Prendiamo due episodi. Due aggressioni. Due aggressori. Se il primo è musulmano, scatta subito l’analisi sociologica. Si parla di cultura violenta, arretrata, fomentatrice di odio. Di gente che non si integra. Il fanatismo, dicono, ce l'hanno nel sangue. È una questione collettiva, pesa su dieci milioni di persone. L'effetto di omogeneità dell'out-group (OHE) è la tendenza psicologica a percepire i membri di un gruppo esterno (out-group) come più simili tra loro ("tutti uguali"), mentre i membri del proprio gruppo (in-group) sono visti come più vari, complessi ed eterogenei. Questo bias alimenta stereotipi e pregiudizi.out-group omogeneità: noi siamo individui, loro sono tutti uguali. E tutti colpevoli. Se il secondo è ebreo, invece, la musica cambia. Allora è solo un coglione. Un isolato. Una mela marcia. Niente contesto, niente educazione, niente ideologia. Si condanna il singolo, e si chiude lì. Manco fosse uscito dal nulla. Questo è il bias a favore dell’ingroup: i nostri sbagli sono eccezioni, i loro sono la regola. Così proteggiamo l’immagine del gruppo che ci dà identità. A Tel Aviv come a Roma, funziona così. Si chiama errore fondamentale di attribuzione, o più semplicemente ipocrisia. Ma c’è anche un meccanismo più sporco: la colpevolizzazione della vittima. Se un ragazzo entra al ghetto con una kefya, dice Pacifici, è provocazione. Dunque se lo picchiano, se lo sprangano, se lo uccidono, se l’è cercata. La psicologia lo sa: abbiamo bisogno di credere che il mondo sia giusto. E per mantenerlo giusto, la colpa finisce sempre da quella parte. In Israele, i coloni violenti sono casi isolati. Per fortuna c'è Netanyahu, il cattivo di turno. Lo togliamo di mezzo, e tutto torna a posto: la specchiata democrazia, i valori occidentali. Bella favola. Qui scatta la riduzione a capro espiatorio: un solo uomo assorbe tutta la responsabilità, così il sistema può dormire sonni tranquilli. Classica dissonanza cognitiva: teniamo insieme l’idea di essere democratici e i fatti che dicono il contrario. Per risolverla, invece di cambiare i fatti, cambiamo il racconto. Da noi, intanto, nella comunità ebraica romana c'è chi aggredisce, chi spara, chi picchia. Ci sono le ronde all'ex ghetto. C'è una milizia che si chiama "Lega Difesa Ebraica" (quando la parola "difesa" la mettono i sionisti, vuol dire tutt'altro). E poi ci sono le liste di proscrizione, i portali che fanno i nomi degli attivisti, i canali Telegram che chiunque altro avrebbe già chiuso per istigazione all’odio. Non sono singoli “coglioni”. È un comportamento di gruppo, con ruoli, gerarchie, rituali. La psicologia sociale lo chiama polarizzazione di gruppo: quando si sta insieme, si diventa più estremi di quanto si sia da soli. Quando Riccardo Pacifici, che allora guidava la comunità, dice che "se uno entra nel ghetto con una kefiyah, è provocazione", non è un episodio. È un brodo di coltura. È quella che i libri chiamano deumanizzazione: l’altro non è più una persona, ma un simbolo, una minaccia, un bersaglio legittimo. Se parli, se critichi Israele, se provi a fare un seminario con Francesca Albanese, o se Amnesty International osa dire qualcosa, scatta il solito meccanismo: "fomentate l'antisemitismo". Si gira la frittata: la vittima diventa carnefice, chi denuncia violenze diventa la causa delle violenze. Un bell’esempio di inversione morale che la retorica identitaria sa confezionare benissimo. L'antirazzismo non può andare forte quando l'aggressore è uno sconosciuto, e fermarsi quand'è "uno dei nostri". Altrimenti, non è antirazzismo. È una corrente alternata che fa comodo. Se applichi regole diverse, non stai cercando giustizia. Stai solo proteggendo il tuo orticello. (A. Battantier, Italien Néandertalien, 4/26)
30 avr. 2026
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