C’è una scena, l’altra sera, in televisione, che è meglio di una fiction. Il professor Grosso e Bocchino parlavano di contropoteri, di CSM, di procedimenti disciplinari.
Da una parte il professor Grosso, costituzionalista, uno che la Costituzione la insegna e probabilmente la sogna la notte. Dall’altra Italo Bocchino, con in mano una calcolatrice immaginaria, che schiaccia tasti e tira fuori numeri a effetto: “1582 procedimenti disciplinari! Il 96,5% archiviato! Solo il 3,5% di sanzioni! Ecco, vedete? I magistrati si autoassolvono, sono una casta di mafiosi!”.Il professor Grosso prova pazientemente a spiegare:
“Ma guardi che quelli non sono procedimenti, sono esposti. È come se lei dicesse che tutti i processi penali finiscono in assoluzione perché conta anche le querele che la gente ritira”.
Bocchino non sente, non vuole sentire. La sua calcolatrice è più forte della realtà. E il bello è che il presidente del CSM, che non è esattamente un sovversivo (è un avvocato di area Lega, quindi se fosse una squadra di calcio giocherebbe in casa con la politica), prova a dire la verità: i procedimenti disciplinari veri funzionano, il 40% finisce con condanne. Ma questo non fa notizia. Fa notizia solo che i magistrati sono corrotti. Fa audience solo lo slogan.
Il 22 e 23 marzo si vota il referendum sulla giustizia. Si vota Sì o No alla separazione delle carriere. Ma attenzione: non è mica solo quella. La riforma che ci propinano, quella voluta dal governo, prevede tre cose fondamentali.
Primo: giudici da una parte e pubblici ministeri dall’altra, due carriere separate e incomunicabili.
Secondo: due Consigli superiori della magistratura invece di uno. Perché se un organo non funziona, si sa, la soluzione è raddoppiarlo.
Terzo: i membri del CSM non più eletti dai magistrati, ma sorteggiati. Come alla tombola. Hanno deciso che per evitare le correnti, i giudici nei Consigli si scelgono a caso. Peschi un numero ed esce il laico, peschi un altro ed esce il togato.
Stanno trasformando la giustizia in una partita a tombola con in palio la libertà dei cittadini. E la domanda è una sola: a chi diamo il potere togliendolo ai magistrati? Ma alla politica, naturalmente. Quella che gode di una fiducia altissima. Quella dei partiti limpidi, trasparenti, che non rubano, non si mettono d’accordo, non fanno leggi per salvarsi la pelle. Affidiamo alla politica il controllo dei magistrati. Cosa potrebbe mai andare storto?
Il professor Grosso prova a spiegare l’ovvio: che il magistrato non è l’idraulico. Bella frase, quella, piace a tutti:
“Se il magistrato sbaglia, deve pagare come l’idraulico”. La mettono sui social, la scrivono sui cartelli. “Giustizia per Tizio che ha passato due anni in carcere ingiustamente”. Capisco la rabbia. Se mio figlio finisse dentro per un errore, io vorrei bruciare il tribunale. Ma riflettiamo un attimo.
L’idraulico viene a casa tua, ti dice che il problema è il rubinetto, lo aggiusta, e il giorno dopo ti allaga il bagno. Ha sbagliato lui. Paga. Il magistrato riceve le carte dalla polizia giudiziaria, legge le testimonianze, vede i rapporti dei periti. I periti dicono che le impronte sono sue. La polizia dice che aveva un movente. Tre testimoni giurano di averlo visto. Lui emette un’ordinanza di custodia cautelare. Dopo due anni, si scopre che i periti hanno sbagliato, i testimoni hanno mentito, la polizia ha fatto un pasticcio. Il giudice viene assolto in sede disciplinare perché ha applicato la legge sulla base di quello che sapeva. Chi ha sbagliato? Ma questo è troppo complicato. Molto più facile dire: “Paghi, mafioso!”.
Il professor Grosso lo spiega: se il magistrato sa che per ogni assoluzione dovrà pagare di tasca sua, non arresta più nessuno. Preferisce lasciare libero un colpevole piuttosto che rischiare di rovinarsi per un innocente. E questo vi sembra giusto?
E intanto nessuno parla dei tempi dei processi, le carceri che scoppiano, la mancanza di personale, gli uffici giudiziari dove i computer hanno Windows 95. Di questo non si parla. Perché questo è noioso. Questo è complicato. Meglio parlare di “potere dei magistrati”, di “suprematismo giudiziario”, di “ideologia woke nelle sentenze”. Ma quale ideologia, scusate? Un giudice che applica una legge che il Parlamento ha fatto, applica la legge. E se la legge è sbagliata, non è colpa sua.
Il punto è che questa riforma non risolve niente. Non accorcia i processi. Non assume cancellieri. Non compra computer. Non ristruttura le carceri. Non dà soldi alla giustizia. Cosa fa? Cambia la Costituzione per togliere potere ai magistrati e darlo alla politica. E siccome la politica, in Italia, è quella che ha inventato “Forum”, il “processo del lunedì” e le leggi ad personam, possiamo star tranquilli che ne farà buon uso.
La propaganda del Sì è semplice: “I giudici non pagano mai, sono una casta, votate Sì e li mettete in riga”. La propaganda del No è complicata: “Bisogna mantenere l’equilibrio dei poteri, la separazione delle carriere non accorcia i processi, il sorteggio è incostituzionale”. Una è come una pubblicità della Coca Cola: “Bevi e sei felice”. L’altra è come una lezione di diritto costituzionale. Indovinate un po’ quale funziona di più.
Io non ce l’ho con Bocchino, poveretto. Lui fa il suo mestiere. Prende i numeri, li mette in fila, e dice: “Guardate, è uno scandalo”. Poi arriva il professore e gli spiega che quei numeri non vogliono dire quello che lui pensa.
E lui: “Ah, ma allora quanti sono i procedimenti veri? Fateceli vedere”. Ma non capisce che non è questione di numeri. È questione di capire come funziona. È come se io dicessi: “In Italia ci sono 60 milioni di persone. Di queste, 30 milioni sono uomini e 30 milioni donne. Quindi la metà degli italiani ha la barba”. Capite che non funziona? Perché tra le donne qualcuna avrà la barba, e tra gli uomini qualcuno no, e poi ci sono i bambini, e poi...ma non importa.
Questa è la politica oggi. E intanto il professor Grosso spiegava che l’errore del giudice non è come l’errore del medico. Il medico sbaglia, muore un paziente. Tragedia individuale. Il giudice sbaglia, magari sulla base di errori altrui, e una persona sta in carcere due anni. Tragedia individuale anche quella, certo. Ma se il giudice avesse paura di sbagliare, non arresterebbe nessuno. E allora quanti morti farebbe la mafia intanto che aspetta il processo?
Questo è il punto che nessuno vuole vedere. La paura del giudice è la fine della giustizia. La fine della lotta alla mafia. La fine di tutto. Perché se passa il Sì, tra dieci anni ci ritroveremo con la magistratura in ginocchio, con i pubblici ministeri che hanno paura di indagare, con i giudici che prima di emettere una sentenza si chiedono “quanto mi costerà”.
E poi, quando la mafia comanderà indisturbata e i politici ruberanno a mani basse, qualcuno dirà: “Ma come abbiamo fatto a ridurci così?”.
E la risposta sarà: “Abbiamo votato con la pancia, non con la testa. Abbiamo creduto a quelli che dicevano ‘pagano come l’idraulico’. Abbiamo dimenticato che la Costituzione l’hanno scritta persone che la guerra l’avevano vista, e sapevano cosa vuol dire non avere giustizia”.
Io non so voi, ma io il 22 marzo vado a votare. E voto No. Non perché mi piacciono i magistrati. Non perché difendo le toghe rosse. Ma perché in questa riforma ci vedo la stessa faccia di sempre: quella di chi promette soluzioni facili a problemi difficili.
Quella di chi, per non dare soldi alla giustizia, preferisce cambiare la Costituzione. La Costituzione, quella che abbiamo giurato di rispettare, quella che i nostri nonni hanno scritto col sangue e con la speranza. Quella che in settant’anni ci ha tenuti insieme, nonostante tutto.
Forse è questo che non perdonano alla Costituzione: che funziona ancora. Oggi è il tempo di quelli che controllano e ti puniscono, oggi è il tempo del potere che si applaude da solo. Prendono un biglietto, pescano i giudici come dal sacco della tombola, e chi viene fuori non ha mai sbagliato niente. La legge sarà prona ad accontentare quelli che vogliono vendetta subito, senza processo.
Ma la vendetta non è giustizia. E la giustizia, senza giudici indipendenti, non è altro che il nome elegante che diamo alla paura.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 2/26)
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