3 mars 2026

EPIC FURY (Non sapevano leggere i segni e avevano perso il consenso. Il mondo intorno a loro non ci credeva più e la gente passava oltre, senza alzare lo sguardo)

All’inizio, bisogna dirlo, c’era una certa eleganza nel cataclisma. I monitor, sparsi come edicole votive per ogni angolo della metropoli, nelle stazioni della metropolitana che sembravano gli ipogei di una religione dimenticata, sui fianchi dei grattacieli che graffiavano un cielo sempre più color piombo, trasmettevano il Sogno. 

Un sogno di potenza splendente, di ordine geometrico, di un impero che aveva sconfitto il tempo e lo spazio. 

La Voce, che poi era un coro di voci sintetiche modulate sull’idea di una pace armata, raccontava di esportazione della democrazia, di operazioni chirurgiche, di fulminee liberazioni, di riserve energetiche messe in sicurezza per il bene dell’umanità tutta. 

La Epic Fury, così chiamavano la potenza, era il Leviatano che teneva a bada il caos. E per lungo tempo, il caos parve una fiaba lontana, un rumore di fondo oltre i confini del mondo conosciuto.

Ma il tempo, si sa, è un gran divoratore di imperi, e i segni della decomposizione cominciarono a mostrarsi come macchie di umidità sugli affreschi troppo celebrati. 

La prima avvisaglia fu un’ombra di disincanto negli occhi di chi guardava i monitor. Un tempo li fissavano con la devota attenzione riservata agli oracoli. 

Poi, lo sguardo divenne distratto, come ci si sofferma su una vetrina di cui si conoscono a memoria tutti gli oggetti che non si desiderava più acquistare. 

La propaganda, un tempo architettura granitica, cominciò a mostrare le crepe. 

Le "operazioni chirurgiche" duravano mesi, poi anni. Le "liberazioni" portavano profughi e macerie. Le "riserve energetiche" sembravano il pretesto di un gigante che, nella sua stiva ormai vuota, doveva trovare a tutti i costi nuovo carburante per non arrestare i propri ingranaggi.

Stazionava il barbone Loris sulla riva del fiume, un tempo via consolare, ora cloaca massima della città. Era una figura quasi archeologica, il suo volto, solcato da rughe come mappe di territori inesplorati, era rivolto verso l’acqua melmosa, ma i suoi occhi sembravano guardare oltre, forse verso i sobborghi orientali della metropoli, dove le notizie parlavano di una guerra, l'ennesima.

Una guerra che gli oracoli sui monitor chiamavano con nomi sempre nuovi: "Scudo nel deserto", "Alba di libertà", "Sentinella dello Stretto". Nomi che cambiavano, ma la sostanza era sempre la stessa: fumo, fuoco e morte.

Loris aveva cominciato a parlare. E il suo parlare era un evento, perché rompeva il silenzio di tomba che la città si era cucita addosso. Riuniva intorno a sé altri reietti, altri compagni di sventura, seduti su blocchi di marmo che un tempo erano stati il basamento di una statua del Fondatore. E lì, in quel simposio di diseredati, fioriva una sapienza amara.

Anche Loris lo sapeva ormai, aveva una sua prospettiva ed era pronto a condividere i suoi pensieri con gli altri suoi compagni di sventura. 

"Vedete, noi siamo qui, in riva al nostro Tevere, a guardare un impero che si crede eterno. Laggiù, in riva a un altro fiume, il Tigri o l'Eufrate, guardano le loro case bruciare. Noi e loro, legati dallo stesso filo. Il filo della potenza che non sa più cosa sia la potenza. I nostri padroni credono di controllare il mondo con le loro armi e la furia che chiamano epica. Ma la loro furia è l'epica di un gladiatore che combatte nell'arena mentre l'Impero fuori crolla. È la fine di Roma, amici miei. La stessa fine."

E qualcuno chiedeva: "Ma come, Loris? Non abbiamo noi le legioni, le flotte, le armi che fulminano a distanza?".

E Loris rispondeva: "Certo, come le avevano i Romani nel IV secolo. Avevano ancora le legioni, le flotte, le armi. Ma avevano perso il consenso. Il mondo intorno a loro non ci credeva più. I popoli non volevano più essere romani. Erano diventati invisibili ai loro stessi occhi. Noi ora siamo invisibili. Loro, laggiù, sono diventati i nuovi barbari, portatori di un'altra verità: si può vivere anche senza il permesso della Epic Fury. Il mondo sta cambiando, e loro vedono solo lo specchio di una presunta grandezza. Non sanno leggere i segni. Non capiscono che la guerra per l'energia è la guerra di un corpo che si sta dissanguando e cerca disperatamente di trasfondere sangue nuovo, ma le vene sono rotte."

Il suo discorso era un labirinto, ma in quel labirinto si trovava il centro. Sembra a tutti gli effetti di essere entrati nell’era che ha vissuto Roma nel quarto secolo e che ha causato la sua disfatta. L'impero, al culmine della sua forza, era più impotente del barbone sul fiume. Perché il barbone sapeva di essere niente, e questa consapevolezza era la sua unica, inattaccabile fortezza. L'impero, invece, credeva di essere tutto, e questa illusione era la sua crepa, per la quale si sarebbe infranto.

"La cosa più buffa," proseguiva Loris, e la sua risata era un suono secco, "è che sembra proprio che non si voglia imparare ognuno dalle esperienze degli altri, pensiamo, ogni volta, che questa volta andrà diversamente." 

Il teschio che il barbone teneva sulle ginocchia -simbolo di ogni potenza passata- sembrava annuire.

"Per me il problema è nel sistema di governo", concluse Ken, uno dei compagni, riecheggiando un pensiero che ormai fluttuava nell'aria come l'odore del fiume. "Non è l'uomo, è la forma che gli diamo. È la gabbia che costruiamo e in cui ci chiudiamo, convinti che sia il mondo."

Erano gli scampoli, anni, decenni, quella Furia Epica si avviava inesorabilmente al suo sgretolamento, come l'impero romano.
La stessa parabola: ascesa, potenza, orgoglio, e poi lentezza, immobilismo, e infine il crollo. 

Pensavano di essere immuni. Credevano di poter fare un percorso diverso, sempre a inseguire la stessa chimera di un sistema perfetto, sempre a sbattere contro lo stesso muro.

I monitor, nel frattempo, continuavano a trasmettere le gesta della Epic Fury. Mostravano immagini di droni che sorvolavano deserti, di esplosioni misurate, di bandiere piantate su macerie. Ma la gente passava oltre, senza più alzare lo sguardo. I bambini giocavano a rincorrersi sotto gli schermi, i cani vi si accostavano indifferenti, qualcuno alzava la zampa per pisciare sulla colonna marmorea dell'aquila imperiale. 

L'incantesimo era rotto. La parola del barbone, sussurrata sulle rive del fiume, era diventata il nuovo vangelo. Un vangelo di disincanto, ma anche di una pace profonda, quella che viene dalla fine delle illusioni.

Mentre l'impero si accaniva in un'ultima, furiosa stretta per afferrare l'energia che gli sfuggiva, la città si spense in un silenzio pregno di attesa. 

Era il silenzio della consapevolezza. Le persone erano ancora attive, ma la loro attività non era più rivolta al culto del Leviatano. Era un'attività sotterranea, molecolare, che tesseva una nuova trama. 

E in quel silenzio, risalì nei i secoli una specie di poesia. Veniva da altre epoche, altri popoli che avevano conosciuto la follia della potenza. Parlava di pace. Loris la mormorò, i suoi compagni la raccolsero, e la città, pietra dopo pietra, parve ascoltare:

“È assassinio. Non c'è vittoria, è caduta. Non c'è pace, è il silenzio. Dopo l'ultimo grido.”

E la Epic Fury, nel suo delirio di onnipotenza, continuò a combattere, a uccidere, a cadere, senza accorgersi che il mondo, ormai, l'aveva già lasciata indietro, in riva a un altro fiume, a contemplare la sua stessa, inevitabile fine.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Frammenti per l'Apocalisse, Mip Lab, 3/26. Art by by Stephen Stadif)

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