11 mai 2026

FINANZIAMENTI PUBBLICI ITALIANI (ED EUROPEI) AI GIORNALI

“Pensioni, la metà degli italiani prende ‘troppo’: come rivedere i sussidi (e finirla con il buonismo)” (Corriere della Sera, 5.5)


Mi ha sempre colpito una vecchia regola del vivere civile: chi predica bene, dovrebbe anche razzolare bene. Poi apro il giornale, leggo certe prediche e mi rendo conto che la regola, per qualcuno, non vale. L’articolo del Corriere parte con un titolo tagliente: pensioni, la metà degli italiani prende “troppo”. Suggerisce di rivedere i sussidi e di finirla con il buonismo. È un sermone che punta il dito contro chi riceve poco, ma lo firma un giornale che di sussidi pubblici ne riceve tanti.

Il giornalismo italiano è un viaggio nell’ipocrisia: chi pontifica contro le “mani tese” è il primo della fila col cappello in mano. Mentre si impreca contro il pensionato al minimo, le tasse degli italiani viaggiano silenziose verso le casse di testate milionarie. È un meccanismo collaudato: lo Stato prende i soldi a un operaio in cassa integrazione e li gira al direttore di un grande giornale, che con quella firma può permettersi la villa al mare e scrivere che i poveri sono un peso.

Per il 2026, al carrozzone dei media sono stati promessi 360 milioni di euro, tra fondi diretti e indiretti. Centinaia di milioni per mantenere in vita giornali che, alla domenica, predicano l’austerità per gli altri. Il Corriere spara sentenze, e intanto il Parlamento discute se tagliare i fondi all’editoria. Fratelli d’Italia ha proposto un emendamento per aggiungere altri 125 milioni, giusto per gradire. Nel frattempo, si scopre che per il 2026 sono previsti 110 milioni di contributi diretti alle cooperative editoriali, più altri 35 per prepensionamenti, più i crediti d’imposta per la pubblicità. Un labirinto di sigle e di cifre che fa girare la testa. Ho imparato che quando le cose si fanno troppo complicate, c’è sempre qualcuno che ci sguazza dentro. Più è complicato, più è facile rubare.

L’Europa non è da meno. La Commissione ha appena stanziato 7,4 milioni di euro per “informazione indipendente” sugli affari dell’Unione. Bella parola, “indipendente”. Peccato che i fondi finiscano a due, massimo quattro grandi gruppi editoriali (i soliti noti) che con quei soldi produrranno articoli su quanto è bella l’Europa e su quanto sono cattivi i “populisti” che la criticano. È un sistema perfetto: paghi i giornali, e loro ti descrivono come un benefattore. Se non è corruzione legalizzata questa, qualcuno mi spieghi come chiamarla.

Perfino Il Fatto Quotidiano, il giornale di Marco Travaglio che per anni ha sbandierato “Noi non prendiamo un soldo dallo Stato”, ha presentato domanda per accedere al contributo straordinario di 10 centesimi a copia messo a disposizione dal governo Meloni. La società editrice ha chiesto i soldi pubblici, con l’impegno di non usarli “se non sarà necessario”. Che è un po’ come dire: datemi il malloppo, ma state tranquilli, lo tengo solo nel cassetto.

Ho l’impressione che questo passo sia stato dettato da un errore di scala: allargando la struttura oltre le sue reali possibilità, il giornale ha creato una macchina dai costi fissi insostenibili, con compensi ai giornalisti di punta troppo elevati per un modello indipendente. Se avessero mantenuto una gestione più frugale, avrebbero potuto preservare la loro autonomia finanziaria senza dover tendere la mano allo Stato. Si può ancora tornare alla frugalità delle origini; il mercato dell’informazione non obbliga a diventare colossi multimediali per sopravvivere. A volte serve soltanto il coraggio di restare compatti e fedeli a una missione.

Il finanziamento pubblico ai giornali non serve al pluralismo. Serve a garantire che il potere non venga mai veramente disturbato, perché chi scrive aspetta l’assegno di chi dovrebbe controllare. Il giornalismo italiano si regge su una grande bugia, quella della “informazione di qualità”. Ma la qualità non si compra con le tasse dei cittadini: si dimostra sul campo, giorno per giorno. Se un giornale è davvero libero, non ha bisogno del pizzo di Stato. Se invece lo cerca, è già ricattabile. E chi è ricattabile, lo sanno tutti, non potrà mai raccontare la verità fino in fondo.

(A. Battantier, Italien Néandertalien, 5/26)


#italiennéandertalien

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