16 juin 2026

GENITORI TOSSICODIPENDENTI E NEONATI (Quando la realtà supera Trainspotting: I numeri raccontano di SerD che si svuotano: duecentocinquanta operatori in meno in pochi anni, millenovecento specialisti che mancano all’appello)

Sul tavolo della cucina, il calzino sinistro di una neonata. Resta lì, senza piede, e la lavatrice ha finito il ciclo da ore. Basterebbe questo a dire tutto, ma i giornali preferiscono le sostanze: eroina, cocaina, metadone venduto all’angolo. La cronaca recente ci consegna il corpo di una bambina e due adulti tossicodipendenti.

Cos’è che uccide? La siringa è l’ultimo anello di una catena che parte da un buio più antico: un disagio mentale che non ha trovato parole, solo polvere.

I due che hanno spento Beatrice, quelli che hanno spento Evan, e l’altra, la piccola di qualche settimana fa, non erano mostri usciti da un film. Erano persone che andavano monitorate ogni giorno, non una volta al mese, non quando la tragedia è balzata in copertina.

Perché tante famiglie non sono seguite?
Forse perché costa meno piangere dopo che pagare prima.

I numeri, quando si degnano di uscire dai report ministeriali, raccontano di SerD che si svuotano: duecentocinquanta operatori in meno in pochi anni, millenovecento specialisti che mancano all’appello.

Lo Stato ha annunciato un piano di potenziamento ma i costi lievitano con l’inflazione e con le nuove dipendenze, mentre il personale si dirada: ogni assistente sociale regge un filo, e sotto quel filo l’abisso è più affollato di prima.

La matematica è spietata: più utenti presi in carico, meno braccia e competenza e servizio di qualcuno che bussi alla porta il martedì e anche il giovedì.

Danny Boyle in Trainspotting fece una cosa onesta: inquadrò il soffitto, il silenzio, l’urlo che non esce. Disse: questa è la conseguenza di non scegliere la vita. Ma il cinema ti lascia uscire dalla sala. La realtà no. La realtà entra in casa mentre dormi, e al mattino trovi il calzino sinistro, immobile, e capisci che il peggio non ha bisogno di effetti speciali.

Ho sempre preferito preservare il cervello: unico organo che, a dispetto di tutto, può restare giovane. Giovane significa ancora capace di stupirsi, di non assuefarsi all’orrore. L’abisso è quando un neonato diventa una notizia e poi un’abitudine. Quel calzino respira.

Cerca il colpevole ma cerca anche la causa. La causa è un vuoto di presenza. Una società che ha paura di entrare nelle case dove la sofferenza si trasmette per osmosi, da un braccio all’altro, da una generazione all’altra.

Quanto pesa l’assenza di un assistente sociale in una stanza?
Quanto dista un consultorio da una tomba?

L’amore, da solo, non salva. Amare è istinto, mentre prendersi cura è tecnica, è fatica, è presenza costante. E la presenza costa, sulle carte e fuori. Costa assumere, costa formare, costa non distogliere lo sguardo. Investire nella sanità pubblica significa pagare persone in carne e ossa che possano reggere quello sguardo ogni giorno, non solo inaugurare voci di bilancio che poi l’inflazione si mangia in silenzio.

La culla è vuota ma la lavatrice va ancora. Un bambino muore. Il mondo continua. Questo è il peccato. Lo Stato arriva sempre con i fiori, e con i fondi vincolati scritti in un decreto, e i decreti non assumono.

Mancano braccia, mancano specialisti, manca la testardaggine di trasformare un numero su un report in un operatore davanti a una porta.

Si può essere presenti per qualcuno quando si è già assenti a se stessi? Forse no. E allora, come società, dobbiamo diventare quella presenza.

(A. Battantier, Mip Lab, 6/26)


#memoriediunamore
#memoriediunadipendenza
#MIPLab

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