20 janv. 2026

LA PARABOLA DI ANTONIO DI QUA, ANTONIO DI LÀ: DA MANI PULITE A MANI MELONI

Antonio Di Qua, Antonio Di Là, a seconda di dove tira il vento. Cerca un po’ di luce, una falena stanca che sbatte contro tutte le lampadine spente della Repubblica. 

Ci ha provato coi Cinque Stelle, e l’hanno murato vivo. Meno male, diciamo. Se no, oltre a Razzi, Scilipoti e De Gregorio, chissà che altri capolavori ci regalava. 

E ora se ne sta lì, in sella al suo trattore da pensionato. Che commozione. Con la pensione da ex magistrato e da ex parlamentare, non avrebbe bisogno della Caritas eppure il suo cuore non è contento. Il cuore ha nostalgia dei vecchi amori.

Si è svegliato una mattina e si è ricordato che da giovane gli piaceva il lato destro del letto, gli è riemerso l’istinto! E dice:

 
“Meloni! Giorgia! Eccomi, tesoro! Sono tornato a casa!”. 
E si butta ai suoi piedi come un cagnolino che ha ritrovato il padrone dopo un lunghissimo, scomodissimo viaggio chiamato etica.

E non ditemi che è per le ragioni del “Sì”. Per le ragioni del “Sì” lui ci crede quanto io credo che Ruby sia la nipotina di Mubarak. 

Vuole solo un posto al sole, o almeno all’ombra dell’ombrellone di chi comanda adesso. È la legge della giungla: il potere logora chi non ce l’ha. E lui si è logorato fino all’osso. 

Sapete a cosa serve adesso? A fare da trofeo. Il cacciatore di toghe che appende la sua testa impagliata al salotto di Palazzo Chigi. 

“Guardate -dicono- persino un eroe di Mani Pulite è con noi!”. 


La separazione delle carriere! Uno strumento per piegare la magistratura, per metterla sotto la suola lucida dell’esecutivo. E non solo la fanno, ma ti impediscono pure di parlarne. È il pacchetto completo: il furto e la museruola. 

Di Pietro non si riconosce più in “Mani Pulite”. Si riconosce in “Mani Meloni”. Che è tutto un altro tipo di contatto, molto più servizievole.

La coerenza in certi individui viene messa in vendita all’asta. E quando non ci sono offerte decenti, la si regala, nella speranza di ottenere un posto d’onore alla tavola dei potenti. 

Di Pietro sta facendo ciò che gli uomini senza principi ma con un discreto senso dell’opportunità hanno sempre fatto: arruolarsi nell’esercito che sembra vincere. Che sia l’esercito giusto o sbagliato è un dettaglio di cui la sua nuova, comoda uniforme non gli permette più di preoccuparsi.

Una fiaba moderna: l'uomo che voleva essere amato da tutti alla fine, bussò alla casa dell’Orchessa che governava, e le offrì in dono il suo stesso cuore, imbalsamato e infiocchettato. L’Orchessa sorrise, appese il cuore sopra il caminetto tra gli altri trofei, e gli permise di vivere nel giardino, a spazzare i sentieri con un trattorino giocattolo.

Di Pietro, per essere qualcuno, deve appoggiare chi è al potere. Per appoggiare chi è al potere, deve rinnegare ciò che lo rese qualcuno. Più rinnega, più è invitato ai salotti buoni.  

Si è spogliato non solo della toga, ma dell’intero apparato sinaptico che gli permetteva di indossarla. Quel che resta è un uomo che desidera, sopra ogni cosa, una carezza sulla testa dal Potere. E la Meloni, con il sorriso glaciale di chi sa di possedere già ogni cosa, gliela concederà. È l’umiliazione suprema, e lui la chiama “ritorno a casa”.

Tutto si riduce al mercato. Anche le convinzioni. Lui ha un capitale simbolico in rapida svalutazione. Lo sta liquidando presso l’acquirente con il prezzo più alto sul mercato politico-attuale. È una transazione. La nostalgia di cui parla è una finzione sentimentale, una fiaba che si racconta per rendere degna di essere vissuta una vita ormai vuota. 

La verità è più semplice, e più squallida: dopo la menopausa politica, non gli resta che vendere la propria immagine residua. È il capitalismo delle anime. Funziona così.

Certo, quale calcolo, quale disperato, autoassolutorio monologo interiore può giustificare questo teatrale atto finale? 

Forse si dice: “Ho combattuto il sistema, ora il sistema sono io”. Ma non è vero. Lui non è il sistema. È il giullare di corte anziano e stonato. 

Altro che “ritorno alle origini”. È la resa totale, vergognosa, di un uomo alla propria paura di non contare più nulla.

Lui, che faceva il magistrato, ora applaude a una legge scritta apposta per castrare i magistrati. 

Da paladino di Tangentopoli a mascotte di Destropoli. È la versione politicizzata della sindrome di Stoccolma: prima ti sequestrano simbolicamente, poi tu ti innamori dei tuoi sequestratori, poi ti offri come loro portafortuna. “Mani Meloni”, uno slogan che si scrive da solo. Gli manca solo il cappellino da elfo e una campanella. E la riforma, quella per cui ci crede, è la barzelletta perfetta. 

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26)

#italiennéandertalien 
#MIPLab 

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