9 janv. 2026

DORA, DORA, CHE FAI STASERA? (l’algoritmo del dissenso e la “Riduzione del Rumore di Fondo”)

Guardo questo schermo. È piccolo, luminoso. Ci passo le dita sopra e mi sembra di toccare il mondo. Poi però, a volte, ho l’impressione che sia il mondo a toccare me.

Con un dito freddo, preciso, che scende giù lungo la schiena. Faccio finta di nulla, sorrido, metto un “like” a un gattino. Perché è più facile.

Perché il dito, se ci pensi troppo, diventa una mano. E la mano può stringere. Oppure afferrare. E a quel punto ciao, è finita la festa.

La festa, in realtà, è finita da un pezzo. Solo che noi balliamo ancora, in una stanza che si sta lentamente riempiendo di gas. E ridiamo. Ridiamo tanto. Per non sentire l’odore.

Ma che cazzo, Dora! Stai fuori di testa? Hai visto i tuoi amici? Ti prendono per il culo perché fumi erba? Quelli che tu chiami amici, se la storia gira male, ti vendono per un abbonamento a Netflix!

“Dora si fa troppe canne, parla di complotti”, mentre là fuori, i veri spacciatori, quelli che ti rifilano la merda buona dell’obbedienza, quelli passano in giacca e cravatta e li invitano ai talk show!

Il trucco è nella nomenclatura. Non muoiono. “Scompaiono dalla circolazione”. Non vengono eliminati. “Hanno problemi di salute”. Non sono omicidi. Sono “tragici incidenti”.

Fatti strani: Un influencer muore per un’allergia ad un’insalata di quinoa geneticamente modificata. Un hacker finisce sotto un treno mentre stava decriptando l’hard disk. Un blogger che parlava di inquinamento muore asfissiato dal monossido di carbonio nella sua auto ibrida, parcheggiata in garage aperto.

Si chiama “Riduzione del Rumore di Fondo”. E non lo dico io, lo dicono i loro documenti interni, che ovviamente non esistono. L’Ordine Mondiale, il Grande Consiglio, la Fottuta Mano Nera, chiamala come vuoi, non ha più bisogno di dittatori urlanti o di guerre mondiali. Troppo casino, troppa carta straccia. Hanno i big data. Hanno l’algoritmo del dissenso. Se il tuo coefficiente di sconvenienza supera una certa soglia, e la tua audience rimbalza oltre una certa portata… bzzzt. Il sistema segnala un’anomalia. E il sistema (efficiente!) corregge le anomalie. È un lavoro sporco, ma qualcuno -anzi, qualcosa- deve pur farlo.

Dora aveva un blog dove parlava della chimica nell’acqua e di come i corvi del parco avessero smesso di cantare. Seguiva trenta persone. Trenta fastidiosi, scomodi, meravigliosi granelli di sabbia nell’ingranaggio lucido. Uno a uno, i granelli sono stati polverizzati. Così va. Uno è morto di infarto a trent’anni. Un’altra è caduta dalle scale. Un altro ancora si è “suicidato” con due colpi di pistola alla nuca. Classico.

Dora aspettava il suo turno. Si sentiva come una pecora in un gregge numerato, che vede le compagne scomparire a sinistra e a destra, mentre il pastore elettronico le conta con dolce insistenza.

I suoi amici erano la parte più comica e tragica dell’affare. Si dichiaravano paladini del “pensiero critico”, ma solo fino a quando il pensiero critico non richiedeva di ammettere che il mondo potesse essere, anche solo per un istante, più stupido e crudele dei loro testi di filosofia.

Preferivano credere che Dora fosse paranoica, piuttosto che ammettere che la realtà fosse diventata una cattiva sceneggiatura.

I suoi amici le offrivano pastiglie di senso comune. “Dora, è statistica!”, le dicevano. “Dora, sono coincidenze!”.

Come se la Storia fosse una signora distratta che inciampa e fa cadere solo gli oppositori politici. Che sfortuna!

Se dicevi: “Stanno eliminando i dissidenti online”, e tu eri una dissidente online, la tua affermazione era la prova che eri paranoica e quindi inaffidabile, e quindi non una minaccia. Ma se non eri una minaccia, perché avrebbero dovuto eliminarti? A meno che, appunto, non lo stessero facendo, nel qual caso la tua paranoia era giustificata, e quindi eri una minaccia, e quindi dovevi essere eliminata.

Dora ci pensava e le veniva voglia di andare a vivere in una grotta, in campagna, dove si rifugiava da piccola con suo fratello. Poi ricordava che, ormai, anche le grotte avevano la recensione su Google Maps.

Una violenza meticolosa, anzi, pedante. Il primo tentativo: un motociclista, un mezzo elettrico, silenzioso come un serpente. Le sfiorò la borsa. Il secondo: un SUV, con targa opaca, che ‘malfunzionò’ sul marciapiede. Lei si gettò in un'aiuola, le labbra piene di terriccio e stupore. La Stazione Centrale, poi, fu il culmine di una cattiva coreografia. L’uomo che le chiese l’ora, le mani che andavano alla sua gola, la finta lotta per il portafoglio che era una lotta vera per la vita.

Si salvò, non per eroismo, ma per un istinto di sopravvivenza che le parve altrettanto meccanico degli attacchi subiti. Scivolò giù per le scale mobili dei sotterranei della metropolitana (in qualche modo ne ricordarono la sua amata grotta dell'infanzia). Lì, tra l’odore di urina e il ronzio dei neon, fra i derelitti e i pendolari che non alzavano lo sguardo dai cellulari, si sentì, finalmente, al sicuro. Perché lì, in quel non-luogo, non aveva più un’identità. Era solo un corpo tra corpi, un dato anonimo nel flusso.

L’unico modo per non essere cancellati dal sistema era diventare invisibili al sistema. La solitudine come ultima forma di dissidenza. E forse anche di resa.

I suoi amici, quella sera stessa: “Dora, ci hai fatto preoccupare! Dove sei sparita? Non rispondevi al telefono!”. Lei li guardò, con i loro vestiti belli, le loro idee moderate (Propaganda Live stava per iniziare), le loro vite corrette. Sorrise.

“Niente. Stavo solo… svanendo. Un esperimento. Funziona”.

Ridevano. Non avevano capito. Non avrebbero mai capito. La commedia era finita. Il sipario era una lastra di acciaio.

Il corpo di Dora che voleva vivere! Il cuore che le martellava contro le costole come un prigioniero, il sudore che non era paura ma furia condensata! Loro volevano spegnere quel corpo, renderlo un dato tra parentesi, un “ex-utente”, “bloccata”.

Lei, nel buio dei sotterranei, toccava il proprio polso, sentiva il sangue pulsare. Era la sua ultima, oscena, meravigliosa rivolta. Il desiderio carnale di esistere nonostante tutto. Di essere qui, nel fetore e nella paura, piuttosto che assente nella loro perfetta, asettica menzogna.

E così, la prossima volta che il vostro feed vi propone un “tragico incidente” o una “morte improvvisa” di uno che la pensava storto, prima di scrollare, fermatevi. Soffiatevi il naso. Chiedetevi: era un incidente? O un “incidente”?

La differenza è solo un paio di virgolette. Quelle virgolette sono le sbarre della nostra comoda gabbia.

Dora è scappata giù nel buio. Noi restiamo qui, nella luce dello schermo, a guardare video di gattini o di ricostruzione unghie.

E ogni “like” è un piccolo, inconsapevole applauso al nostro stesso, futuro, impeccabile, sarcastico, definitivo lieto fine. Che non arriverà mai.

(A. Battantier, Frammenti per l'Apocalisse, Mip Lab, 1/25. Art by Stephen Stadif)


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