7 mai 2026

MICHELE SERRA E L’ELOGIO DEL GIORNALISMO LIBERO

Quanta saggezza nell’elogio di Michele Serra del New York Times. Tredici milioni di abbonati che si affidano a un’agenzia di selezione delle notizie come il paziente dal dentista.

Del resto, anche “Repubblica” è da tanti anni apostola della delega cognitiva. Peccato che il suo dentista, da anni, riempie la bocca di amalgama atlantista, trapanando il cervello con le carie del Pentagono.

Mentre Serra celebra il giornalismo “classico”, la sua testata è diventata un bollettino di guerra, megafono del mainstream europeo guerrafondaio. Ogni giorno editoriali che profumano di napalm; titoli che invocano armi, sanzioni, escalation. La pace sembra una parolaccia. “Putin è Hitler”, “Zelensky eroe”, “difendiamo la democrazia”; simili slogan nel 2003, ci portarono in Iraq, e Serra stava in prima fila a battere le mani.

Che successo, il NYT! Quanta élite! Quella che si genuflette ai colossi bellici, che applaude il riarmo tedesco come un festival, che trasforma ogni vertice in un arsenale. È rassicurante sapere che qualcuno seleziona le notizie per noi: seleziona quelle che fanno comodo, oscura le trattative, ridicolizza chi osa dire “negoziato”. I morti di Bucha? Strumentalizzati per vendere Javelin. I bambini sotto le bombe a Gaza? Servono a blindare la narrazione.

E voi sareste la stampa libera, l’argine contro il virus cognitivo? La verità è che “Repubblica” ha scelto: armi! Non importa se il mondo esplode, purché il titolo della Lockheed Martin salga.

Serra parla di fiducia. Io mi fido di chi ha il coraggio di gridare che la guerra è una follia, sempre, non solo quando conviene. La pace è l’unica cosa per cui valga la pena lottare. Il resto è chiacchiera di dentisti sadici che ti strappano i denti per poi fatturarti la protesi.


#italiennéandertalien



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