E la nostra premier fa la recensione entusiasta: “Operazione riuscita, ottima presentazione, servita veloce”.
E io che penso…ma non era il Sovranismo la parola magica? La bandiera, il confine, il “prima gli italiani”?
Ah, ma no, scusa, mi sbagliavo. Quello vale solo per i reietti che arrivano dal mare su un barcone.
Se arriva un C-130 Hercules con i Marines, quello è “difesa legittima”.
Allora, il Mandriano Capo della casa bianca, tuona: “Quello laggiù è un dittatore!”. Manda i soldati a prenderlo e tutti dicono “Sì, signore!”.
Perché? Perché ha il petrolio! Lo stesso motivo per cui hanno fatto a pezzi l’Africa e l’America Latina.
Ma tu non puoi dirlo. Devi dire “Esportazione della democrazia”! Loro hanno le portaerei! E noi abbiamo Giorgia che fa l’inchino.
“Operazione militare speciale”. Non “invasione”, non “colpo di Stato sponsorizzato”. Speciale. Come la salsa della nonna. “Regime mai riconosciuto”.
Ah, quindi il riconoscimento è una polizza assicurativa? Se io non riconosco la tua casa, posso bruciarla? E in Venezuela, poveri stronzi, pensavano di essere uno Stato sovrano.
Sorpresa! La sovranità è un concetto flessibile. Si applica a te, non a chi ha la flotta più grossa.
E l’ONU dice “No, non si fa”. E allora? La verità è un optional, come i sedili riscaldati con massaggio sull’automobile. Se puoi permettertela, la compri. Se no, vai a piedi e stai zitto.
Hanno cambiato il nome alla guerra! Non è più “imperialismo”, è “realismo”. Non è più “vassallaggio”, è “pontieraggio”.
“Pontieraggio”, è la nostra premier che si fa ponte. Un ponte di carta igienica, che si scioglie alla prima pisciata di pioggia acida della storia.
Gli Stati Uniti in America Latina hanno fatto più danni della peste bubbonica! Hanno installato dittatori come se fossero lampadine! “Qui serve più luce? Clic, ecco Pinochet. Qui è un po’ buio? Clic, ecco la giunta in Argentina”. E poi hanno il coraggio di parlare di “diritti umani”! È come Totò Riina che ti multa per sosta in doppia fila. E noi, l’Europa, la grande civiltà, annuiamo.
Non perché abbiamo la memoria corta ma perché abbiamo il culo pesante. E non vogliamo alzarci dalla poltrona comoda del “Occidente libero”. Che è libero soprattutto di fare quello che cazzo gli pare.
Il Mandriano Capo, in un accesso di noia tra una partita di golf e un insulto su Truth Social, decide che il giocattolo Venezuela ha smesso di divertirlo. Lo dice ai suoi giocattolai in uniforme: “Portatemelo”. E loro lo portano.
Meloni, che, come molte persone, ha scambiato per amicizia un rapporto tra padrone e cagnolino, abbaia il suo sostegno.
“Ben fatto!”, dice. “Azione difensiva!”. Come dire che spezzare le gambe a un altro è “ginnastica preventiva”.
L’ONU emette un suono: “Boo”. Un suono gentile, educato, destinato a dissolversi nel vuoto cosmico senza aver cambiato nulla.
Marine Le Pen, che per un giorno sembra la voce della ragione in un manicomio, dice: “La sovranità è sacra”. Bella battuta. Nessuno ride. Ormai “diritto internazionale” è il nome di una barzelletta.
La nostra eroica premier Meloni ha scoperto una nuova, ardita dottrina della politica estera. È una dottrina semplice, alla portata di tutti, che risolve ogni complessa questione di diritto tra le nazioni.
Si chiama: “Stare dalla parte di chi vince”. Una volta si chiamava “viltà”.
L’America ha compiuto in due secoli in Sudamerica più ruberie e inganni di tutti i colonialisti europei. E ogni volta, c’è stato un coro di benpensanti, editorialisti e politici, a spiegare come in fondo fosse per il loro bene, per portare la civiltà, la democrazia, il progresso.
È la stessa vecchia storia: il ladro che entra in casa tua e ti spiega che lo fa per insegnarti a serrare meglio le finestre.
E ora abbiamo un ladro più sgarbato degli altri, che non si cura nemmeno dell’ipocrita spiegazione.
E i suoi valletti, in Europa, annuiscono con un entusiasmo che farebbe arrossire un cortigiano del Re Sole.
La mia cagnolina Toffee, quando sentiva il rumore del cibo nella scatola, faceva cerchi vorticosi su se stessa, completamente fuori di sé. Osservo certi commenti politici e vedo lo stesso movimento: un vorticoso, entusiasta abbandono di ogni senso logico pur di raggiungere la crocchetta dell’approvazione del Potente.
“Azione difensiva” per descrivere un’invasione a migliaia di miglia di distanza!
È come dire che il mio vicino, invadendo il mio giardino per rubarmi le rose, sta compiendo un’“operazione di potatura collaborativa”.
Funziona così: sei forte, hai ragione. Se il tuo capo è forte, devi dirgli che ha ragione. Se dici che ha ragione, lui potrebbe darti ragione. È un circolo virtuoso di ragionevolezza! Trump è forte, quindi Trump ha ragione. Meloni dice che Trump ha ragione, quindi Meloni ha ragione con Trump.
L’ONU dice che hanno torto, ma l’ONU non è forte, quindi l’ONU non ha ragione. È semplice, no?
E poi c’è la Questione del Riconoscimento. Un regime “non riconosciuto” è come un uomo invisibile: puoi sparargli addosso e nessuno ti accusa di omicidio, perché tecnicamente non esisteva!
Dovremmo applicarlo a casa: “Non riconosco questo conto della luce”. Strappo. Problema risolto. L’unico intoppo è che, seguendo questa logica, anche noi potremmo un giorno diventare “non riconosciuti” (difatti questa è la fine che stiamo facendo!).
È la volgarità dell'azione che alla fine stordisce: “Prendiamolo!” “Pontieraggio”. “Azione difensiva legittima”.
Meloni, con il suo ghigno da allieva diligente della scuola del potere, si aggrappa a queste locuzioni come a un corrimano che la separi dal baratro dell’irrilevanza.
Siamo in fase terminale di decomposizione. L’idea di sovranità nazionale è stata svuotata. È un guscio. Puoi riempirlo con ciò che vuoi: slogan sovranisti, servilismo atlantico, è lo stesso.
Meloni non è né realista né vassalla. È solo un organismo che reagisce agli stimoli dell’ambiente. Lo stimolo è Trump, la reazione è l’adorazione. Una forma semplice di vita politica.
L’America Latina? Una periferia disprezzata, un laboratorio per gli esperimenti più cinici.
L’Europa? Un museo di anziani che discutono sul colore delle tende mentre il tetto brucia.
L’ONU? Il reparto lamentele di un supermercato chiuso da anni. Non c’è indignazione, non c’è sorpresa. C’è solo l’estensione logica del mercato a ogni aspetto dell’esistenza, incluso il diritto di invadere.
Il Venezuela ha risorse, Trump ha potere, Meloni ha bisogno di affetto. Lo scambio è limpido.
In qualche salotto del potere, il Mandriano Capo parla a scatti, impone la sua realtà. Giorgia, concentratissima su di lui, studia ogni micro espressione, cerca il segnale di approvazione.
Intorno, altri personaggi: l’ONU che alza un dito per obiettare con voce da bibliotecaria; Le Pen che, in un improvviso scatto d’orgoglio, rivendica un principio, ma è un monologo, nessuno la ascolta veramente.
Il dramma è tutto nel sottotesto, nelle pause. Nella paura di essere esclusi dal salotto buono.
Il principio invocato da Le Pen -“la sovranità è sacra”- è una battuta potente, ma cade nel vuoto perché nel salotto conta solo il rapporto di forza, non la sacralità delle parole.
Meloni lo sa. Sa che l’unica parte che le è stata assegnata in questa pièce è quella dell’ammiratrice incondizionata. E la recita con una dedizione che è, in fondo, tragica.
Che narcisismo collettivo! L’America si guarda allo specchio e vede l’arcangelo Gabriele, anche quando sta brandendo un coltello da macellaio!
E i suoi cortigiani europei, come la nostra premier con il suo zelo da convertita, devono per forza cantare il coro: “Sì, arcangelo! Sì, giustiziere!”.
Hanno riscritto la storia dell’emisfero come un romanzo di formazione dove loro sono l’eroe e il resto sono selvaggi da redimere o canaglie da punire. E quando la realtà -fatta di golpe, di dittatori installati, di economie strangolate- bussa alla porta, la chiamano “fake news” o “complottismo anti-occidentale”!
La verità è che sono degli ipocriti colossali, e noi siamo i loro imbecilli volontari.
Meloni si aggrappa a Trump come un naufrago a un relitto, pensando che sia un’isola. Non vede che quel relitto la sta trascinando in acque sempre più oscure, dove tutte le sue bandiere sovraniste saranno solo stracci inzuppati.
È il trionfo del cinismo sulla memoria, della forza sulla ragione. E l’odore che ne viene fuori è quello della propria vergogna, negata.
Meloni, la nostra paladina dei confini, ha appena teorizzato che i confini sono come i cancelletti dei VIP: esistono per tenere fuori la plebaglia, ma si aprono con un inchino per i veri padrini. E il padrino, oggi, è un vecchio ossessionato dalla sua statura che risolve i problemi geopolitici come fossero liti di condominio:
“Quello del 5° piano è uno stronzo? Chiamo i miei ragazzi e lo butto fuori”.
E noi, il condominio Europa, anziché chiamare le forze dell’ordine, gli mandiamo la presidentessa del consiglio con un mazzo di fiori e il plauso.
L’ONU borbotta, ma è come un comico satirico in televisione: fa ridere qualcuno in studio, ma dopo la pubblicità il potere è sempre lì, intatto.
L’unica verità, in questa farsa, l’ha detta Le Pen, per pura calcolata rivalità. Il che la dice lunga su quanto siamo ridotti male. È come se a ricordarti che il fuoco scotta fosse un piromane.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/25)
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