Michele Mari ha vinto lo Strega; è l'autore che massacrò Michela Murgia durante il tour del Premio. Le ricostruzioni circolate parlavano di frasi che collegavano il carattere di Michela Murgia al suo aspetto fisico; Mari ha poi sostenuto di essere stato frainteso, porgendo comunque le proprie scuse per il dolore provocato.
A me interessa il paesaggio culturale che rende certe parole immediatamente plausibili.
Perché milioni di persone non hanno faticato a credere che una donna potesse essere liquidata come "rabbiosa" perché "brutta"? Perché quella frase appartiene a un archivio antico.
È il repertorio con cui il patriarcato ha neutralizzato per secoli le donne che parlavano troppo, studiavano troppo, scrivevano troppo, dissentivano troppo.
Se un uomo è feroce, è brillante. Se una donna è feroce, deve esserci una ragione privata: sarà frustrata, isterica, invidiosa. Oppure, naturalmente, non abbastanza desiderabile.
La violenza simbolica di Mari è stata trasformare un conflitto intellettuale in una diagnosi estetica. Sostituire il dibattito con il corpo.
Non importa ciò che una donna dice: importa se piace. Non importa la forza delle sue argomentazioni: importa quanto rassicura lo sguardo maschile.
Il potere costruisce soggetti "leggibili" attraverso norme che decidono chi possa essere ascoltato e chi venga ridotto a semplice corpo. Michela Murgia ha passato gran parte della sua vita a incrinare proprio quelle norme.
Non è necessario condividere ogni sua idea. Nessuna figura pubblica deve essere sottratta alla critica. Ma c'è una differenza enorme tra contestare un pensiero e spiegare quel pensiero attraverso il volto, il corpo o la presunta mancanza di desiderabilità di chi lo esprime.
È una scorciatoia misogina che sposta la discussione dal piano politico a quello biologico, come se il dissenso femminile non fosse una scelta razionale ma il sintomo di una vita sentimentale fallita.
Il controllo delle donne passa anche attraverso la disciplina dei loro corpi. Sarebbe ora di smontare lo stereotipo della donna "amara", quella che sarebbe incapace di amare perché incapace di piacere.
Ogni sistema di dominio costruisce narrazioni utili a delegittimare chi lo mette in discussione.
Tutte queste riflessioni convergono in un punto essenziale: quando una donna diventa scomoda, il primo bersaglio non sono le sue idee, ma la sua persona.
Michela Murgia era scomoda. Parlava di patriarcato, famiglie, diritti, linguaggio, potere. Lo faceva con una radicalità che suscitava consenso e irritazione. È normale. Così funziona il pensiero vivo. Quello che non è normale è il bisogno ricorrente di ricondurre quella radicalità a una presunta carenza personale, quasi che una donna non possa essere politicamente combattiva senza che qualcuno le attribuisca una ferita narcisistica, una frustrazione estetica o una vendetta contro il mondo.
L'aspetto più inquietante della vicenda? Michela Murgia non è più qui per replicare. Eppure continua a essere processata come se il suo corpo fosse ancora il terreno sul quale misurare la legittimità delle sue idee. È il segno che il patriarcato non teme soltanto le donne vive. Teme anche la persistenza della loro voce dopo la morte.
Il vero omaggio alla letteratura consiste nel pretendere che il confronto resti sul terreno delle idee. poiché, quando il corpo di una donna diventa ancora una volta l'argomento principale della discussione, significa che la cultura non discute, giudica con la trogloditica saccenza collaudata da millenni.
(A. Battantier, Mip Lab, Italien Néandertalien, 7/26)
#MichelaMurgia
#MIPLab
#memoriediunamore
#italienneandertalien

Aucun commentaire:
Enregistrer un commentaire
Remarque : Seul un membre de ce blog est autorisé à enregistrer un commentaire.