7 mars 2026

LIBERE BOMBE IN LIBERO MERCATO (il conto lo paghiamo noi!)

La Russia fornisce intelligence all’Iran per colpire le forze USA.

È il libero mercato, la globalizzazione applicata alla guerra. 

Intanto, 50 jet israeliani hanno sganciato 100 bombe sul bunker sotterraneo di Khamenei. 


È il marketing della distruzione. "Gli israeliani hanno lo sconto famiglia: 100 bombe al prezzo di 50, se portate il jet da combattimento usato in permuta". È il grande bazar della morte.


Si gioca a fare i punteggi: “Noi abbiamo sganciato 100 bombe!” “Ah sì? Noi abbiamo un missile con una testata da due tonnellate!” “E noi abbiamo ucciso il vostro leader!” “E noi abbiamo le spie russe e ottanta milioni di persone: che fate, le ammazzate tutte?” 

Un magnate emiratino, Khalaf Habtoor, che un tempo stringeva la mano a Trump, ora si lamenta: “Ci avete trascinato in una guerra che non abbiamo scelto”. 

“Non abbiamo scelto”. Come un passeggero su un aereo in picchiata che scopre che il pilota e il copilota si stanno sfidando a chi sfiora per primo la cima del grattacielo. E lui lì, in classe business, con lo champagne in mano, che dice: “Ehi, io avevo pagato per un volo tranquillo!”. 

Questo è il capitalismo. Si investe miliardi nel Board of Peace, nella ricostruzione di Gaza, e poi quei miliardi si trasformano in bombe. È una forma di reincarnazione del denaro: da simbolo di pace (fasulla!) a strumento di morte (reale!). E a quel punto, chi ha messo i soldi può solo chiedere: “Scusate, ma i miei dividendi, dove sono?”. Ben svegliato, signor Habtoor. Sono nelle macerie. Sono nei mille morti in Iran. Ecco i suoi dividendi.
 
In mezzo a tutto questo, c’è l’ONU. L’Oms conta i morti, quasi mille, e gli sfollati, centomila da Teheran. L’Unhcr conta gli altri. 

"Le conseguenze umanitarie sono sempre più gravi", dice l'ONU. "Un milione di persone potrebbe finire in strada". 

Mentre leggiamo, c'è una famiglia a Teheran consapevole che il boato udito non sarà l'ultimo. C'è un bambino in Libano che cerca sua madre tra le macerie. È normale che 'sti quattro deficienti giochino a Risiko con le nostre vite?

Viviamo una guerra che rende alcune vite "vivibili" e altre no. La vita del magnate emiratino, che può twittare la sua indignazione, è una vita che merita di essere ascoltata, protetta. La vita del bambino iraniano sotto le bombe, o della famiglia libanese in fuga, è una vita sacrificabile sull'altare della "sicurezza nazionale" o della "lotta al terrorismo". 

È un esercizio di potere che decide chi può piangere i propri morti e chi no. Il dolore di Teheran è un numero, una statistica dell’OMS. Il dolore di Israele o degli USA è una tragedia, un titolo in prima pagina.


Non dimentichiamo che dietro a tutto questo c'è il capitale. C'è chi specula sulle armi, chi lucra sulla ricostruzione, chi si arricchisce con il petrolio di chi viene bombardato. La guerra non è un incidente di percorso, è la prosecuzione degli affari con altri mezzi. È il modo che il capitalismo ha trovato per riprodursi, per distruggere le comunità, per appropriarsi delle risorse, per rendere i corpi meri strumenti di una macchina da guerra che non controllano. 

L'iniziativa di pace (fasulla!) di Trump a gennaio era l'ennesima operazione immobiliare su Gaza, e ora che l'inchiostro è "asciutto", si torna alla liquidità: quella del sangue.

Non possiamo più permetterci di guardare. La guerra è la sconfitta definitiva della ragione, della cura, della relazione. È l'apoteosi di quei valori violenti che ci hanno portato fin qui. 

La risposta è organizzarsi, è creare reti di solidarietà che attraversino i confini, è rifiutarsi di essere divisi e divise. 

I leader giocano alla guerra, noi dobbiamo costruire pace, dal basso, con la tenacia di chi sa che un altro mondo è possibile, e che questo mondo non si costruisce con le bombe, ma con il dialogo, con l'ascolto, con il coraggio di dire "no" a chi vuole trasformare la nostra terra e le nostre vite in un campo di battaglia.

Cari signori della guerra, buon divertimento con la vostra partita. Spero che vi siate divertiti a contare i vostri missili e i vostri bunker. 

Mentre voi festeggiate le vostre "vittorie tattiche", noi raccoglieremo i pezzi. 

I pezzi delle nostre case, delle nostre famiglie, della nostra umanità. E quando avrete finito, quando l'ultimo jet sarà tornato alla base, ricordatevi che il conto lo passeremo a voi. 

Il conto di mille morti, di un milione di profughi, di un'intera regione a pezzi. 

E non accetteremo assegni. Pagherete con la vostra credibilità, con la vostra storia, con la faccia. Perché la guerra, alla fine, è solo la sconfitta di chi non sa più parlare. E voi, oggi, avete perso malissimo.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)


#italiennéandertalien 
#frammentiperlapocalisse 
#MIPLab 

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