Il cellulare giaceva in un campo, semibruciato. E’ il punto esatto dove il mondo ha smesso di girare come doveva. D’estate, ad Avetrana, le persiane sono chiuse per il sole, ma le voci passano lo stesso, sottili come lame. L’orgoglio è una stanza senza polvere: le sedie allineate, il passato rimosso con cura. La gelosia è un paio di infradito fuori dalla porta, una di qua e una di là, simbolo di un’andata al mare che non c’è stata. Perché lei, Sarah, aveva quindici anni e la leggerezza di chi può arrivare in ritardo.
La rabbia è una cintura. Serve a stringere abiti, ma all’occorrenza ha un’altra funzione: tenere insieme ciò che sta per esplodere. La frustrazione è un messaggio letto e mai risposto: “E penso a te”, e la mente va a Ivano, il ragazzo che aveva scelto, o forse no, e che adesso è altrove, con il suo fascino da cuoco di paese.
Poi c’era il garage: il luogo delle cose che non si vedono, delle auto ferme. Lì l’aggressività ha trovato casa, come un oggetto fuori posto. E la televisione trasmetteva “Chi l’ha visto?”, proprio lì, in diretta, il mondo si è ribaltato due volte. C’era sete di apparire, paura del pettegolezzo, furia per una reputazione incrinata. La rabbia è una cintura che stringe un respiro.
L’aggressività è il passo in più, quello che trasforma un litigio in un corpo gettato in un pozzo a Contrada Mosca. Non si trovava. Il corpo di Sarah è stato cercato per un mese, mentre era lì, perfettamente fermo. La domanda “Chi l’ha visto?” era già stata risposta da chi stava davanti alle telecamere, con gli occhi asciutti e il cuore rovesciato come un guanto.
Questo succede quando l’estate finisce e qualcuno dimentica di riportare a casa le infradito. Rimangono lì, una di qua, una di là. E non sono più un paio. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, Lab su Orgoglio, Rabbia, Aggressività, 5/26)
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