli che devono custodire la stessa casa: "Da oggi, tu controlli solo le finestre, tu solo la porta". E poi chi mette la serratura alla porta? Il governo di turno. E chi decide se tenere le finestre aperte per l'aria buona o chiuse per paura? Sempre loro. E noi fuori, a bussare.

Ti promettono più giustizia, ma intanto moltiplicano i posti a sedere. I consiglieri da 33 diventano 78. Sai quanti soldi sono? E chi paga? Noi, mentre loro si siedono su tre poltrone diverse invece che su una. Hanno inventato il "tris di poltrone". E la chiamano riforma. Io la chiamerei "grande abbuffata sulla nostra pelle".

Non vi fate ingannare dalle parole complicate. "Alta Corte", "sorteggio", "3/5"... È fumo. La sostanza è una sola: togliere potere a chi indaga sui potenti e darlo a... indovina un po'? Ai potenti! È un vecchio trucco del mondo. Metti il poliziotto nello stipendio del ladro e vedi che succede: smette di arrestare il ladro.

Vogliono prendere un sistema, non perfetto ma che almeno ha l'idea folle che un pubblico ministero sia libero come un giudice, e spezzarlo in due. Per mettere il PM sotto controllo. Per dirgli: "Quello sì, indagalo. Succederà questo se diremo Sì.

Dicono che sia necessario. Una necessità improvvisa, come quella di un uomo annegato che ha bisogno di una secchiata d'acqua in testa.

Ma i numeri dicono che i passaggi da giudice a PM sono una goccia: lo 0,48%. Per fermare quella goccia, stanno per buttare a mare l'intera nave della Costituzione. Quando un uomo ti dice che deve dare fuoco alla casa per uccidere un ragno, diffida. E vota No.

È come se i cani da guardia del gregge (i magistrati) improvvisamente venissero divisi in due squadre: una che può abbaiare solo di giorno e l'altra solo di notte. I lupi, nel frattempo, si siedono e scelgono il personale per entrambe le squadre. E ordinano le uniformi. A me sembra una pessima idea per le pecore. Abbastanza da dire un sonoro, chiarissimo No. (Oddio, il massimo per i pecore sarebbe non avere a che fare con i pastori, che sono il potere).

È la trappola perfetta. Ti accusano? Se sei ricco, paghi un avvocato che trovi le prove per scagionarti. Se sei povero, aspetti. Aspetti di trovare un giudice imparziale. Aspetta, aspetta. Se i PM non sono più liberi, chi ti accusa potrebbe essere solo il braccio armato di qualcuno che ti vuole fuori dai piedi. Allora aspetterai per anni. In un labirinto dove l'unica via d'uscita è il portafogli. Non ci vuole un genio. Basta un No.

È la volgarità del potere, nuda e cruda. Una bramosia di controllo così totale da non vergognarsi nemmeno più di mostrarsi. Spendere 150 milioni di euro per creare due comitati invece di uno, per moltiplicare burocrazia e clientele, mentre le scuole crollano. È il trionfo del cinismo. Un'operazione di chirurgia plastica costituzionale per dare al governo il telecomando della giustizia. Disgustoso. No.

In una società già così stanca e disillusa, offrono solo un ulteriore grado di separazione. Separare i magistrati l'uno dall'altro, isolarli, renderli più deboli e controllabili.

È il sogno di ogni potere: frammentare per dominare. L'uomo comune non ci guadagnerà nulla. Perderà un barlume di garanzia. Scivolerà un po' più in basso nella rassegnazione. Perché accettarlo? No.

Ti parlano di efficienza, di modernità. In scena, attori serissimi discutono di articoli e percentuali. Ma nella platea, lo spettatore intelligente vede la vera pièce: la commedia della conquista. Vogliono il palcoscenico tutto per sé, senza fastidiosi controllori di retroscena. Il finale è scontato, se non alziamo la mano per dire: No.

L'ossessione (globale, non solo italica) per il controllo, la paura della verità libera. Trent'anni di un certo umorismo politico con il pagliaccio B hanno provato a convincerti che chi amministra la giustizia è il tuo nemico.

Ora il colpo di grazia: imbrigliarlo definitivamente. È la storia di un paese che, invece di curare la febbre, decide di rompere il termometro. Con un referendum. Un'automutilazione. No.

Sentite fischiare l'asteroide? Ha la forma di un'urna. Si avvicina il giorno del voto. Ci inonderanno di storie sugli errori dei magistrati, per farci dimenticare il vero architetto di questo pasticcio, Licio Gelli, e il suo sogno di una giustizia "amica".

Useranno sondaggi falsi per dirci che è inutile votare. Ma un bel NO, secco come uno schiaffo, può ancora abbattersi sulle loro teste da dinosauri. Non si estingueranno, purtroppo, ma almeno gli faremo male. Quindi: andate a votare NO.

In un laboratorio con adolescenti abbiamo cercato di studiare, di capire. Vogliono cambiare la Costituzione per dividere i magistrati (giudici e PM) in due gruppi separati, con due capi diversi. In pratica, il governo vuole mettere il guinzaglio a chi fa le indagini, per decidere chi colpire e chi no. Inoltre, spenderanno un sacco di soldi nostri per creare un sacco di nuovi posti ben pagati per i loro amici. È una mossa di potere, non serve a migliorare la giustizia per la gente comune. Anzi, la rende più debole. Per questo dobbiamo dire NO.

(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26, Vitto kii, Terry, Valedac, Jote Meno, AntoVende, Luce, Lucrezia, Marzia F.)

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30 janv. 2026

BANNON E LA DOTTRINA DELLA MASTURBA(NA)ZIONE (Ice: quando il business è congelare il pensiero)

Il signore bianco arrabbiato sul palco! "Fuck you all!" urla, mentre è seduto sulla sua poltrona di pelle. Poi si lamenta che non gli dicono grazie per proteggerci dai mostri che lui stesso ha inventato. Bannon, colui che ha speso più in avvocati che in idee.

Lui parla di "insorti" ma i veri insorti sono quelli che usano la Costituzione come carta igienica e chiamano "patriottismo" l'incarcerare i sindaci. "Arrestiamo i governatori!" Bella roba.

Il trucco è sempre lo stesso: prendi una parola vera -paura, disagio- la fai a pezzi, la servi con un contorno di odio e la chiami verità.

Vi siete mai chiesti perché si chiama "Ice"? Ghiaccio. Freddo, duro, che non si scioglie. Perfetto. Perché il loro business è di congelare il pensiero. Sostituire le sinapsi con slogan.

"Accademia dei Gladiatori". Un gladiatore combatteva per la folla, e alla fine moriva per divertire l'imperatore. Sono precisi, almeno nella metafora. Loro addestrano gladiatori da circo per un impero che non esiste più. E ci fanno pagare salato il biglietto.

Bannon, un uomo salvato dalla cauzione di cinque milioni di dollari -soldi che non erano suoi, ma rubati al Muro che doveva tenere fuori i messicani- spiega all'Italia come dovrebbe comportarsi. E nello stesso respiro annuncia la sua scuola per gladiatori della comunicazione.

Bannon afferma di avere un gran rispetto per Roma antica. Questo non mi sorprende. C'è una certa affinità tra chi progetta scuole per gladiatori e chi, nell'antica Roma, vendeva biglietti falsi per il circo. Entrambi speculano sul desiderio della plebe di vedere sangue e panem.

Bannon sogna paracadutisti che scendono su Minneapolis, per sistemare una discussione tra il sindaco e il governatore. In queste ore è impegnatissimo a dare istruzioni alla 101esima Divisione Aerea.

Bannon in pillole?
Ruba soldi dal Muro.
Il Muro serve a fermare l'invasione.
L'invasione che non è stata fermata dal Muro (perché i soldi sono finiti da lui) diventa la prova che serve più Muro, e più gente come lui a gestirlo.

È la macchina perfetta. Più fallisce, più dimostra di essere necessaria. E chiunque non sia d'accordo può andare a farsi fottere, citazione letterale.

La sua prosa è un fluido tossico, una melma verbale di paranoia distillata. Un intelletto così ossessionato dalla putrefazione della civiltà da esserne diventato il più efficiente propagatore.

Bannon vende fondamentalismo identitario come altri venderebbero dello shampoo. L'Italia, la Francia, l'America, marchi in fallimento che lui pretende di rilanciare.

Il suo "Amore" per Roma è lo stesso di quello del turista per un sito in rovina: si può scattare una foto suggestiva, poi abbandonarlo alla spazzatura e ai piccioni. L' "Accademia dei Gladiatori" è lo stadio ultimo della società dello spettacolo: allenarsi a morire per i like.

Il dramma è nella ripetizione. "Fuck you. Fantastica. Globalista. Insorti. Fuck you." È un copione povero. Una litania. Lui recita la parte dell'uomo che dice le cose che nessuno ha il coraggio di dire, ma le dice da anni, sempre le stesse, su ogni palco che lo paga. E il pubblico applaude, non alla verità, ma alla riconoscibilità del ritornello.

Bannon ha trovato la sua causa: la masturbazione della nazione.
Come? Attraverso un complesso di persecuzione, rabbia impotente e verbosa, scaricare su un "loro" oscuro (i globalisti, gli antifa, i messicani, i cattivi italiani) l'incubo della propria inadeguatezza. Solo che adesso ha un microfono, e i soldi rubati al Muro per pagarsi gli avvocati. Il film è lo stesso, il palco è più grande. E le conseguenze non sono più solo sulla moquette del salotto.

Il visionario Bannon, dal ponte di uno yacht cinese, poco prima di essere arrestato per frode, aveva la chiara visione di come salvare l'Occidente: mandando i parà a Minneapolis e aprendo una scuola di politica in un convento. È come se Jack lo Squartatore tenesse un webinar sulla sicurezza delle donne.

La destra globale è una B-movie finanziato con i soldi del Muro mai costruito. E Meloni? Salvini? Forse stanno ancora aspettando che gli autografino il poster.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab,1/26)


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