L’America per decenni ha fatto l’arbitro e il banchiere. Oggi, per fortuna, lascia gli altri al loro destino. Noi europei abbiamo delegato tutto: energia, sicurezza, futuro. Siamo in panchina, paghiamo il biglietto, e non decidiamo mai la formazione.
Nel frattempo Washington scarica i costi: dall’Europa al Golfo, dal Giappone alla Turchia. Le guerre non sono impazzimenti della storia, servono a tenere il mondo in un equilibrio precario, così nessuno impara a camminare con le proprie gambe. La fedeltà, ragazzi, non sempre ripaga. E se l’Europa non si sveglia, un giorno ci troveremo a partita già persa. Se già non lo è.In Alaska, Usa e Russia si sono spartiti il campo senza tanti complimenti: mano libera a Trump in Medio Oriente, mano libera a Putin in Ucraina. L’obiettivo comune, nemmeno troppo nascosto, era uno solo: indebolire gli europei.
E intanto, come sempre, la lobby degli affaristi israeliani e americani fa affari d’oro. Accanto a loro, fanno soldi a palate i soliti noti russi e, con ancora maggiore impunità, gli ucraini. Il copione è identico dappertutto: le élite si arricchiscono, i popoli pagano. Anche in Europa, s’intende.
Ma la radice del disastro è più profonda, e racconta di una cecità che abbiamo coltivato come un vizio. Sono gli Stati Uniti ad aver raggiunto il punto di rottura del loro sistema socio-economico. Non è colpa dell’ultimo arrivato, Trump il pazzo. È il sistema.
E il guaio enorme per noi europei è che siamo completamente complici di quel meccanismo immondo. Noi abbiamo un disperato bisogno di risorse che non abbiamo in casa, per mandare avanti il nostro benessere consumistico e affaristico.
Ecco perché ci inventiamo guerre, pretesti umanitari, missioni di civiltà: per conquistare territori altrui, o per spingere qualcun altro a farlo, salvo poi puntare il dito e gridare allo scandalo.
L’Europa è miope due volte. Non vede che il mondo è già cambiato, che l’ordine unipolare è finito, e che noi siamo rimasti aggrappati a un’idea di Occidente che non esiste più.
E non vede la trappola in cui è caduta: aver delegato la propria anima strategica a un alleato che oggi ci tratta come un costo da scaricare.
Bruxelles discute di regolamenti e percentuali, mentre i grandi giocatori si spartiscono il pianeta.
Non abbiamo più voce in Medio Oriente, non contiamo nulla nei rapporti tra Washington e Mosca, non abbiamo una politica energetica che non sia quella di pagare più caro il gas altrui.
Siamo una periferia ricca e smarrita, che pensa ancora di poter comprare sicurezza e influenza con l’obbedienza. Illusi.
Basterebbe mettersi, per un momento, dalla parte dei giudici obiettivi. E guardare il tavolo da gioco con occhi sgombri.
Scopriremmo che la fedeltà cieca non paga, che i valori sbandierati sono spesso un paravento, e che il futuro non si costruisce delegando ad altri la propria sovranità.
Finché non avremo il coraggio di un’autonomia vera, di una difesa comune, di una politica estera che non chieda il permesso a Washington, resteremo quello che siamo oggi: uno spettatore privilegiato in un mondo che corre, mentre i padroni veri giocano a dadi con la nostra pelle.
Forse un giorno ci sveglieremo. O forse la partita è già persa.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)





