L’Unione Europea. Una gran bella famiglia, proprio. Mia nonna raccontava dei parenti che, ad una festa di matrimonio, restarono tutti zitti quando lo zio americano che aveva fatto i soldi, prese il microfono e disse che il vino era aceto. E alcuni sorrisero, e fecero cenno di sì. “Hai ragione, zio, è aceto”. E intanto il vino era il nostro, della nostra vigna. Ma lui aveva messo dei soldi per la festa e aveva pagato l’orchestrina da Rimini. E allora che fai? Canti la sua canzone. Sempre.
Se poi domani lui dice che il giardino di casa tua, in realtà, sarebbe un bel posto per il suo garage, tu cominci già a spostare i gerani. Perché l’importante è che lui sia contento.
L’importante è l’alleanza. L’amicizia. La sudditanza, scusate, volevo dire la solidarietà atlantica.
Trump dice “Quella Groenlandia è carina, me la prendo”.
E l'Europa convoca una riunione d’emergenza. Per decidere il colore del fiocco da mettere sul pacchetto!
“Signori, abbiamo stabilito: fiocco celeste, come il ghiaccio. E poi offriamo noi la spedizione!”
Non esiste l’Europa. Esiste una colonia americana, il copione è sempre lo stesso: Washington starnutisce, Bruxelles prende l’antibiotico. E poi ti fanno la predica sui valori. I valori di chi? Di chi paga il conto della NATO in strofinacci umani e dignità nazionale?
“Risposta forte”. È una di quelle paroline che hanno svuotato di senso, come “libertà” o “patriottismo”. Una “risposta forte” dell’UE significa: “Ci mettiamo a quattro zampe, ma con un cuscino più spesso, per non farci male alle ginocchia”.
Accetteremo altri dazi? Ma certo! Siamo dei masochisti fiscali! Cederemo altro spazio per le basi? Certo che sì!
Trasformiamo l’Europa in un portaerei americano senza ponte di volo, solo parcheggio. E compreremo più armi!
Perché l’unica difesa contro l’orso americano è comprargli le trappole per orsi che lui stesso vende.
È un bellissimo circolo vizioso: loro ci vendono la paura, poi ci vendono la medicina per la paura, e poi ci fanno pagare pure lo smaltimento dei rifiuti della medicina. E noi siamo qui a dire “Grazie, possiamo avere un altro ciclo?”
L’Unione Europea ha regole complicate sulla curvatura delle banane. Ma non ha regole su come dire “No” al suo cugino grasso e armato fino ai denti, gli Stati Uniti d’America. Quando il cugino grasso ha annunciato di voler prendere un grande frigorifero chiamato Groenlandia, il club si è riunito e ha deciso di offrire, come gesto di ferma protesta, il proprio freezer.
Del resto, questa è la trappola della “Sicurezza”. Più armi americane compri per sentirti sicuro, più ti rendi insicuro perché diventi un bersaglio più grosso e perché il tuo protettore americano diventa più prepotente. Ma se provi a comprare meno armi americane, ti senti insicuro perché il tuo protettore americano si offende. Quindi devi comprarne di più. Bisogna tenersi sempre aggiornati sugli umori del padrone.
L’eleganza del servilismo, la calligrafia minuziosa con cui si redigono le clausole della propria umiliazione. Pensano in francese, amministrano in tedesco, ma implorano sempre in inglese americano.
Il potere non parla, fa parlare gli altri nella sua lingua, costringendoli a formulare le proprie sconfitte come vittorie morali. “Una risposta forte”. Ah ah ah!
Tutto è così noioso. L’estensione del dominio americano, l’atrofia della volontà europea. È un processo biologico, come l’invecchiamento. L’Europa è un organismo senescente che cede terreno a un parassita più giovane e vigoroso. Se ne sta lì, a guardare i suoi musei e le sue cattedrali, a mangiare formaggi, in attesa che arrivi l’ordine.
L’America prende, l’Europa si dà. È una relazione stabile. Non c’è più niente da aggiungere. Forse domani compreranno un altro caccia.
Hanno preso la Groenlandia. Non è possibile. Sì, Trump, Un tweet. Ma noi abbiamo protestato con vigore. Cioè? Abbiamo detto che il 50% di dazi supplementari era accettabile. Ma non un centesimo di più. Era la nostra linea rossa. Ah. E loro? Hanno messo il 51%. E allora? Abbiamo accettato. Ma siamo stati durissimi. Abbiamo fatto una riunione di undici ore. Alla dodicesima, abbiamo ceduto. Ma con stile. Con una dichiarazione di venti pagine.
L’angoscia dell’uomo europeo! Lui, erede di Goethe e di Voltaire, si ritrova a contare gli euro di dazi sulla sua Mercedes, mentre suo figlio indossa un cappellino da baseball e parla di “noi” quando parla dei Marines. Legge Kant a colazione e poi firma contratti che lo trasformano in un vassallo.
È il segreto sporco di un continente che ha causato e visto troppi orrori per averne il coraggio, e allora si affida all’orrore gentile, mercantile, dell’amico d’oltreoceano. Che lo protegge e, nel frattempo, lo spoglia. Lui lo sa. E questo lo rende ancora più rancoroso, e ancora più servile.
Sto vedendo un reality show: L’Isola dei Vassalli. Gli Stati Uniti sono il conduttore sadico, l’Europa è il concorrente che si umilia per una scatola di cibo in scatola, cioè per un contratto sul gas. La “risposta forte” è il gioco a eliminazione: chi si ribella viene eliminato, cioè sanzionato, isolato, fatto a pezzi dai media atlantisti. Il pubblico applaude alla “coerenza occidentale”, che è come dire “sottomissione funzionale”. Se gli USA prendono la Groenlandia, l’Europa, per dimostrare la sua autonomia, si offrirà di prendere l’Islanda, per conto degli USA.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/26)
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