27 janv. 2026

LA GIORNATA DELLA MEMORIA (deve servire a riconoscere il male oggi, quando si ripresenta, anche sotto altre spoglie)

Oggi è la Giornata della Memoria. Si sente, è nell’aria, alla radio, in TV. E io mi sento così fuori posto.

Perché parlare è come buttare sassi in uno stagno. Li butti, fanno “plop”, si formano dei cerchi e poi tutto torna piatto.

La parola si consuma. Il silenzio, a volte, forse, dice di più. Ma il silenzio oggi è un lusso che non ci possiamo permettere.

Hanna Arendt la chiamava “banalità del male”. Eichmann era un uomo spaventosamente normale, un burocrate, faceva il suo lavoro. Compilava le liste, organizzava i treni, faceva quadrare i numeri. Era solo un ingranaggio che doveva funzionare bene.

Il male che faceva non nasceva da un’anima nera, ma da un’“inabilità a pensare dal punto di vista di qualcun altro”.

È così banale, così ordinario, che diventa invisibile. E il più grande pericolo è proprio questo: quando il male diventa routine, normale amministrazione, ordine del giorno.

Arendt diceva: quella banalità non è finita nel 1945. È qui. Adesso. E fa i conti con i numeri, come faceva Eichmann.

Oggi i numeri hanno un altro nome. Gaza. 70.000 morti. Forse 80.000. E quasi sei su dieci sono bambini, donne, anziani. Persone che difficilmente possono essere chiamate combattenti.

Settantamila. È un numero. Come si fa a pensare a un numero? È astratto. Ma dietro ogni numero c’è un “plop”. Lo stesso suono che fa il mio sasso nello stagno.

Una vita che sparisce, e lascia solo un cerchio che si allarga e poi svanisce. Settantamila “plop”. Uno dopo l’altro. Un rumore che dovrebbe essere assordante, e invece è soffocato dal rumore di fondo del mondo, dalle chiacchiere, dalle giustificazioni.

È facile distruggere l’altro se lo si vede come “non umano”. È quello il primo passo di ogni genocidio.

Questo serve a capire “come è potuto accadere”, ieri come oggi.

Perché quando non vedi l’altro come un essere umano, con le sue paure, i suoi sogni, il suo amore per i figli, quando lo trasformi in un numero, in un problema da risolvere, in una minaccia da eliminare, allora tutto diventa possibile. E giustificabile.

È la stessa logica. La logica del boia che va a lavorare la mattina, fischiettando, dopo aver spento la vita a decine di persone.

Noi occidentali, “civilizzati”, figli di quella storia, dovremmo saperlo. E invece guardiamo, come allora, dall’altra parte. Con il nostro silenzio, con le nostre mezze condanne, con i nostri “sì, ma…”. Amnesty International parla di genocidio.

Parole forti. Ci fanno paura. Preferiamo non sentirle. Perché metterebbero in discussione tutto.

E così, diventiamo complici di quella banalità. La ripetiamo, con le nostre indifferenze, i nostri click su un’altra notizia, il nostro voltare pagina.

Oggi è il giorno della Memoria. Ricordiamo sei milioni di “plop”. Li ricordiamo con dolore, con rispetto. È giusto, è sacrosanto. Ma la memoria non è un museo. Non è un monumento che si visita una volta all’anno. La memoria è una spina nel fianco. Deve servire a riconoscere il male oggi, quando si ripresenta, anche sotto altre spoglie.

Altrimenti è solo un rito vuoto. Un discorso fatto di frasi fatte, come quelli che Eichmann amava tanto.

Ricordare la Shoah e tacere su Gaza!è una scissione dell’anima. È come dire: “Mai più!” ma solo per un certo tipo di vittime. Per altre, si può fare un’eccezione.

L’essere umano, quando perde la capacità di immedesimarsi, quando spegne l’affetto per l’altro da sé, diventa capace di tutto. Diventa un burocrate dell’orrore.

Io non so come si fermi tutto questo. Forse non si ferma. Forse l’uomo è fatto così. Ma non ci posso credere. Non posso. 

Forse si ferma ricominciando a vedere le persone, una per una. Settantamila non è un numero.

È Mohammed che voleva fare il dottore. È Yasmin che amava i fiori di gelsomino. È un vecchio che raccontava storie ai nipoti. È un bambino che non ha fatto neanche in tempo a capire.

Dobbiamo urlare questa verità. Scrive Bertolt Brecht:

“Generale, il tuo carro armato è un veicolo potente. Spazza via foreste e schiaccia cento uomini. Ma ha un difetto:
Ha bisogno di un conducente. Generale, il tuo bombardiere è potente. Vola più rapido della tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: Ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo è molto utile. Sa volare e sa uccidere. Ma ha un difetto: Sa pensare.”

Sa pensare. È lì il nodo. È una condanna e una speranza insieme. Il sistema, la macchina della guerra, ha bisogno di noi. Di conducenti, di meccanici, di burocrati che compilino le liste. Di persone che spengano il pensiero, che non si facciano domande. Che dicano “io facevo solo il mio lavoro”. Ma l’uomo ha questo difetto, dice Brecht: può pensare. Può guardare quella macchina e dire: “No. Io qui non ci sto. Io riconosco l’umano che è in te, e non ti distruggo. Non ti trasformo in un numero. Non divento il boia fischiettante”.

Forse è una speranza troppo fragile. Ma finché qualcuno alzerà la voce, forse i cerchi nello stagno non svaniranno del tutto. Forse qualcuno li vedrà, e si ricorderà. Oggi, e tutti i giorni.

(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 1/26)

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