2 mars 2026

LA FINE DELL'IMPERO (E DEI SUOI SATELLITI)

Che sta succedendo in Asia occidentale? I tg e le prime pagine dei quotidiani di regime liquidano il tutto in 30 secondi e con trafiletti, magari tra un servizio sportivo e uno sulle gesta mirabolanti del nostro Presidente del Consiglio in carica.

Eppure, in queste poche ore che hanno sconvolto il Golfo, abbiamo assistito al canto del cigno di quello che Pepe Escobar, chiama "l'Impero del Caos, del Saccheggio e degli Attacchi Permanenti".

L’Iran, dopo anni di sanzioni brutali, di embargo, di minacce quotidiane, in dieci ore fa quello che nessun esercito europeo, con i suoi generali gonfiati di aneddoti e medaglie, potrebbe fare in dieci anni.

27 basi militari statunitensi bombardate senza sosta. Lo Stretto di Hormuz, il rubinetto del petrolio mondiale, chiuso e poi riaperto con una clausola esilarante: libero passaggio solo per navi russe e cinesi. Una specie di "Voi no, grazie".

E non è finita. Ai naviganti americani arriva un messaggio cristallino: "Le vostre navi da guerra? Se non levate le tende, le trasformiamo in barriere coralline artificiali".

Ora, cari telespettatori di Mentana e Porro, fermiamoci un attimo. Chi è l’aggressore? Chi è il terrorista? Chi è lo "stato canaglia"? 

Secondo la vulgata imperiale, sempre loro, i cattivi di turno. Ma proviamo a rovesciare il cannocchiale.

La scintilla di questo putiferio è un atto talmente vigliacco che persino i peggiori falchi del Pentagono, a bassa voce, ne riconoscono la follia. Il solito "capo di una setta della morte" (quella che, guarda caso, gode di diritto di veto all'ONU) decide di giocare la carta dell'assassinio mirato.

Obiettivo: la Guida Suprema iraniana, Ayatollah Khamenei. Scenario: una scuola elementare nel sud dell'Iran. Bersaglio collaterale: oltre cento bambine.

Un atto di puro terrorismo di Stato. Un crimine contro l'umanità.

Cosa ci si aspetterebbe? Il crollo, il caos, la resa incondizionata. Così funzionano le democrazie occidentali: tagli la testa, il corpo muore. In Iraq è successo, in Libia è successo, in Afghanistan (alla fine) è successo.

In Iran, no.
Meno di mezz'ora dopo il massacro, Teheran non piange: reagisce. 

Con una controffensiva che lascia di stucco i generali americani, abituati a vincere facile contro popoli inermi. 

L'Iran aveva un piano. Quattro strati di successione. Una struttura di comando talmente solida che nemmeno la decapitazione la scalfisce.

E qui arriva la parte più interessante, quella che dovrebbe far riflettere i nostri governanti, sempre pronti a compiere la colletta per comprare l'ennesimo cacciabombardiere inutile.

L’America spara. Spara missili intercettori che costano 15 milioni di dollari l’uno. I suoi sistemi THAAD sono il top della tecnologia, roba da fare invidia a Guerre Stellari.

E l'Iran cosa fa? Lancia una pioggia di missili balistici, più vecchi ma efficaci, per far esaurire le scorte degli intercettori americani. 

E quando i super-missili a stelle e strisce sono a secco, come topi d'acqua, mandano i loro droni Shahed-136.
Droni che costano quanto un'utilitaria usata. Droni che fanno un macello. 

È la vendetta di Davide contro Golia (ops!). È la prova provata che la potenza industriale e militare, senza un'idea e senza il sostegno dei popoli, è solo un gigante dai piedi d'argilla.

E Dubai brucia: fine della pacchia (scappa Corsetto, scappa!). 

Fa davvero male all'Impero l'Iran che colpisce Dubai. E non colpisce basi militari, no. Colpisce i templi dell'opulenza: il Burj Khalifa, il Burj Al Arab, Palm Jumeirah. 

Quei mostri di merda, cemento e vetro che simboleggiano il capitalismo parassita, il riciclaggio di denaro sporco, l'economia dei servizi senza industria, senza produzione, senza dignità. 

Quella Dubai costruita da schiavi moderni per far divertire gli sceicchi e gli speculatori occidentali.

Ecco, ora quei grattacieli sono in fiamme. L'aeroporto internazionale, hub fondamentale per i voli globali, è al buio. Il 27% del PIL di Dubai vola letteralmente in fumo.

E mentre Mohammed bin Zayed implora al telefono un cessate il fuoco, scopriamo che il leader americano di turno (anche gli altri erano bastardi!), con la sua corte di yes-men e i suoi affari loschi negli Emirati già il primo giorno chiedeva la pace.

Tramite canali diplomatici italiani. Sempre presenti, noi italiani, nelle guerre degli altri. Sempre pronti a portare le valigie, a fare da telefonisti, a raccogliere le briciole.

Per 47 anni l'Iran è stato messo all'indice. Sanzioni su sanzioni. Isolamento. Minacce. Eppure, in dieci ore, ha mostrato al mondo intero che resistere è possibile. 

Che un popolo che crede in qualcosa, che ha una strategia e una dignità, può mettere in crisi anche l'esercito più potente della storia.

Russia e Cina, nell'ombra, garantiscono che le difese iraniane tengano. Ma è la resistenza popolare, la resistenza di una nazione, a fare la differenza.

Tutto il cosiddetto "Sud Globale" sta guardando l'Impero che arretra, che trema, che chiede la pace dopo un giorno di guerra. 

Sta guardando l'Iran che, dal martirio di un leader e di cento bambine, trova la forza per una vendetta che è anche la costruzione di un nuovo ordine.

Quello che si apre davanti a noi potrebbe essere lo scenario di un'Asia occidentale finalmente libera dall'impronta militare americana. Un'ipotesi che solo fino a ieri sembrava fantapolitica, e che oggi, dopo queste dieci ore, è all'ordine del giorno.

L'Impero del Caos ha scatenato l'ennesima guerra. Ma questa volta, forse, ha trovato chi gli risponde per le rime. 
E noi, da questo angolo sperduto d'Europa, non possiamo che guardare e imparare. E sperare che un giorno, anche da noi, qualcuno impari a resistere con la stessa dignità.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 3/26)

#italiennéandertalien 


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