15 janv. 2026

GAZA (Non fanno più rumore in tv. E noi a credere che la pace l’abbiamo fatta noi, con le nostre belle dichiarazioni. Il genocidio totale aveva un bug, consumava troppo in termini di immagine. È la banalità del male in versione aggiornata)

Dicono che la “guerra” (il genocidio!) è finita/o. L’hanno detto i telegiornali, l’hanno annunciato i governanti, con quella faccia seria e pulita di chi ha appena compiuto un miracolo. 

Hanno spento la televisione, noi abbiamo spento la televisione, e allora deve essere vero. 

Un genocidio totale che diventa “incrementale”, discreto, di buona creanza. Come se ti sparassero non più con un fucile, ma con una cerbottana, un colpo al giorno, e ti chiamassero “incidente demografico”. 

La Striscia di Gaza si restringe, come un cuore che muore, e loro ci costruiscono sopra dei villini, con l’abbaino e il barbecue. “Gaza Vista Mare”. E noi a credere che la pace l’abbiamo fatta noi, con le nostre belle dichiarazioni.

“Guerra finita”? Ma se gli sparano ancora! È come se io smetto di pestarti a calci in testa e comincio a darti solo schiaffi, uno ogni ora, e dico: “Ecco, ragazzi, ho finito di pestarlo. Ora è terapia”. 

E tu, mondo, fai finta di crederci perché gli schiaffi non fanno rumore in TV. E intanto si preparano a fare lo stesso gioco in Cisgiordania, solo che lì i condomini li vogliono con vista sugli ulivi, quelli che restano.

L’ipocrisia occidentale. Il prodotto è fallato, il genocidio totale aveva un bug, consumava troppo in termini di immagine. Allora hanno rilasciato l’aggiornamento: “Genocidio 2.0, Modalità Risparmio”. 

Uccisioni a basso impatto visivo, pulizia etnica in sordina, nei campi profughi dove le telecamere non vanno. È come il porno soft-core: suggerisci la violenza, non la mostri tutta, e così puoi dire che è arte. Qui è “diplomazia”.

“Azione militare incrementale”. “Piani a lungo termine”. “Consolidamento territoriale”. Sono solo merdate. Si chiama rubare la terra e ammazzare la gente. Ma se lo dici così, sembra brutto. Allora lo infili in una frase lunga, con parole latine, e diventa accettabile. L’unica cosa “incrementale” è la nostra capacità di fregarcene. 

I palestinesi sono purtroppo lì, nel modo sbagliato. I leader israeliani hanno guardato una mappa antica, piena di nomi in ebraico, e hanno detto: “Questi qui non ci sono”. Così li hanno cancellati. A poco a poco. Un po’ alla volta. Un giorno sì e l’altro pure. 

Mi dicono che Israele sia il più grande alleato della democrazia in Medio Oriente. Pare che la sua idea di democrazia sia così pura, così concentrata, che può permettersela solo per una parte precisa dei suoi abitanti. Per gli altri, offre un’esperienza diversa: apartheid all’aria aperta, con vista sui pogrom dei “Giovani delle Colline”. 

Una sorta di Far West biblico, dove lo sceriffo è anche il capo della banda. 

Il mondo civile applaude alla sua vitalità, e distoglie lo sguardo dai corpi ai margini della strada. 

È la solita, vecchia storia: la civiltà che avanza, con il fucile in una mano e il libro sacro nell’altra.

È un piano perfetto, meticoloso: “Prima prendiamo un pezzo di Gaza, poi l’altro, poi la Valle del Giordano, poi un giorno, chissà, pure il Libano!”. 

E tutti i nostri capoccioni annuiscono, seri, guardando le carte, mentre i cani dei coloni abbaiano e i bulldozer scavano, scaraventando in aria ossa di bambini. 

Se protesti, sei antisemita. Se taci, sei complice. Noi li guardiamo da fuori, attraverso un vetro antiproiettile di indifferenza. 

Il generale Eiland ha ragione: perché ricostruire una prigione se puoi lasciarla in macerie? Così occupa meno spazio sulla mappa mentale dei tuoi elettori.

È la banalità del male in versione aggiornata. Katz, parla ormai di insediamenti come di progetti di riqualificazione urbana. L’orrore si è fatto burocratico, incrementale appunto. Una violenza amministrativa. La pulizia etnica non è più un evento, è un processo. Una lenta, meticolosa, chirurgica cancellazione.

Alla fine, forse, ci riusciranno. Ridurranno tutto a un deserto ordinato, recintato, sorvegliato da droni. Gaza un parco tematico biblico, la Cisgiordania un agriturismo per coloni. 

I palestinesi? Spariti, assimilati dalla tristezza o emigrati. L’Occidente osserverà e troverà la cosa un po’ triste, ma inevitabile. Come l’inverno. La vita umana, dopotutto, è così sovrastimata.

La tragedia in tre atti, con un intermezzo di dichiarazioni umanitarie. Gli attori cambiano costumi -ora militari, ora diplomatici- ma il copione è sempre lo stesso. 

L’Occidente emette suoni appropriati: orrore, applausi, poi stanchezza. 


E i cittadini palestinesi di Israele? Il governo li incoraggia ad andarsene, lascia che la criminalità li divori, e poi dice: “Vedete? Sono ingovernabili!”. 

È come rompere le gambe a un uomo e poi deriderlo perché zoppica. 

L’autoinganno israeliano ha raggiunto vette artistiche. Hanno creato un mostro di paura e onnipotenza, e ora lo chiamano destino.

Hai un Primo Ministro sotto processo, un’economia che va a rotoli, una società polarizzata. 

Soluzione? 

Crea una guerra infinita a bassa intensità! Distrai, unisci il gregge contro il nemico esterno (o interno, i “traditori” della sinistra). 

È il più classico dei giochi di prestigio della destra sovranista: la culonia in faccia diventa politica estera. 

E il prestigiatore di turno, Netanyahu, mentre parla di Iran e Grande Israele, fa sparire dalla manica i diritti umani, il diritto internazionale, e persino il buon senso. E, a tale proposito, in TV ho sentito dire, poco prima di vomitare: “Ma che bravo, guarda come tiene in pugno la situazione!”. 

(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 1/25)


#italiennéandertalien 
#MIPLab 

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