L’ospedale civile di Piacenza odorava di disinfettante. Lì dentro, nel corridoio del terzo piano, c’era solo il silenzio rotto dal rumore dei suoi passi infilati in ciabatte di gomma verde.
Il professor Sandro Bertini, primario di diagnostica per immagini, la attendeva nel suo studio. Era un uomo piccolo, con gli occhiali grandi e l’espressione di un notaio che sta per leggere un testamento sgradito.
«Signora Liberti,» cominciò, sfogliando i referti con una lentezza studiata. «L’abbiamo sottoposta a una serie di accertamenti. Tac, risonanza, esami ematochimici, il pacchetto completo, per così dire.»
Vera annuì, sentendo il cuore batterle in gola, proprio dove l’ernia faceva le prove generali per il grande evento.
«La situazione,» proseguì Bertini, togliendosi gli occhiali, «è complessa.»
Vera chiuse gli occhi. Ecco, ci siamo. Il nipote l’avrebbe pianta, ma solo dopo aver controllato se nel testamento c’era la clausola per il vitalizio. La cognata s’era già offerta di prendersi il suo appartamento in centro, “tanto per non lasciarlo sfitto”.
«Abbiamo riscontrato,» il professor Bertini fece una pausa, come se stesse per pronunciare una sentenza, «un’anomalia. Una sorta di…tentativo di modifica strutturale, se mi passa il termine. Qualcosa che voleva alterare l’equilibrio di alcuni organi vitali. Una riforma, diciamo, della sua architettura interna.»
Vera impallidì. «Un tumore?»
«Diciamo. Qualcosa di subdolo, nel suo organismo, aveva cercato di introdurre sette articoli modificati. Sette piccole varianti al suo stato di fatto. Volevano, come dire, rendere il fegato più dipendente dalle direttive del pancreas. Sottoporre la milza al controllo diretto del colon discendente. Una cosa piuttosto fantasiosa, in verità; la stiamo studiando. Roba da costituenti in erba, un fascio d'erba.»
Vera lo guardava senza capire. «Ma io... io non ho mai voluto niente di tutto questo. Io voglio solo stare bene.»
«Certo, certo,» fece Bertini, con un sorriso. «Il bello è che non gliel’hanno chiesto, a lei. C’è stato un tentativo di imporlo dall’alto. Volevano cambiare l’assetto fondamentale del suo organismo per assecondare l’ambizione di un piccolo gruppo di pressione sugli organi interni. Hanno provato a convincerla che era una cosa necessaria. Hanno detto che la sua vecchia costituzione fisiologica era obsoleta, che andava adattata ai tempi moderni, che così la giustizia, pardon, la digestione sarebbe stata più rapida ed efficiente.»
Vera sospirò. «Le solite promesse. Anche mio marito, prima di comprare la Seicento, diceva che avremmo fatto il giro d’Italia. Invece ci siamo fermati sempre al distributore dell’Agip vicino allo stadio.»
Il professor Bertini annuì, apprezzando la metafora. «Proprio così. Ora, noi abbiamo fatto un’analisi approfondita del caso. E abbiamo sottoposto la questione a un corpo elettorale, per così dire. A tutte le cellule. Abbiamo chiesto loro, in questi due giorni, se volevano davvero questa modifica. Se volevano che il fegato obbedisse al pancreas, che il cuore chiedesse il permesso ai polmoni per battere.»
«E cosa hanno detto le cellule?» chiese Vera, con la voce che le tremava.
Bertini alzò gli occhi al soffitto, assumendo un’aria che cercava di essere solenne ma che, in un primario, risultava vagamente ironica. «Hanno detto di no. Con una partecipazione straordinaria, signora. Hanno capito al volo che dietro quella riforma anatomica c’era un tentativo di mettere il sistema immunitario sotto il controllo dell’umore passeggero del fegato. Hanno alzato un muro. Hanno detto: la nostra architettura non si tocca. Hanno respinto sette proposte di modifica. Sette, gliel’ho detto. Quelle che, se fossero passate, avrebbero svuotato di significato la sua intera struttura di persona.»
Vera si portò una mano al petto. «Ma allora...?»
«Allora, signora Liberti, il responso è questo,» disse, voltando l’ultimo foglio e mostrandole la conclusione in bella calligrafia. «Lei risulta affetta da una robusta e inveterata capacità di resistenza. Da un’impostazione costituzionale che ha resistito al tentativo di aggressione esterna. In termini più semplici: la sua è una sana e robusta costituzione. Non c’è niente da togliere, non c’è niente da aggiungere. Funziona così com’è, da settantacinque anni, con tutte le sue fatiche e i suoi pregi. Nonostante i continui tentativi, da parte di aspiranti architetti improvvisati, di riscriverne lo statuto.»
Vera scoppiò in una lacrima, che le rigò la guancia cadendo sul camice di carta. «Ma è sicuro?»
«Sicurissimo. Abbiamo visto che tentavano di aggredirla. Volevano intestarsi la riforma del suo corpo. Trasformarla in uno scontro politico tra cellule benigne e cellule maligne. Ma il popolo delle sue cellule ha respinto la visione. Hanno detto: non si governa il corpo della signora Liberti contro la sua costituzione. E non si riforma un apparato così delicato cambiando le fondamenta per fare un dispetto a un vecchio leader, Licio, che, da decenni, cerca di metterci mano per un tornaconto personale.»
Bertini le porse un fazzoletto di carta. «Sa qual è la cosa più interessante, signora? Che la mappa delle zone del suo corpo dove il “no” ha vinto più abbondantemente è identica a quella dove il tentativo di modifica era più insistente. Da nord a sud. Anzi, stavolta, da sud a nord. I suoi organi vitali hanno tenuto. Hanno dimostrato di essere migliori dei chirurghi che volevano operarli senza il suo consenso.»
Vera si alzò, sentendo le gambe tornare solide, il respiro più leggero. L’ernia, quasi per ripicca, emise un piccolo gorgoglio, ma lei la ignorò. Uscì dallo studio con l’andatura di chi ha appena vinto una battaglia che non sapeva nemmeno di stare combattendo.
Fuori, nell’atrio dell’ospedale, un gruppo di signore la aspettava con ansia. «Allora, Vera? Com’è andata?»
Vera Liberti si fermò, si sistemò la borsa sulla spalla con un gesto deciso e, con un sorriso che era al tempo stesso ironico e sereno, aprì le braccia.
«Sana e robusta costituzione,» disse. «Non gliel’hanno fatta passare. Hanno provato a intaccarla, ma le cellule hanno detto no. Ci sono cose che in questo corpo, in questo Paese, restano intoccabili.»
E mentre usciva nella luce grigia di marzo, la signora Vera pensò che, dopotutto, quella costituzione che avevano cercato di cambiarle senza chiederle niente, era la stessa che le permetteva, ancora una volta, di andare a casa per raccontare la storia a modo suo. Con la pancia in pace e la schiena dritta.
(A. Battantier, Italien Néandertalien, Mip Lab, 3/26)
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