Nella fotografia scattata quel pomeriggio a Milano, tra striscioni rossi e bandiere della pace, c’è un dettaglio che attira la luce in modo strano. Una bandiera bianca e azzurra con una stella a sei punte. Sotto, un uomo sorride. Qualcuno, recentemente, lo ha sentito chiedere, con la calma di chi domanda l’ora: “Definisci bambino”.
Non è la bandiera di un popolo. È la bandiera di uno Stato. E gli Stati, quando invecchiano, alle volte iniziano a ripetere i gesti dei nonni che dicevano di aver sconfitto. Succede. Come un figlio che, per non assomigliare al padre, ne copia la calligrafia senza accorgersene.La fotografia mostra accanto all’uomo altri volti, sotto la scritta “Brigata Ebraica”. Ecco, la Brigata Ebraica è una cosa vera: un’unità dell’esercito inglese che combatte nel marzo del ’45, ultimo mese di guerra. Settanta caduti.
La signora Ada, che nella foto è di spalle perché sta srotolando uno striscione che dice “Mai più fascismi”, quella sera a cena spiega al nipote: ”Vedi, se un tedesco cammina con la bandiera della Germania, nessuno dice niente. Se però sventola quella del Terzo Reich, qualcosa non torna. Non è il tedesco il problema. È la bandiera che ha scelto”.
Il nipote, che ha quattordici anni e una passione per i problemi di logica, risponde: “Ma allora la bandiera israeliana oggi è diventata come quella del Terzo Reich?”. La signora Ada prende una tazza di tè. La soppesa come se contenesse una domanda molto più pesante del liquido. ”Non so se è diventata. Per alcune persone, in alcuni luoghi, in questo momento storico, significa occupazione, apartheid, pulizia etnica. Parole difficili. Significa che chi la porta, senza forse volerlo, sta mostrando il simbolo di uno Stato accusato di fare le stesse cose per cui festeggiamo la Liberazione. Il 25 aprile, capisci, diventa complicato”.
Il nipote guarda meglio la foto sul telefono. ”E gli altri ebrei? Quelli con lo striscione “Unità” che applaudivano?”. ”Quelli non avevano quella bandiera. Erano lì, e nessuno ha detto niente. Perché il problema non è essere ebrei. È mostrare l’insegna di un esercito che, nato in parte da quei settanta caduti dell’ultimo mese, oggi bombarda case piene di bambini. Bambini veri, non definizioni”.
La zia posa la tazza. Il tè è finito. ”La storia è una faccenda di coincidenze e di simboli che cambiano colore mentre passiamo il tempo a guardare altrove. Quella bandiera, nel 1945, non esiste ancora come bandiera ufficiale. E molti di quei soldati tornano a casa e contribuiscono a cacciare altri da casa loro. La chiamano Nakba. Catastrofe. Un’altra parola difficile. La stessa che usano oggi a Gaza. Una continuità spaventosa”.
Nella stanza resta il silenzio delle spiegazioni che aprono più di quanto chiudono. ”Definisci bambino”, ripete il nipote a bassa voce, provando la frase in bocca. Ha il sapore di una domanda a cui è già stata tolta la risposta.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Italien Néandertalien, 4/26)
#memoriediunadolescente
#italiennéandertalien





